Mario Marenco e quella sua lezione "scomoda" in un ex monastero - CTD
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Luigi Patitucci

19 marzo 2019

Mario Marenco e quella sua lezione “scomoda” in un ex monastero

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Il ricordo dell’architetto e comico morto da poco, tra disegni e foto di studentesse con shorts inguinali

Questa breve storia comincia con un luogo grandioso, carico di segreti e di mistero, come si addice ai migliori racconti.

Questo luogo è un monastero.

E che monastero.

Per essere più precisi è il secondo monastero, per grandezza, d’Europa, luogo noto in ogni dove, per aver accolto in un tempo pari a circa cinquecento anni una moltitudine di storie, di eventi, che afferiscono a pieno titolo alla costituzione di quella ineguagliabile matrice identitaria, propria di un popolo, quale è quello siciliano.

Luogo d’elezione e di grande fascino, il monastero dei padri Benedettini di Catania, luogo che per la sua vastità incute già un notevole timore reverenziale, luogo che ha accolto sin dalla sua fondazione le migliori pratiche dell’esercizio della didattica, dapprima con i padri Benedettini, poi con l’odierna sede universitaria di numerosi corsi dedicati alle scienze umanistiche.

Sito che non fa affatto da sfondo, grazie alle sue caratteristiche morfologiche fatte tutte di una bellezza grandiosa e prepotente, all’inossidabile romanzo di De Roberto, per l’appunto I Vicerè.

Dunque uno dei padri costituenti della letteratura italiana del Novecento, Federico De Roberto, che non può nemmeno immaginare, per stare al suo tempo, che quel luogo così affascinante e ricco di misteri, accoglierà poi le pratiche magiche e rigenerative, vitalizzanti, di un altro padre fondatore, questa volta, della migliore architettura italiana del secolo scorso, Giancarlo de Carlo.

Dei molteplici resident, quali Goethe, giusto per citarne uno, non voglio nemmeno parlarvi, la tireremmo troppo per le lunghe, e non ne ho voglia.

Sempre per ‘costruire’, quasi fosse una struttura narrativa a gravità, una bella storia, ci vuole un giovane.

Il giovane, se poi è, in qualche modo, un allievo, è ancor meglio.

Il giovane, all’interno dello sviluppo narrativo diviene colui che realizza il ritmo, con le sue continue domande, con le sue continue curiosità, con le sue irriverenti soluzioni, con i suoi azzardi.

Insomma, un giovane all’interno di un racconto diviene elemento funzionale di grande utilità, in ogni questione venga posta in atto.

Il giovane è un catalizzatore di energia vitale dentro la storia, qualsiasi storia.

E come sappiamo bene, anche la migliore delle storie è nulla senza un ritmo efficace che possa coinvolgerci, come sollevandoci dolcemente, mollemente, con sorpresa e delizia, leggeri, aeriformi ma attenti, tenuti in vita soltanto dai sensi, come alimentati da un’invisibile flebo di sensualità.

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Sedie Movie di Mario Marenco per Arflex

Altro elemento imprescindibile del racconto è la presenza di un Maestro.

Un Maestro che possa rappresentare mediante i suoi pensieri la sua azione scenica, le sue inattese modalità di sviluppo di una serie di pratiche di solvimento, la questione esperienziale.

L’esperienza che viene dal sistema prassi-teoria, per dirla con Enzo Mari, l’esperienza del vissuto che ha provato numerose traiettorie, che ha conosciuto il sacrificio e la sofferenza della sconfitta, e che dunque viene in soccorso in ogni momento, in ogni dove, quale migliore strumento, comunque temporaneo, provvisorio, mutevole, nella identificazione puntuale di una problematica e nella identificazione della migliore traiettoria di solvimento.

In ultima analisi, bisogna realizzare un fine, attraverso un evento. 

Bene, credo d’aver pensato a tutto, o almeno è quello che mi auguro, ma sono certo che saprete venirmi in aiuto, se la situazione dovesse richiederlo.

Si, perché quel giovane sono io.

Sono io e, per la prima volta nella mia vita, mi trovo seduto sugli scranni inospitali dall’altra parte della barricata, in questa Aula Magna che ha accolto per secoli i grandi della Storia del nostro Occidente.

E cerco di capire, di riflettere, sulla condizione straniante che sto vivendo in quel momento: io, che sono stato sino ad ora dall’altra parte della barricata, sereno, sicuro di trovarmi al mio posto, persino spocchioso, autorizzato ad accogliere o respingere quanto mi si proponeva in ostensione dal sapiente di turno, adesso non avevo più paracaduti, non avevo più scuse: ero stato catapultato dalla ferocia degli eventi dall’altra parte della barricata e non potevo esimermi, pena la codardia.

