Alfonso Femia: "La responsabilità in architettura è tutta dell'architetto" - Cieloterradesign
menu
Vincenzo Bernardi

25 Maggio 2020

Alfonso Femia: “La responsabilità in architettura? Tutta dell’architetto”

Share:
alfonso_femia-architettura-covid19

“Il lavoro è collettivo, ma conservare l’obiettivo spetta al progettista”

L’architettura? “Un patto invisibile: con le persone che abitano le mie case, lavorano nei miei uffici, studiano nelle mie scuole, vivono i brani di città che ridisegno”, dice Alfonso Femia. E la responsabilità di questo patto, aggiunge, non può che assumersela l’architetto: “Se qualcosa non funziona, non è colpa di altri. Se non riesci a fare, non è colpa di altri”.

Con Femia, fondatore dell’Atelier(s) internazionale che porta il suo nome, abbiamo parlato di pandemia, di distanziamento fisico che non deve diventare distanza sociale, della generosità dello spazio nella progettazione, del ruolo dell’architettura in questo tempo difficile in cui, forse, dagli architetti ci si aspettavano più idee, o di altro tipo rispetto al fiorire di progetti di mascherine e pannelli divisori in plexiglass.

Le misure di distanziamento stanno imponendo limiti molto forti alla possibilità di stare insieme. Nei suoi progetti emergono una grande attenzione alla socialità e desiderio di collettività. Quanto può fare l’architettura per rafforzare il senso di comunità e di appartenenza?

Il giornalista Simone Cosimi in un articolo pubblicato di recente su Wired mette a fuoco la variabile più significativa introdotta dal Coronavirus, lo spazio. Cosimi cita tra gli esempi quello della compagnia aerea americana low cost Frontier e della sua opzione More Room: per viaggiare “distanziato” comperi il posto vuoto centrale a 39 dollari. Lo spazio sarà un nuovo lusso. A “il tempo è denaro” di baconiana memoria si sta per affiancare ora “lo spazio è denaro”. Se la necessità di spazio è un’esigenza per evitare il contagio, la mancanza di spazio è l’esito di una bulimica politica di iper-consumo immobiliare che si estende a tutti i contesti di fruizione collettiva. Perché più persone nello spazio di una fanno guadagnare più soldi. Ho sempre inteso l’architettura come una sfida progettuale per creare spazi aperti e generosi (non tristemente vincolati a una manualistica di sfruttamento) proprio per favorire la socialità in ogni situazione possibile. La distanza fisica non inibisce la socialità e si tratta di un’esigenza temporanea, non sappiamo dire quanto tempo occorrerà, ma non vivremo sempre a un metro e mezzo di distanza, senza scambiarci un abbraccio o una stretta di mano e con la mascherina. Anzi è la mancanza di un adeguato spazio prossemico che può ostacolare un approccio spontaneo tra persone che non si conoscono molto o affatto. Allora, mi vien da dire, questa storia della “distanza” è un grande imbroglio, una contraddizione in termini tra le parole fisico e sociale. Se i luoghi del lavoro della cultura, dell’educazione, fossero stati pensati realmente a misura d’uomo, oggi sarebbe possibile rispettare la prescrizione della distanza fisica semplicemente attraverso la responsabilità personale.

alfonso_femia-architettura-covid19
Scuola a Legnago (Verona), progetto Atelier(s) Femia. Foto Diorama

Il suo studio si è aggiudicato da poco due concorsi per la progettazione di due scuole – una in Italia e una in Francia – in cui si attribuiscono grande importanza all’utilizzazione di spazi esterni per la didattica. Una configurazione che alla luce di quanto stiamo vivendo appare molto interessante anche in tema di contenimento del contagio da Covid19. Ce le può raccontare?

