Un anno di Abbi cura di te, lo spazio per i creativi al tempo del lockdown (e oltre) - CTD
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Paolo Casicci

22 Aprile 2021

Un anno di Abbi cura di te, lo spazio collettivo per i creativi al tempo del lockdown (e oltre)

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Intervista a Maddalena d’Alfonso e Giulia Mura, autrici del progetto digitale inaugurato un anno fa: volevamo costruire un luogo di dialogo sul senso di sé

Concepito da Maddalena d’Alfonso e Giulia Mura e co-prodotto in sinergia tra Superficial Studio (Roma) e Md’A Design Agency (Milano), Abbi cura di te è un progetto innovativo da remoto sul tema della curatela e dell’exhibit design. Nato durante il lockdown e partito ufficialmente un anno fa, il 23 aprile 2020, è stato pensato con l’intento di affrontare, in un momento critico, sospeso, la centralità della cultura visiva e della sua condivisione. Non solo durante l’emergenza, ma anche adesso, quando è importante ripensare le strategie di fruizione. In Italia, e all’estero, dove poco o nulla è cambiato in un anno rispetto alle risposte da dare a questi temi, collettivi e universali. Abbi cura di te si pone come un progetto di co-creazione di un testo visivo sul senso profondo della creazione della mostra come spazio del pensiero plurale e multiculturale. Ne abbiamo parlato con le curatrici.

Claudia Pignatale, Escape

Perché questo progetto, e che cosa aggiunge alle tante iniziative digitali fiorite dal primo lockdown a ora?

Si è trattato di un’istanza di resistenza al solo parlare di pandemia, insicurezza e paura. Il progetto Abbi cura di te, infatti, è nato nei primi giorni del lockdown del 2020 durante una lunga telefonata tra noi due, in cui provammo a immaginare insieme un dialogo sui nostri mondi di riferimento che, mettendo a sistema le qualità delle nostre due agenzie, permettesse di continuare a intessere networking e stimolare un dibattito. Ne è nato un progetto di co-creazione alla ricerca di un circuito di pensiero più esteso. Attivato tra Milano e Roma, è stato aperto subito a un network internazionale, dimostrazione che la cultura visiva presentata nelle mostre è un bene comune e senza confini. 

Collettivo Metadiapason, Con Tatto

Di iniziative di altrettanto valore ce ne sono state, forse con la differenza che quasi tutte si sono concentrate nel primissimo periodo, quando il lockdown improvviso ha fermato le nostre vite. Citiamo la Fondazione Trussardi, con Viaggi da Camera o l’Instagram Paesaggi in attesa del designer Marco Amato, oggi un libro, ma anche Pandemic Objects del Victoria and Albert Museum.

Enrico Delitala, L’oggetto necessario

Noi abbiamo deciso di proseguire il dialogo finché non potremo incontrare di persona quella messa a sistema magica di idee e pensieri che formano le mostre nei luoghi della cultura.

Farah Piriye, I was creating something…

Se ad altri è venuto spontaneo presentare progetti che potessero offrire un rifugio, una reazione creativa con cui farsi forza immaginando si sarebbe trattato di un tempo momentaneo complicato per tutti e da dimenticare, noi abbiamo avuto il bisogno di raccogliere contributi per ricordarci l’amore delle arti e per sentire che la cultura è un luogo di molti, con cui tornare a condividere uno spirito critico.

Francesca Liberatore, Serrature aperte

Da chi arrivano i contributi creativi?

Il progetto Abbi cura di te è stato proposto a una comunità allargata di professionisti del settore, italiani e internazionali, toccati in prima persona dal blocco del comparto culturale e chiamati a rispondere attraverso la loro creatività e competenza. Quindi artisti, architetti, designer, fotografi, curatori, galleristi, museologi e museografi, giornalisti, storici, docenti universitari… Un modo per condividere i valori del lavoro e affermare che l’industria artistica è viva e capace di trasformare le sfide sociali in opportunità. E poiché la pandemia è una questione globale, è fondamentale utilizzare gli strumenti e i canali a disposizione per stimolare un dibattito sul senso della cultura e sui valori che accomunano il settore nei diversi luoghi del pianeta. Così abbiamo aperto un canale Instagram per raccontarci in istantanee e un sito web per approfondire la conoscenza tra i partecipanti e sul progetto/i.

Lorenzo Degli Esposti, Terrazze della memoria

I contributi presentati finora sono molto diversi tra loro – per mezzo espressivo e riflessione – poiché diversa è la professione di chi li ha pensati, diversa la provenienza geografica, l’età anagrafica, il tema curatoriale selezionato tra i dieci possibili. In comune hanno però l’idea di aver reso la creatività un momento importante nel loro vissuto dell’isolamento, trasformando lo spazio domestico in un’esperienza curatoriale insieme transitoria e profonda. 

Marco Dolera, We’ll meet again?