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Divano Marenco per Arflex

Tutto questo accade, come dicevo, nell’attesa di dover dire la mia, ed è inutile negarlo a me stesso e a voialtri, sentivo scivolare dentro di me un’ansia e un imbarazzo sempre crescente, cominciavo a sentire i battiti del mio cuore…quando mai, mi dicevo, sentiamo i battiti del nostro cuore!?

Cercavo degli appigli, delle risorse, consapevole di non poter avere alcuna scappatoia.

Mi vennero in mente le parole della grande attrice Paola Borboni, donna di una incommensurabile bravura e di non altrettanta bellezza, ma di un fascino inesorabile, la quale diceva di provare ancora una particolare ansia dietro le quinte, prima di entrare in scena. Un’ansia funzionale, probabilmente, capace di generare quella spinta propulsiva che ti dona il coraggio di entrare in un mondo altro, un mondo che sai già che può durare solo nella magia di un tempo finito, il tempo necessario a vivere un racconto, un racconto che vive su molteplici piani d’espressione e di comprensione, un mondo dunque multidimensionale.

Ma anche questo ricordo non servì granché, in quel momento.

E poi, d’un tratto, come per magia, compresi che mi si ponevano due possibilità davanti a me: la prima, mi consentiva di esplicitare il mio intervento in maniera tecnico-scientifica, con una condizione di grande inesorabilità: avrei potuto disporre dell’attenzione dei miei uditori per un tempo massimo pari a circa dieci minuti, dopo avrebbero fanculizzato persino Gandhi.

E tutto sommato mi piaceva, mi dava statura professionale e intellettuale, ma la cosa che mi face desistere fu l’assoluta certezza che non avrei parlato ai loro cuori.

Questa riflessione rendeva tutto vano, mi trasformava nel mio immaginario, nel solito burattino recitante, una sorta di automa antipatico e saputello.

No, io che mi ero dato un’educazione Punk, non avrei potuto accettarlo mai tutto ciò.

Fu proprio in quell’istante che apparì Mario.

Il Mario Marenco architetto e designer, che avevo visto qualche tempo addietro proprio lì, in quel luogo.

E pensare che in quel momento così carico di tensioni, forse stavo seduto proprio in quella poltrona che lo aveva accolto, mi diede un non so che di investitura.

O, per lo meno, questo è quello che mi è sempre piaciuto pensare, e continuo a trovarlo ancora niente male!

Si, la poltrona, anche la poltrona è un elemento peculiare di questa storia, perché la poltrona su cui stavo seduto anch’io in quel momento non era girevole e neanche tanto comoda.

E credo che fu proprio a causa di queste stringenti, insopportabili caratteristiche ergonomiche della seduta che tutti noi, d’un tratto, vedemmo Mario scivolare progressivamente verso il basso… e poi ruotare lentamente… in un tutt’uno con la seduta, come se fossero divenuti un unico elemento scultoreo… con un tempo lungo e corto insieme…tutto accadeva in maniera morbida, sensuale, sino a che questi non ebbe modo di poter adagiare la sua testa, poggiandola sulla regale, gigantesca, cattedra.

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Lampadario Cynthia di Mario Marenco per Artemide

I suoi piedi li vedevamo ora galleggiare in aria nella penombra, ed il segnale che egli dava all’operatore, per cambiare le slide, era una sorta di suono a metà strada tra la gallina asiatica e il raggiungimento dell’amplesso… eppure guardavamo progetti e realizzazioni meravigliose… aeroporti in Arabia Saudita, lampade per Artemide, divani per Arflex…, in una dimensione di grande coinvolgimento emotivo e di godimento intimo e segreto.

I suoi disegni erano bellissimi, ammalianti, capaci di trasportarti altrove, ovunque, ed ogni tanto egli riusciva a riportarci alle frequenze proprie della dimensione carnale, quale testimonianza ineffabile di una vita che deve innanzitutto essere goduta per poterti far sentire, capire, d’averla veramente vissuta, qualche slide che ritraeva la giovane studentessa in short inguinali, seduta alla finestra di fronte lo studio, con un Chupa in bocca.

Tutto faceva parte del gioco, un gioco sapiente e irrinunciabile, che mi ha cambiato la vita in maniera totale, che mi ha convinto sempre più della necessità di poter accogliere l’esercizio del gioco, in maniera assoluta e integrale, nella mia esistenza, facendomi assaporare il godimento profondo, nel poter disporre dell’ostensione di argomentazioni importanti, pregnanti, nel mio lavoro di designer e critico del design, in maniera divertente, giocosa, friendly, si direbbe oggi.

Lunga vita a Mario dunque, ovunque tu sia :

Ludus est nobis constanter industria!!!

( … il gioco è per noi questione ordinaria!)