Il tema della scuola condivide ben poco con la pandemia, se non per la quarantena che ha costretto gli studenti. Il motivo per cui il “liberi tutti” non abbia incluso anche il ritorno a scuola è l’esito di scelte politiche certamente di estrema cautela, ma anche di disattenzione alle esigenze della fascia più giovane, forse perché meno produttiva della popolazione. Una scelta in parte dipendente dall’inadeguatezza degli edifici scolastici, in totale contraddizione con le indicazioni del Miur (del 2013) che propongono spazi modulari, facilmente configurabili e in grado di rispondere a contesti educativi sempre diversi, ambienti plastici e flessibili, funzionali ai sistemi di insegnamento e apprendimento più avanzati. Verde, spazi collettivi, corti interne e zone porticate sono i punti focali del progetto della scuola di Legnago, primo classificato a un concorso indetto dal Comune. Un edificio che potrà essere utilizzato in orari e per parti differenti, con spazi didattici flessibili, adattabili secondo le esigenze. Anche le aule potranno essere configurabili in modo diverso, assemblandosi in spazi maggiori secondo le necessità didattiche per adattarsi a gruppi più o meno numerosi, separate da pareti mobili che consentono di raddoppiare lo spazio didattico accorpando le aule contigue. Se la scuola fosse già costruita oggi, i bambini di Legnago ci potrebbero tornare, fare un’intensa vita sociale, rispettare il distanziamento fisico acquisendo una consapevolezza diversa nei confronti della Covid e dell’idea di futuro. Il progetto di Annecy è un centro di ricerca che fa parte di un campus universitario, con la stessa sensibilità per il tema della generosità dello spazio. Il progetto, anch’esso primo classificato di un concorso promosso dal Département Haute Savoie, assume la spazialità come determinante distributiva. Abbiamo immaginato e proposto un edificio poroso, permeabile sia percettivamente che fisicamente, in cui gli spazi aperti sono parte integrante dello spazio didattico, coinvolgendo il tessuto urbano e la dimensione paesaggistica. L’architettura, ancor più per la formazione, deve essere una educazione sentimentale alla realtà, di cui dobbiamo ritornare ad essere responsabili in maniera positiva. Lo spazio di soglia che si estende su fronti e altezze multiple e il vuoto centrale, la corte sono le anime dell’edificio nei quali confluiscono il raccordo dei percorsi e delle pause. Anche qui gli studenti potrebbero già ritornare in totale sicurezza. 

Se i luoghi del lavoro della cultura, dell’educazione, fossero stati pensati realmente a misura d’uomo, oggi sarebbe possibile rispettare la prescrizione della distanza fisica semplicemente attraverso la responsabilità personale

alfonso_femia-architettura-covid19

Responsabilità e generosità sono due termini che lei utilizza molto. Ce li può spiegare in relazione al progetto di architettura?

A gennaio di quest’anno è uscito un libro di Paul Ardenne, un noto accademico francese che si occupa di arte e architettura, è il racconto del mio percorso professionale. Il titolo è “I’m an architect” e indica la mia assunzione di responsabilità nel ruolo di architetto e processo progettuale, anche se le figure sono molte (committente, enti autorizzativi, imprese…). Il dialogo e non il conflitto tra gli attori di questo processo deve nutrire e guidare il progetto e la responsabilità di questo non può che assumersela l’architetto. Progettare è un’esperienza incredibile, crei dove nulla c’era, trasformi, manipoli, demolisci costruisci. Se qualcosa non funziona, non è colpa di altri, se non riesci a fare, non è colpa di altri, anche laddove gli episodi specifici lo dichiarano. Come architetto, immagino il progetto e cerco il percorso migliore per realizzarlo nel modo il più coerente possibile al mio pensiero, bilancio i compromessi necessari, e conservo l’obiettivo. In fondo è come stringere un patto invisibile con le persone che abitano le mie case, lavorano nei miei uffici, studiano nelle mie scuole, vivono i brani di città che ridisegno. È un lavoro di team e pertanto è una responsabilità comune di un gruppo di persone che oramai da molti anni condivide questo approccio al progetto e alla “battaglia” da fare, che non è individuale o per il “nostro” progetto, ma sta nel concepire ogni atto per la collettività, anche se il committente è privato, perché la realtà, il contesto, il paesaggio, il territorio appartiene a tutti. La responsabilità e la generosità sono strettamente connesse. La generosità non è un parametro mercificabile, è un’attitudine mentale alla condivisione, al non accontentarsi della prima soluzione, a non confondere le etichette per valore, a non compiacere la committenza, ma ad aiutarla a comprendere e a cambiare idea quando sia necessario. Ogni mio progetto segue queste linee guida sottese e tutta la mia squadra lavora in questo modo. È uno sport di combattimento, come dice il mio amico e compagno di viaggio Rudy Ricciotti, dove la battaglia non è un atto egoistico o individuale, ma collettiva e sentimentale.

