Intervista ad Alessandro Melis: l'architetto del prossimo Padiglione Italia
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Vincenzo Bernardi

24 Gennaio 2021

Intervista ad Alessandro Melis: che cosa è lo spillover dell’architetto e perché è la chiave delle Comunità Resilienti

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Parla il curatore di Comunità Resilienti: “La sostenibilità ha bisogno del pensiero associativo. Non basta che un progetto sia visionario se non è partecipato”

Tornare al ruolo dell’architetto inteso etimologicamente come “costruttore di principi” e non come semplice capo cantiere. Immaginare una figura “capace di svolgere un ruolo di raccordo tra le varie discipline come nel Rinascimento, momento storico in cui il pensiero associativo ha dato a creativi, artisti e architetti la forza per ricostruire una tassonomia”. E fare questo innovando l’insegnamento, “che non va più concepito come un trasferimento di conoscenze, ma un modo per sollecitare proprio il pensiero associativo, e quindi la creatività delle future generazioni”.

Parla Alessandro Melis, curatore di Comunità Resilienti, il nome del Padiglione Italia alla 17esima Biennale di Architettura di Venezia che si svolgerà dal 22 maggio al 21 novembre 2021. Architetto e docente dell’università di Portsmouth dove è anche direttore del Cluster for Sustainable Cities, Melis ha immaginato un Padiglione che ha per tema le sfide che attendono l’architettura in relazione al cambiamento climatico. Finora sapevamo che il Padiglione sarebbe stato a impatto zero. Con questa chiacchierata scopriamo il pensiero che ispira il curatore e dà forma alla sua visione.

Alessandro Melis

Alessandro Melis

Se alla domanda posta dal prossimo curatore della Biennale di architettura di Venezia, Haskim Sarkis, How will we live together? dovessimo rispondere sulla base dell’esperienza dell’ultimo anno, probabilmente diremmo che staremo tutti a un metro di distanza. Lei afferma invece che la risposta va ricercata in un arco temporale di ben 200.000 anni – pari a 20 volte la storia dell’Umanità – utilizzando strumenti che non appartengono alla storia della città bensì alla biologia evolutiva, alla paleoantropologia e alle neuroscienze. Cosa è possibile apprendere e cosa ci forniscono di utile queste discipline per realizzare Comunità Resilienti nel poco tempo che ci rimane prima che gli effetti del cambiamento climatico diventino insostenibili?

Innanzitutto studiare il cosiddetto tempo profondo – 200 mila anni o anche di più – ci evita di incorrere nella cosiddetta reificazione, cioè nella trasformazione di una astrazione in un fatto reale. Come spiega lo studioso dell’evoluzionismo Stephen J. Gould in Full House (1996), quando si estrae dal tempo profondo una piccola parte e si identifica in essa una certa tendenza, non bisogna incorrere nell’errore di ritenerla estensibile a tutta la durata dell’evoluzione. Noi abbiamo dato per scontato che quello che abbiamo fatto negli ultimi duemila anni sia talmente legato alla nostra storia da non poter essere messo in discussione. Quello che invece possiamo imparare dalla biologia dell’evoluzione è che esistono tre parametri che sono stati finora sottovalutati, anche nella costruzione delle città e del nostro habitat, ma che potrebbero risultare fondamentali e che sono la variabilità, la diversità e la ridondanza delle strutture creative.

Abbiamo dato per scontato che quello che abbiamo fatto negli ultimi duemila anni sia talmente legato alla nostra storia da non poter essere messo in discussione

Nell’ultimo anno è successa in realtà una cosa molto più grave del Covid19, solo che la reificazione che noi facciamo nel tempo ristretto non ci consente spesso di vederla. Nel 2020 infatti la massa artificiale di ciò che è stato costruito dall’uomo ha superato quantitativamente la biomassa del pianeta. Questo significa che la pressione che noi esercitiamo sugli habitat e sugli ecosistemi aumenterà sempre di più causando conseguentemente la crescita dei fenomeni di feedback, compreso lo spillover. Pertanto, se non riduciamo strategicamente la pressione ambientale, ci troveremo a dover rispondere a una serie catastrofica di eventi futuri. Per fare questo dobbiamo prendere atto che la sola sostenibilità, intesa come riduzione dell’impatto delle nostre azioni, non basta più e provare a rimodellare la società in modo da creare processi rigenerativi e a ridisegnare le nostre tassonomie ipotizzando l’esistenza di un’architettura intrinsecamente ecologica.

