Capire Alessandro Mendini tornando a casa (la sua da bambino) - CTD
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Davide Gallina

20 febbraio 2019

Capire Alessandro Mendini tornando a casa (la sua da bambino)

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Tra opere di De Chirico e Balla, Casa Boschi Di Stefano è il luogo ideale per afferrare il talento multiforme del designer morto a 87 anni

Chi è Alessandro Mendini. Questa domanda mi è sempre circolata per la testa, per anni. Ovviamente sappiamo tutti collocarlo tra le anime potenti del design italiano, ma appena vogliamo indagare un po’ di più sulla figura e sulla persona tutto si fa articolato e sfumato. I contorni della sua professionalità sono labili ed espansivi ed è per questo che associarlo alla parola designer è il modo migliore per non capirlo.

Negli anni, sin dai primi momenti in cui mi approcciavo a lui sui libri o stampando la faccia su qualche vetrina di casalinghi, ricondurre Mendini alla parola design mi ha portato addirittura a considerarlo lontano e distante da quella visione di design funzionale e industriale che mi ha sempre contraddistinto.

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Alessandro Mendini. Il designer è morto a Milano il 18 febbraio a 87 anni

Per vederci più chiaro, ho cominciato a camminare per quella Milano che lo ha cresciuto e lo ha portato ad essere il Mendini che conosciamo. La prima tappa mi spinge diretto in edicola. Il pensiero va subito a una parte centrale della sua vita e quindi mi ritrovo ad acquistare Domus e Casabella. Sfogliare oggi queste riviste è molto differente rispetto al finire degli anni Sessanta e poi ai Settanta, periodo in cui Mendini si ritrova, per sua stessa ammissione, in maniera repentina e inaspettata, alla guida di queste autorevoli riviste.

Intanto cammino verso il Politecnico. Piazzale Leonardo da Vinci mi accoglie e mi fermo a pensare a un’intervista che Mendini diede anni or sono. Ricordo le parole esatte: “Se non fosse stato per Gio Ponti che, al termine della laurea al Politecnico, mi disse di gettare al vento disegni e insegnamenti del Politecnico stesso, non mi sarei avvicinato mai alla scrittura”. Qui capisco subito che il fare spasmodico che molti progettisti hanno (ammetto di esserci caduto alcune volte) diventa una zavorra della quale Mendini si libera subito per lasciare spazio all’osservazione, all’analisi e, infine, al racconto del modello di abitare. Risultato: direttore di Casabella, fondatore di Modo e poi direttore di Domus.

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Casabella, diretta da Mendini dal 1970 al 1976

Mi sento più tranquillo, forse capisco di essere sulla strada per comprendere meglio chi sia. Mi tornano alla mente i suoi distintivi e riconoscibili disegni, il suo tratto così identificativo: così comunicativo e poco tecnicista. Non poteva che essere così, non poteva che essere uno strumento comunicativo ed espressivo. Dopo le parole, il disegno è mezzo per esprimere la propria visione. Chiunque abbia visto la produzione di disegni di Mendini capisce quanto sia distante dal progettista che abbiamo nella mente. Quei disegni sono intimisti e profondamente comunicativi di una sensazione, di un’immagine e di un’idea che, un giorno, potranno diventare anche prodotti. Una specie di dipinto della propria visione su quel progetto.

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Alighiero Boetti e Alessandro Mendini per Alessi

I miei pensieri corrono e mi accorgo che il racconto di un uomo che viene associato a quelle che si chiamavano arti applicate è in realtà meglio associabile alle arti visive. La poltrona Proust per Cappelini e il cavatappi per Alessi cominciano a essere leggibili; la decorazione sta nel progetto e non è relegata a decoro.

Tutto questo mi spinge in un luogo magico, ultimo tassello della mia passeggiata. Casa Boschi Di Stefano. Vi dico che lo stupore di aver scoperto che Alessandro Mendini è cresciuto tra queste mura del Portaluppi lascia presto spazio a una specie di risoluzione del nostro percorso. Chiunque abbia camminato lungo i pavimenti di quel palazzo, le scale, guardato le violacee finestre e attraversato le stanze del’appartamento sa di cosa sto parlando. In una traversa di Corso Buenos Aires la famiglia Boschi Di Stefano aveva creato uno dei crogiuoli dell’arte contemporanea della Milano pre e post guerra. Qui, nel susseguirsi delle stanze, potete essere sommersi da ogni tipo di produzione artistica: De Chirico, Carrà, Balla, Fontana, Sironi.

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Casa Boschi Di Stefano a Milano, dove visse da bambino Alessandro Mendini

Nel palazzotto progettato dall’architetto Portaluppi passano i più grandi esponenti della scena artistica del Novecento lasciando in quel luogo una moltitudine di pezzi che formano ora una delle più preziose collezioni d’arte milanesi. Il pensiero torna a un Mendini bambino che per anni, come lui stesso ha dichiarato, ha assorbito tutta quella potenza espressiva fino a rimanerne schiacciato.

Fermo in una di quelle stanze mi accorgo di aver capito: i De Chirico davanti ai miei occhi si alternano all’immagine che ho del cavatappi di Mendini per Alessi. Mi rimetto sull’ascensore, seduto sul novecentesco panchinetto ribaltabile, e adesso so perfettamente che chiamarlo designer è riduttivo e forviante. Torno verso casa sapendo che la puntinata decorazione della sedia Proust per Cappellini è la quintessenza di Alessandro Mendini.

Riversare quella capacità di osservazione e interpretazione della realtà che aveva sviluppato, attraverso forme e segni, in un progetto, lo ha portato ad andare oltre i confini dell’oggetto stesso; il quadretto multicolore che sfuma sui contorni baroccheggianti fino a fondersi con il circostante ne è la prova.