Anche se le figure sono molte, dal committente agli enti autorizzativi fino alle imprese, il dialogo e non il conflitto tra gli attori di questo processo deve nutrire e guidare il progetto e la responsabilità di questo non può che assumersela l’architetto

alfonso_femia-architettura-covid19
Maison d’Action Publique presso l’Università di Annecy, progetto Atelier(s) Femia

Costruire una scuola è un atto fondativo, un genere di prima necessità per una società. Una scuola “aperta” contribuisce a formare una società aperta?

Bisogna comprendere cosa significa società aperta. All’inclusione etnica? All’accoglienza della diversità? Quando mi accosto al progetto di una scuola penso prima di tutto a cosa potrebbero desiderare i ragazzini, penso a quelli che ho intorno. Penso a chi ha famiglie fragili alle spalle, all’eterogeneità che è un arricchimento incredibile, esaltato a parole, negato nei fatti. Penso di dover costruire qualcosa che insinui un sorriso negli studenti quando ci arrivano la mattina. Provo a fare in modo che la scuola sia un paesaggio interattivo con la città, non un’immobile quinta scenica, senz’anima. La “società aperta” è fatta dalle persone, il progetto della scuola è un contributo personale che trascende gli aspetti professionali dell’architettura. Il mio obiettivo è che ogni architettura costruisca un paesaggio nel paesaggio.

alfonso_femia-architettura-covid19

Le scuole scandiscono il ritmo della convivenza civile e infatti si fa di tutto per tenerle aperte anche in tempo di guerra perché danno il senso che la vita va avanti e costituiscono una speranza per il futuro. Noi abbiamo iniziato ad avere comprensione di cosa significasse la pandemia a partire dalla chiusura delle scuole. Lei come ha vissuto quel momento? Ha pensato che qualcosa sarebbe potuto cambiare per sempre? 

La quarantena è stata complicata per tutti, anche per chi l’ha vissuta bene e lavorando. So che è banale da dire, ma l’essere umano è tale in relazione agli altri esseri umani e la capacità di connettersi non supplisce alla fisicità del vivere. Certo che alcune cose non torneranno più come prima. Non sono però sicuro che siano le più importanti. Non so quanto abbiamo imparato o quanto, semplicemente, abbiamo accettato di mutare abitudini meccanicamente. Mi vien da pensare, in questo ingresso alla cosiddetta fase 2, che stiamo vivendo un enorme riflesso pavloviano collettivo. È presto per dire se qualcosa cambierà per sempre, intendo di temi fondativi, non di riflessi condizionati. Non bisogna avere ansia di trovare la soluzione definitiva subito, in quanto questa è delegata alla scienza, ma occorre capire cosa e come cambiare in funzione dell’impatto psicologico che tutto questo inevitabilmente porta in ognuno di noi e che può e deve essere l’occasione per ricercare l’equilibrio e un futuro possibile. Dobbiamo coscientemente e consapevolmente rinunciare, abbandonare qualcosa per immaginare e costruire un futuro che sia in dialogo con la nostra storia.

alfonso_femia-architettura-covid19

Architetti e pandemia. La sensazione generale è che i progettisti facciano fatica a indicare soluzioni pratiche e infatti finora quelle che sembrano più efficaci sono arrivate non da architetti. Pensiamo a Paesi come l’India o altri cosiddetti in via di sviluppo dove si sono attuate misure di distanziamento negli spazi pubblici disegnando per terra cerchi che indicano la distanza di sicurezza da tenere.  È ancora troppo presto oppure la pandemia evidenzia la crisi di una architettura orientata al mercato privato che ha pensato più a modelli di consumo che di convivenza trascurando la città? 