Nel 2020 la massa artificiale di ciò che è stato costruito dall’uomo ha superato quantitativamente la biomassa del pianeta. Questo significa che la pressione che noi esercitiamo sugli habitat e sugli ecosistemi aumenterà sempre di più causando la crescita dei fenomeni di feedback, compreso lo spillover

Con questo non intendo dire che nell’immediato dobbiamo cambiare l’architettura di oggi o entrare nel merito di una sua maggiore sostenibilità, quanto piuttosto definire una nuova alleanza tra uomo e natura ben sapendo che non abbiamo la capacità per imporvi condizioni. Ritengo che nel tempo breve, piuttosto che sul piano operativo, sia importante lavorare sul piano strategico e rimango ottimista poiché penso che un’architettura che faccia parte integrante dell’ecologia e che aiuti gli ecosistemi a rigenerarsi sia possibile.

Dall'homepage del sito Comunità Resilienti

Dall’homepage del sito Comunità Resilienti

Nei prossimi anni sarà necessario un cambio di prospettiva “radicale” giacché le sfide che ci attendono non sono mai state affrontate prima e gli effetti delle crisi future saranno spesso imprevedibili. Con riferimento alla scienza comportamentale, lei dice che nei momenti di crisi, quando i cambiamenti sono repentini, la creatività è un meccanismo di sopravvivenza indispensabile che si attiva tramite il Pensiero Associativo utilizzando strumenti come exaptation, ridondanza, serendipità e variabilità. In che modo il Pensiero Associativo si applica all’architettura? 

Il pensiero associativo è di fatto il pensiero che utilizziamo nel momento in cui siamo creativi. Secondo la paleoantropologa Heather Pringle è questa prerogativa, non il pensiero lineare come a lungo si è ritenuto, che ci rende unici nel panorama dell’evoluzione. Dal punto di vista pratico la creatività, appunto, si manifesta con la rappresentazione o la realizzazione di strutture che siano diverse, variabili e ridondanti. Quindi quello che dovremmo fare è semplicemente applicare questi concetti all’architettura. Non è una novità. Tanto per fare esempio, Giovanni Michelucci nel 1953 ha fatto una conferenza proprio sul tema della città variabile in cui ne parlava, seppure in modo intuitivo.

La creatività si manifesta con strutture che siano diverse, variabili e ridondanti. Quello che dovremmo fare è semplicemente applicare questi concetti all’architettura. Non è una novità. Giovanni Michelucci nel 1953 ha fatto una conferenza proprio sul tema della città variabile in cui ne parlava, seppure in modo intuitivo

La sua strategia per la resilienza si basa sulle comunità intese come “unita minime” di intervento. Oggi però assistiamo a una diminuzione di coesione delle comunità fisiche dovuta a cause diverse. La perdita di valori identitari e culturali come conseguenza di fenomeni migratori e di inurbamento, la tendenza all’individualismo esasperata da mesi di isolamento forzato, sono solo alcuni dei fattori che stanno mettendo a dura prova gli attuali modelli di convivenza. Sulla base dell’onda emotiva della pandemia ci si è spinti persino a ipotizzare forme di diradamento per questioni sanitarie. Dato che identità, coesione sociale, comunità di intenti e di valori costituiscono il fondamento essenziale di qualsiasi comunità che voglia essere resiliente, cosa può fare l’architettura in questo momento per rafforzare questi sentimenti? 

Nella teorizzazione dell’architettura il problema viene ricondotto spesso alla forma e al funzionamento delle città piuttosto che alle persone che le abitano. Quando parlo di comunità come unità minime di intervento, non mi riferisco all’idea di spezzettare la società umana in piccole unità ma intendo dire che ogni insediamento, sia esso un villaggio o una megalopoli, ha gli stessi obiettivi che sono la costituzione di una comunità, la sua coesione e la sua resilienza. In questo scenario l’architettura può acquisire un ruolo strategico di ricostruzione delle relazioni e l’architetto è la figura in grado di lavorare alla rigenerazione di quei valori “unendo i puntini” di varie altre discipline. 