Che cosa sono oggi la cura e la curatela, per voi?

La curatela è un momento di dialogo con la società e con l’altro. Curare una mostra, o l’esposizione di un quadro, di un oggetto, di una fotografia, di una performance, significa porgere all’altro il valore che vi si attribuisce, metterne in gioco i temi, i contenuti, l’urgenza. Mostrare e porgere sono il primo passo per potersi parlare, per aprirsi la possibilità di comprendere le cose e maturare un modo comune per affrontarle ancor prima che risolverle. 

Marco Introini, Le stanze della memoria

L’isolamento forzato ha portato tutti noi a vivere lontani, non sapendo più nulla gli uni degli altri e alle volte non sapendo più niente neanche di noi stessi. Disporsi a condividere la materia che abbiamo plasmato intorno a noi, in modo autentico e dimesso, come ha fatto chi ha preso parte ad Abbi cura di te, ha generato fiducia e speranza. Darsi un obbiettivo comune, come fare una mostra gli uni per gli altri, producendo uno spazio collettivo sebbene ancora virtuale, ha creato un luogo di dialogo sul senso di sé, sull’importanza di raccontare all’altro, di farlo accedere a uno spazio non solo intimo, bello. Le ore e i minuti in cui ci siamo parlati e mostrati ciò che troviamo interessante, utile, magnifico, tragico, spaventoso o cupo ci hanno fatti conoscere, ha creato un’affettività anche con chi non si conosce e tra chi non si conosce. Ci hanno spinti tutti a essere curiosi e a protenderci nell’ascolto.

Marco Milia, Io, Opera

Darsi un obbiettivo comune, come fare una mostra gli uni per gli altri, producendo uno spazio collettivo sebbene ancora virtuale, ha creato un luogo di dialogo sul senso di sé, sull’importanza di raccontare all’altro, di farlo accedere a uno spazio non solo intimo, bello

Abbi cura di te è il sentimento profondo della curatela delle arti, che non spetta a pochi virtuosi, ma a chiunque comprenda la necessità di tramandarsi il bello dalla notte dei tempi.

Marco Minoja

Il lockdown ha messo in luce due approcci completamente diversi da parte delle persone, e forse anche dei creativi: da un lato una proiezione verso il futuro, la voglia di immaginare scenari nuovi, dall’altro un ripiegamento verso il passato. Qual è il vostro punto di vista, dall’osservatorio del materiale che avete raccolto?

Un dato interessante è che nella Season 01 il tema curatoriale più scelto sia stato #imagination, mentre nella Season 02 #reality. Ora che stiamo concludendo la Season 3, sembra che i temi si stiano riequilibrando tra loro. Certo è che in un primo momento il rapporto con il progetto mirava a evadere, creando un racconto per sopportare l’incertezza, mentre poi è diventato una presa di contatto con il piccolo mondo che circonda i nostri autori. È cambiata l’atmosfera e si è alleggerito il modo in cui ci si rivolge all’arte come specchio degli interrogativi.

Radmehr Razaghi

Abbi cura di te nel tempo è diventato, oltre che un esercizio del pensiero, anche un’opportunità, attraverso una duplice azione strategica. La prima, legata al coinvolgimento capillare delle persone del settore che, attingendo al proprio immaginario, sono state chiamate a definire concept originali, che riuniti disegnano un insieme di urgenze creative, confluendo in una mostra collettiva (oggi solo in preview digitale). La seconda, più dirimente rispetto al settore culturale, è orientata a ricollocare al centro del dibattito i luoghi museali: le mostre, gli allestimenti, il patrimonio e la cultura visiva sono da sempre una risorsa collettiva di resistenza e costruzione di una società aperta, multiculturale e democratica, mai come oggi necessaria. 

Roberto Malfatti

È ancora la casa l’epicentro emotivo delle persone? O esistono altri luoghi, fisici o metaforici, attorno a cui strutturiamo emozioni, sogni e ambizioni?

È un tema ambiguo quello dello spazio domestico, si tratta di una provocazione. Non solo è complesso identificare a cosa corrisponda ciò che ciascuno di noi chiama casa, ma lo spazio domestico non riguarda solo la casa. Lo spazio domestico corrisponde a una dimensione affettiva che si attribuisce a un luogo specifico in cui ci si sente protetti, amati e in intimità. Questi ambienti oggi si sono trasformati da rifugi a paesaggi rappresentativi della personalità sfaccettata degli individui, scenografie di azioni multiple, spazio insieme pubblico e privato, contenitore e contenuto, collezione di oggetti d’uso e occasionali, uffici improvvisati, cinema per astinenza, ristoranti da asporto, petit palestre, classi scolastiche per ogni età. La casa propriamente detta, in questi mesi, si è rivelata essere un condensato, non solo fisico ma spirituale, sia delle affannose giornate, sia dei nostri bisogni psico-fisici. Spazio di vita e di lavoro, di svago e pensiero. Silenziosamente, per anni, ha custodito oggetti, immagini, suoni, trasformandosi in collezione privata di un potenziale museo immaginario di cui ciascuno è direttore creativo. Le case in cui alcuni si trovavano per caso sono state reinventate per adattarsi in fretta e furia a chi era lì per sopravvivere ma voleva vivere.