Semplicemente non è affare degli architetti, se non partecipare o indirizzare il dibattito nel verso giusto. Non trovo neppure divertente l’output degli architetti e designer che propongono improbabili soluzioni per le piazze e i parchi, perché maschera la mancanza di un pensiero serio e ponderato che viene sostituito da nonsense progettuali per riempire i siti di riviste e giornali. Occorre distinguere il gioco dei dispositivi dalla seria responsabilità degli spazi collettivi e intimi che hanno bisogno di pensiero e azioni progettuali. La crisi dell’architettura è un’altra bella espressione che piace molto a chi non fa architettura, ma ne parla e ne scrive soltanto. C’è architettura buona e meno buona, visione e mancanza di visione. La responsabilità, visto che di responsabilità abbiamo parlato, è certamente di architetti, di pubblico e di committenti privati, ma anche di chi parla di architettura con un linguaggio che la allontana da chi vuole semplicemente goderne. E senza il confronto con chi ne fruisce, certo che l’architettura entra in crisi. La somministrazione di una porzione di città, di un edificio diventa un atto di violenza, se non c’è condivisione. Occorre cambiare i paradigmi ed essere seri e sinceri, non cinici e ipocriti. Lo stato di emergenza della società e del rapporto con l’ambiente era chiaro da tempo, ma non abbiamo voluto ascoltarlo. Siamo ancora culturalmente ed emotivamente distanti tra le nostre stesse espressioni positive dei risultati che la scienza e la tecnologia ci ha portato al 2020 e la coscienza di noi stessi, dell’idea contemporanea di comunità. Ci allontaniamo da troppo tempo dalla dimensione reale che ci appartiene e ci muoviamo per percezioni, dimensioni virtuali, di connessioni e oggi di isolamento, ma in fondo abbiamo in sintesi perso ogni rapporto con il tempo, di cui, seppur infinitesimamente, siamo espressione. Occorre dare il senso alle parole come atto di progetto e di condivisione. Preferisco immaginare e voler ricominciare e non ripartire da dove ci siamo fermati. Ricominciare (rinnovare) mette in atto un rapporto con il tempo nelle sue diverse dimensioni, che prende coscienza e consapevolezza di ciò che è successo, di ciò che non abbiamo compreso o voluto comprendere sino ad oggi. 

Non trovo neppure divertente l’output degli architetti e designer che propongono improbabili soluzioni per le piazze e i parchi, perché maschera la mancanza di un pensiero serio e ponderato che viene sostituito da nonsense progettuali per riempire i siti di riviste e giornali

alfonso_femia-architettura-covid19

In un suo recente post su Facebook lei parla dei giovani come “il vero futuro” che stiamo trascurando. In questo periodo anche il tema della riapertura delle scuole è stato dibattuto esclusivamente in relazione al lavoro dei genitori che con le scuole chiuse sarebbero vincolati a rimanere a casa. Non si pensa ai ragazzi, al fatto che stiano rinunciando a una parte fondamentale della loro crescita eppure ci stanno dando dimostrazione di una grande capacità di adattamento a volte realizzando il paradosso di saperne di più dei loro stessi insegnanti facendogli da guida in un mondo digitale da questi finora ignorato. Quanto sono importanti i giovani nel suo lavoro?

Molto, ora e sempre. Nel mio studio l’età media si aggira intorno ai 35 anni, dunque ci sono molti architetti e ingegneri appartenenti ai millennials o alla genY. Per me il confronto è con tutti, non c’è gerarchia nel pensiero e l’arricchimento si misura anche nell’entusiasmo dell’inesperienza, nella voglia di imparare e di crescere. Per questo, con loro parlando di architettura, parlerò sempre di tempo, del senso delle parole, di fragilità, di sentimento, di sguardo, di comunità, di generosità.