Boerum Hill, a caccia del Santo Graal del modernariato
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Boerum Hill, a caccia del Santo Graal del modernariato

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Nel quartiere di Brooklyn dove comprare il mobile perfetto di metà Novecento

Era il 1965 quando lo scrittore L. J. Davis, originario di Seattle, comprò una townhouse da undici stanze a Boerum Hill, Brooklyn, pagandola 17.500 dollari. Non proprio un affare per l’epoca, tanto più che le strade dell’isolato traboccavano di spazzatura, gli alberi lungo i marciapiedi erano spogli e mal curati e qualcuno dormiva dentro tende da campeggio per ripararsi dalle perdite del soffitto. Un mezzo disastro, insomma. Come se non bastasse, i vicini presero a deridere lo scrittore per la cifra che aveva sborsato. Del resto, racconta Evan Hughes in The writers of Brooklyn and the story of american city life, Davis era stato messo in guardia dal suo agente: Brooklyn non era esattamente il posto adatto a uno scrittore.

Sono passati cinquant’anni e Davis è morto da quattro, non prima di avere venduto la townhouse per cento volte il prezzo a cui l’aveva acquistata. Boerum Hill è il quartiere di Brooklyn che, con i vicini Cobble Hill e Carroll Gardens, spiega perfettamente cosa sia la gentrificazione: la progressiva colonizzazione, da parte della media borghesia, di periferie marginali e malmesse, destinate – con l’arrivo di cittadini più abbienti – a riprendere quota. E a vedere i prezzi delle case salire alle stelle. Nella sua guida, Airbnb definisce Boerum Hill “un quartiere per una vita equilibrata a New York”, “attivo come una grande città, ma tranquillo come un piccolo centro”.

E se L.J. Davis non c’è più, altri uomini d’arte sono, o sono stati, di stanza qui. Su tutti, un altro scrittore, Jonathan Lethem, che nel quartiere in cui ha vissuto da ragazzo ha ambientato Motherless Brooklyn e The Fortress of Solitude. Di Boerum Hill era anche Jean-Michel Basquiat (sebbene il genio, ricordava suo padre, volesse dare l’idea di essere cresciuto in un ghetto), mentre Heath Ledger, l’attore, ci ha abitato con la compagna fino a un anno prima della morte.

Due cose rendono celebre oggi questa manciata di isolati che furono una delle mete predilette dell’immigrazione italiana d’inizio Novecento: gli splendidi brownstone lungo via alberate (e curatissime: il 1965 è un ricordo lontano) e, per gli appassionati di design, i rigattieri e i negozi di modernariato con l’offerta migliore della Grande Mela a prezzi ancora accessibili. Atlantic Avenue è la passeggiata imperdibile per chi ama gli antiques e l’arredamento industriale: il luogo dove poter andare a caccia del Santo Graal del mobile. Luci, sedute, tavoli, armadi e scrivanie di metà Novecento, arredi di Charles e Ray Eames, Saarinen e George Nelson, affiancano pezzi più recenti. Si può entrare in uno qualsiasi di questi negozi con la casa vuota e riempirla in un pomeriggio.

Horseman Antiques è forse la più famosa delle warehouse della zona: cinque piani lungo Atlantic Avenue con migliaia di pezzi della metà del secolo scorso e la migliore collezione di oggetti in vetro colorato di tutta la costa orientale degli Stati Uniti. Il negozio è aperto dal 1962 e negli anni è stato più volte premiato da riviste e istituzioni del settore. Unica raccomandazione: non andarci se si è di fretta. Consiglio che vale anche per City Foundry e Hunting with Jake. Il primo ha aperto nel 2000 e il suo titolare, Sohrab Bakhshi, si vanta di avere impresso una svolta all’offerta commerciale del quartiere. “La gente non credeva che saremmo durati tanto”, dice. Fino a quindici anni fa, del resto, la zona d’elezione per l’arredamento industriale e di qualità nella Grande Mela era Manhattan.

Oggi, lo store di Bakhshi è il fornitore principale – e il set – di fotografi, sceneggiatori e registi che hanno bisogno di ricreare ambienti d’epoca. Haunting with Jake, invece – che prende il nome con ironia da un brano country di Jimmy Dean, in cui il cantante si rivolgeva all’amico Jake spiegandogli che non lo avrebbe accompagnato per la battuta di caccia perché preferiva dare la caccia… alle donne – unisce in una bottega deliziosa pezzi di modernariato e prodotti artigianali che includono articoli in pelle e candele profumate.

A Boerum Hill non mancano le attività culturali di pregio (e di successo). Dal 2009 il quartiere ospita The Invisible Dog, un centro per l’arte autofinanziato che ha riconvertito un vecchio edificio industriale diventando la casa di decine di artisti. La storia inizia nel 2008, quando un francese di origini egiziane, Lucien Zayan, sbarca a Brooklyn senza un dollaro e scopre quell’enorme fabbrica dismessa e zeppa di… collari. Sono le stoffe in lana rigida che l’azienda affittuaria aveva prodotto in serie, dagli anni 80, prima di fallire. Stoffe che avevano spopolato per anni presso i grandi magazzini Macy’s e che sembravano collari per cani invisibili.

Da qui il nome che Lucien decide di dare al centro. Da allora, fotografi, pittori e performer sono di stanza negli studios, mentre il piano terra è adibito a mostre e a spazio per la danza, il teatro, la musica, il cinema, i reading e le conferenze. Cinquantamila visitatori ogni anno, cinquanta artisti in lista d’attesa per affittare uno spazio, bilancio in attivo, The Invisibile Dog è ormai un’istituzione di Boerum Hill e di Brooklyn. E di New York.

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