L’architettura può acquisire un ruolo strategico di ricostruzione delle relazioni e l’architetto è la figura in grado di lavorare alla rigenerazione di quei valori “unendo i puntini” di varie altre discipline

Se è vero pertanto che nel tempo profondo riscontriamo che la diversità, la variabilità e la ridondanza sono strumenti essenziali per la nostra sopravvivenza e che quindi debbano essere utilizzati nella rigenerazione delle comunità e delle città in chiave di resilienza, dobbiamo anche tener presente che le conseguenze di una trasformazione in questo senso sono la diversificazione, la variabilità e la ridondanza delle società stessa. Voglio dire che non esiste – e non solo per ragioni etiche ideologiche – la possibilità di costituire una comunità resiliente senza che questa sia giusta e equa e aperta a tutte le sue componenti.

In questo momento storico la diversità è anche una necessità di tipo evolutivo e rinunciare a una parte delle componenti creative a disposizione comporta dei rischi. Pertanto la società deve chiudersi il meno possibile, distanziarsi il meno possibile ed essere aperta a quelle forze che fino a ora sono state escluse dai processi decisionali e che proprio per questo sono le più radicali e quelle meno compromesse dall’inerzia del sistema. Quando mi chiedono perché ritengo così importante la promozione della figura femminile, rispondo che non è soltanto una questione etica e ideologica ma fondamentalmente sappiamo che dei limiti alla diversità e alla resilienza della città odierna sono dovuti al fatto che questa rappresenta una componente molto piccola delle capacità creative dell’umanità, riferita a una parte molto selezionata di culture del mondo occidentale e di queste soltanto la parte maschile.

La società deve chiudersi il meno possibile, distanziarsi il meno possibile ed essere aperta a quelle forze che fino a ora sono state escluse dai processi decisionali e che proprio per questo sono le più radicali e meno compromesse dall’inerzia del sistema. Per questo mi è cara la questione di genere nell’architettura

Il Padiglione Italia, Comunità Resilienti

Il Padiglione Italia, Comunità Resilienti

Lei è un architetto che parla il linguaggio della scienza e ci ricorda che le città, contribuendo in maniera assai rilevante all’emissione di C02 nell’atmosfera, rappresentano il terreno su cui si gioca una delle partite decisive nella sfida al cambiamento climatico. In questo scenario gli architetti sono chiamati a elaborare visioni strategiche e di sistema. Tuttavia bisogna fare i conti con una realtà in cui spesso si trovano ai margini dei processi decisionali. Come è possibile invertire questa tendenza e in che modo l’architetto dovrà svolgere la sua professione nel futuro prossimo? Dal momento che dovrà assorbire nuove conoscenze scientifiche e avere ulteriori capacità, ci possiamo aspettare uno spillover dell’architetto verso altri settori o una qualche forma di sua exaptation?

È evidente che non tutte le chiavi del sistema sono in mano all’architetto. C’è inoltre un problema di fondo legato alla capacità della ricerca di fare impatto a causa della difficoltà di trasferire adeguatamente i risultati ai decision-maker. Quindi imparare a comunicare appropriatamente è essenziale e questo riguarda anche gli architetti che fanno ricerca.

Se è vero che l’architetto si deve aprire alla eteronomia e quindi assorbire nuove conoscenze scientifiche e non solo, il rischio è che si possa pensare che il suo ruolo, per come lo intendiamo oggi, venga snaturato. Ma qui riscontriamo un problema di definizione che andrebbe ridiscusso perché l’architetto inteso come “capo cantiere” o “capo costruttore” è una definizione abbastanza recente, che ripresenta il problema della reificazione in tempi ristretti.  Aristotele, a cui si fa risalire la nascita del termine arkhitéktōn, lo ricava dalla sintesi di árche e técton, letteralmente “costruttore di principi”. Quindi si tratterebbe di ritornare alla definizione originaria dell’architetto come figura capace di disegnare scenari e elaborare idee prima ancora di costruire edifici. La cosa non sarebbe neanche così sorprendente dato che non esiste, nella società attuale, una figura capace di svolgere questo ruolo di raccordo tra le varie discipline. Ma se pensiamo al Rinascimento, vale a dire a un contesto in cui il pensiero associativo ha dato a creativi, artisti e architetti la forza per ricostruire una tassonomia, abbiamo in effetti le prove che questo possa succedere.