Arun Mirchandani

La casa propriamente detta, in questi mesi, si è rivelata essere un condensato, non solo fisico ma spirituale, sia delle affannose giornate, sia dei nostri bisogni psico-fisici. Spazio di vita e di lavoro, di svago e pensiero. Silenziosamente, per anni, ha custodito oggetti, immagini, suoni, trasformandosi in collezione privata di un potenziale museo immaginario di cui ciascuno è direttore creativo

Diventata per necessità un luogo quasi pubblico, aperto, la casa ha perso la sua dimensione esclusivamente intima. Ciò mette in evidenza quanto si abbia bisogno dello spazio pubblico, di luoghi altri, attrezzati, predisposti allo svolgimento di attività fisiche, estetiche o funzionali. L’atto di mimesi compiuto dalle case per diventare musei, teatri, campi sportivi in miniatura, negozi, ci ha reso tutti cittadini urbani, metropolitani. Ha fatto sentire il peso del corpo e l’esigenza della cultura. La dimensione virtuale del ‘tutto a casa’, del ‘tutto consegnato’, dell’ ‘ogni cosa ordinata via web’ ha messo in evidenza che ogni luogo in cui si sceglie di andare procura emozioni e trepidazione. La casa ha cessato di essere un epicentro emotivo univoco, casa è dove siamo con chi amiamo o dove è possibile fare quello che amiamo fare. Casa è prendersi cura della propria dimensione psico-fisica, della propria storia individuale e comune e della propensione a progettare l’immediato futuro.

Nazanin Behroozian

La casa ha cessato di essere un epicentro emotivo univoco, casa è dove siamo con chi amiamo o dove è possibile fare quello che amiamo fare. Casa è prendersi cura della propria dimensione psico-fisica, della propria storia individuale e comune e della propensione a progettare l’immediato futuro

So che è difficile scegliere, ma potete citarmi due-tre lavori tra quelli che per qualsiasi ragione vi hanno colpito di più?

Difficile è dire poco! Facciamo tre per stagione, più o meno. Nella Season 01, rappresentativi sono Jacques Leenhard, un curatore internazionale che ha raccontato di un momento di normalità – il rito quotidiano di prendersi il caffè – e trasforma la casa in un museo, Samuel Domingo Maldonado e i lavori collettivi, penso ai Metadiapason (il primo in assoluto!) o ai MYP cre-attivi Project che hanno reinterpretato con il cibo alcune opere d’arte famose.

Jean Leenhardt, Coffee under confinement

Nella Season 2 Maria Fratelli per il desiderio di evadere e il cambiamento del punto di vista su qualcosa di noto che ne rivela un valore altro, Andrea Russo che si è sforzato di coinvolgere addirittura l’intero condominio, e Azalea Nazemi. 

Samuel Dominguez Maldonado, Me, myself and I

Ci sono sviluppi futuri possibili per il progetto?

Ci sono due ordini di progetti, quelli a breve termine e quelli a lungo termine: speriamo si realizzino!

Nessuno di noi immaginava che il blocco pandemico si protraesse così a lungo. Oggi, è in corso la Season 03, che si concluderà ai primi di giugno, il progetto affronta una nuova fase che guarda al futuro e all’inclusività. Abbi cura di te, infatti, si arricchisce grazie ad una nuova collaborazione, che serve ad amplificare gli sguardi: quella con Farah Piriye, curatrice London based, che si occuperà di curare una sezione internazionale. Ogni precedente stagione è stata presentata con affollati digital cocktail, uno a luglio e uno a novembre, a giugno speriamo di riuscire a fare un evento ibrido, in parte di persona, in parte digitale.

Andrea Russo

Abbi cura di te si è già modificato nel tempo, da ricerca curatoriale è diventato un archivio della resistenza culturale. Da piccola mostra-dibattito pensata istintivamente, in un anno è cresciuto il senso del progetto, e ha accolto, in maniera resiliente, le flebili mutazioni del contesto, adattandosi ma continuando a portare avanti la ricerca sul rapporto tra individui e arte. Consideriamo ciò che abbiamo raccolto una mappatura, che ha rivelato la centralità dell’esercizio del pensiero curatoriale. Ora è un’opportunità per comunicare geografie del comparto culturale, e per rafforzare una community diffusa ma molto sensibile soprattutto nell’ottica di una riattivazione. 

Ciò di cui noi ci prenderemo cura in futuro saranno una mostra fisica e un catalogo. Abbi cura di te è l’augurio felice all’amico lontano nella speranza di rivedersi.

La foto grande in apertura è di Azalea Nazemi

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