L’architetto inteso come “capo cantiere” o “capo costruttore” è una definizione abbastanza recente.  Aristotele, a cui si fa risalire la nascita del termine arkhitéktōn, lo ricava dalla sintesi di árche e técton, letteralmente “costruttore di principi”. Quindi si tratterebbe di ritornare alla definizione originaria dell’architetto come figura capace di disegnare scenari e elaborare idee prima ancora di costruire edifici

L’inversione delle tendenze attuali credo che dipenda molto anche dall’educazione universitaria. Se continuiamo a concepire l’insegnamento come un trasferimento di conoscenze abbiamo ben poche speranze. Se invece, specialmente noi che ci occupiamo di didattica e di educazione, riusciamo a comprendere che il nostro ruolo è piuttosto quello di sollecitare il pensiero associativo e quindi la creatività delle future generazioni, tutto diventa possibile.

Sono d’accordo che lo spillover ce lo potremmo aspettare o, meglio, sperare. Se non altro nella forma di un ritorno a un ruolo che ha già avuto ma che ha abbandonato puntando tutto sull’idea reificata del costruttore di edifici artificiali, contrapposti all’idea di natura.  È sicuramente quindi una forma di exaptation anche quella di prendere un ruolo che di fatto non sta facendo nessuno e di utilizzare l’architetto per coprire quel ruolo. È la cooptazione funzionale di una figura tecnica.

Lei auspica una nuova architettura radicale sottoposta, come gli esseri viventi, alle leggi dell’evoluzione e dell’adattamento per realizzare “nuova alleanza tra umanità e natura in chiave ecologica”. Nella sua questa visione l’edificio non sarà più un oggetto unico quanto piuttosto “parte integrante di un paesaggio ibrido” in cui perderà di significato la parola città e lo spazio pubblico integrerà il verde come spazio produttivo. In che modo il Padiglione Italia farà emergere quella che nell’anteprima video è definita, in maniera assai accattivante, “Architettura Oscura”? Che impatto avranno questi concetti in un Paese come il nostro storicamente poco incline al cambiamento? 

Il Padiglione Italia mira, come già detto, alla rappresentazione della diversità, della variabilità e della ridondanza come espressione del pensiero associativo e come componenti dell’exaptation.

È del tutto evidente che un’architettura oscura esista. Già Bernard Rudofsky, aprendo la mostra Architettura senza architetti al MoMA di New York nel 1964, sosteneva che l’architettura che consideriamo nei libri di storia è, come abbiamo detto, quella di una parte che molto selezionata del mondo occidentale. Nel recente libro Informality through Sustainability (2020), con Steffen Lehmann e Antonino Di Raimo abbiamo raccolto dati che ci dicono che in media il 23 percento della popolazione mondiale – ovvero il 50% se consideriamo i Sud del mondo – vive in insediamenti informali non progettati. Nel corso della ricerca abbiamo tuttavia riscontrato che tanto più l’informalità è presente, maggiore è la capacità di resilienza della comunità che l’ha prodotta. Questa evidenza ci porta a sostenere la necessità di progettare in maniera indeterministica, a partire dalla realizzazione di strutture diverse, ridondanti e variabili, anziché dalla costruzione di scenari predefiniti.

Per affrontare il problema del cambiamento climatico, sono convinto sia importante non tanto fare dei progetti visionari quanto piuttosto allargare la piattaforma di coloro che possono contribuire, coinvolgendoli in un effettivo processo partecipativo coerente con l’idea di evoluzione che abbiamo descritto.

In Italia dubito che si possa fare qualcosa dato che il cambiamento che auspichiamo è un problema politico prima che di architettura. La speranza è che il Padiglione Italia, utilizzando una comunicazione diversa e un po’ meno elitaria ma capace di agire su più livelli, possa contribuire a rafforzare l’impatto della ricerca anche nel nostro Paese.

Per affrontare il problema del cambiamento climatico, è importante non tanto fare dei progetti visionari quanto allargare la piattaforma di coloro che possono contribuire, coinvolgendoli in un effettivo processo partecipativo

La locandina di Comunità Resilienti

La locandina di Comunità Resilienti

Lei ha dichiarato che il Padiglione Italia piuttosto che una mostra sarà un laboratorio di ricerca che si avvarrà del contributo di diversi co-curatori in una modalità che colpisce da subito per essere partecipativa e inclusiva. Ci può raccontare qualcosa di più a riguardo?

In questo momento possiamo parlare delle idee e delle strategie del Padiglione Italia ma, purtroppo, dobbiamo aspettare la conferenza di presentazione per i contenuti di dettaglio e i nomi degli invitati nelle diverse sezioni.

La mostra, coerentemente all’idea di exaptation, è pensata per acquisire funzioni e contributi diversi e sarà oltretutto una comunità-test, un laboratorio e un centro di ricerca perché, poter studiare i fenomeni delle comunità resilienti in un contesto di visibilità così importante come quello della Biennale, è un’occasione che non possiamo perdere. Per fare questo ho ritenuto indispensabile scegliere dei co-curatori che, con i rispettivi team, mi affiancheranno nel lavoro anziché concentrare la curatela su di me.

Un’altra cosa che possiamo dire e che si evince anche dal video, è che nella realizzazione del padiglione abbiamo operato in economia, analogamente a quanto avviene in natura. Abbiamo preso il padiglione di Milovan Farronato per la Biennale d’Arte del 2019 e abbiamo cooptato funzionalmente ciò che si trovava già sul posto per rispondere a degli obiettivi contingenti ma anche ad altri che si sono via via presentati come scenari inaspettati all’inizio. Quindi anche in questa misura siamo stati coerenti e devo dire che la cosa ha funzionato.

Nella realizzazione del padiglione abbiamo operato in economia, analogamente a quanto avviene in natura. Abbiamo preso il padiglione di Milovan Farronato per la Biennale d’Arte del 2019 e abbiamo cooptato funzionalmente ciò che si trovava già sul posto

Il sito web comunitaresilienti.com ha la forma di un manifesto programmatico e un logo particolarmente seducente. Quest’ultimo rappresenta una sorta di creatura aliena, metà cefalopode e metà centro urbano che si uniscono in un pugno. È impossibile non riconoscere la citazione del simbolo di un movimento di protesta per i diritti degli afroamericani reso immortale da Tommie Smith e John Carlos, i due atleti statunitensi che sul podio olimpico di Città del Messico nel 1968 si presentarono col celebre pugno alzato. Qual è il senso di questo riferimento?

Il riferimento immediato è proprio quello anche se, storicamente, quel pugno ha rappresentato vari movimenti. Non è per una volontà di schierarsi politicamente quanto piuttosto per richiamare all’importanza dell’attivismo. In questo momento non possiamo, infatti, pensare di estraniarci dalla società o di non esserne parte attiva in quanto diversità, apertura della società e diritti civili sono legati, come dicevamo, alla resilienza per la loro capacità di ampliare il nostro potenziale.

Con questo logo, che contiene la pianta del Padiglione rappresentandola come una struttura urbana, vogliamo evidenziare la possibilità che esista un’architettura intrinsecamente ecologica e che quindi la città compatta possa essere cooptata funzionalmente per ricostruire il legame con la natura. L’idea del cefalopode nasce dal fatto che non volevamo rappresentare tutto questo in modo reificato, utilizzando ad esempio un alberello, un fiore o della città dei grattacieli, quanto piuttosto qualcosa che andasse al di là dei paradigmi che ormai ci dominano perché la natura è qualcosa di molto più complesso della semplice promozione della sostenibilità.

Sono convinto che un’architettura non al di fuori degli ecosistemi sia possibile e che questo non comporti il sacrificio della nostra creatività o comprometta la nostra idea di società di benessere. Un’architettura non più contrapposta alla natura ma parte integrante di essa. In fin dei conti questa è la più grande sfida, cui non siamo in grado dare risposte definitive, ma di cui vorremmo discutere.

Il logo di Comunità Resilienti

Il logo di Comunità Resilienti

la protesta degli atleti Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968

L’ispirazione del logo del prossimo Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia è la protesta degli atleti Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968.

Il logo: ispirazione e fattura

Il logo: ispirazione e fattura

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