Alvar Aaltissimo: ecco perché la satira è rimasto il modo più efficace per comunicare l'architettura - CTD
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Ludovica Proietti

9 Febbraio 2021

Alvar Aaltissimo: ecco perché la satira è rimasto il modo più efficace per comunicare l’architettura

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Intervista a Fabrizio Esposito, classe 1993, autore della pagina che con ironia tira fuori le magagne dell’architettura

Arguto, leggero, polemico con ironia. Alvar Aaltissimo è il personaggio di fantasia dietro l’omonima pagina esplosa in questi mesi di emergenza Covid-19. Una pagina per fare satira sull’architettura e gli architetti in maniera serissima e costruttiva, attraverso i progetti che lo stesso Aaltissimo firma e propone al suo pubblico di quasi diecimila follower su Facebook. L’ultimo, pubblicato due giorni fa, è quello del Parlamento girevole, la struttura che permette a onorevoli e senatori di cambiare comodamente scranno a seconda del “sentimento politico”. Prima c’era stata Vaccinia, la città partorita dalle cronache dei padiglioni a primula ideati da Stefano Boeri su mandato del commissario Domenico Arcuri. Abbiamo rivolto qualche domanda alla mente che ha partorito questa archistar immaginaria. Fabrizio Esposito, classe 1993, è un architetto napoletano che ha studiato a Milano. Nel suo curriculum c’è un’esperienza nello studio OMA di Rem Koolhaas a Rotterdam.

Chi è Alvar Aaltissimo e perché ha scelto di fare satira sull’architettura?

Alvar Aaltissimo nasce come pagina di meme in un momento in cui i meme non erano poi così diffusi, men che meno nelle pagine di architettura. Tutto parte dalla mia passione per i fotomontaggi e per quel tipo di immagini leggere, in certi casi anche stupide, che però fanno riflettere. Ho legato tutto questo all’architettura, che è la mia professione, ed è nato Alvar Aaltissimo. Il nome è arrivato per caso. Non ho un legame con Alvar Aalto più forte di quello che può avere qualsiasi altro architetto (sorride, ndr): mi faceva ridere l’idea, un modo per ironizzare sulla figura dell’archistar intesa come un dio sceso in terra. 

All’inizio la pagina non aveva un gran seguito, che cosa è successo poi?  

La svolta è avvenuta nel momento in cui ho iniziato a fare satira attraverso progetti immaginari. Pradate, per esempio, che già nel nome mette insieme la Milano della moda e la provincia lombarda profonda. Neanche questa di fare satira attraverso progetti immaginari, in realtà, è stata un’idea premeditata: è venuta per caso e poi è cresciuta perché ci ho preso gusto. In genere non programmo nulla: se non mi viene un’idea non pubblico e se me ne vengono tre in un giorno le pubblico tutte e tre. Non amo certe logiche di programmazione che finiscono per far calare l’interesse del pubblico verso una pagina.

In genere non programmo nulla: se non mi viene un’idea non pubblico e se me ne vengono tre in un giorno le pubblico tutte e tre. Non amo certe logiche di programmazione che finiscono per far calare l’interesse del pubblico verso una pagina.

Ti sei ispirato a qualcuno in particolare per i tuoi progetti satirici?

Un riferimento imprescindibile è di sicuro il Superstudio, una vera folgorazione che risale ai tempi dell’università e da cui cerco di prendere in prestito la capacità di partire da un problema e risolverlo senza scendere ai compromessi economici e progettuali che gli architetti in genere devono accettare. Però se parliamo di ispirazione in senso ampio, devo dire che nel mio immaginario non ci sono architetti, ma due cantanti, un critico d’arte e Magritte. Certo, da studente oltre al Superstudio ho amato Chipperfield, Libera, Moretti. Ho lavorato da OMA a Rotterdam e Koolhaas mi ha segnato profondamente, ma non inserirei mai queste figure tra i miei punti di riferimento. Un architetto, secondo me, deve guardare fuori dalla propria sfera e avere riferimenti che non siano altri architetti. Progettare una canzone, o un cruciverba, non è tanto diverso dal fare architettura. Progettare è importante per quello che vuoi raccontare.

Amo il Superstudio, Chipperfield, Moretti, Libera. Ho lavorato a OMA e Koolhaas mi ha segnato profondamente. Ma nessuno di questi è un riferimento per me. Un architetto deve guardare fuori dalla sua sfera e avere riferimenti che non siano altri architetti

Qual è il progetto di Alvar Aaltissimo che riflette meglio i problemi dell’architettura contemporanea?

Il tema della provincia è forse quello che mi è più caro. Me ne sono occupato con Pradate, a cui ho lavorato con la pagina instagram @city_maybe. Coima, società che a Milano fa operazioni immobiliari importanti come il Bosco Verticale o Citylife, ha acquistato lo scalo di Porta Romana per tirare su il nuovo Villaggio Olimpico in previsione dei giochi invernali del 2026. Ora, io in questa cosa ci vedo un problema, il problema dell’effimero. Viviamo di operazioni immobiliari che nascono da eventi di pochi mesi, mentre l’architettura non è più in grado di dar vita a qualcosa che duri nel tempo. Prendiamo l’Expo, sempre a Milano: un enorme masterplan per un evento di sei mesi. Oggi, dopo neanche dieci anni, si bandiscono concorsi per decidere il futuro di quelle aree. Ecco, il nuovo Villaggio Olimpico rischia di diventare un’altra operazione basata sull’effimero proprio come Expo. Pradate nasce dall’ironia di innestare la provincia nella città fin dal nome, mutuato da Fondazione Prada e dal suffisso -ate tipico di tanti comuni lombardi. Pradate è la città di Prada, in una provincia immaginaria al centro di Milano. E infatti il masterplan non ha vetro né verde né uffici e centri commerciali o multisala, ma case basse, la chiesetta, il bar Il Ritrovo. Non ci sono musei perché l’attrazione è appunto la Fondazione stessa.

Viviamo di operazioni immobiliari che nascono da eventi di pochi mesi, mentre l’architettura non è più in grado di dar vita a qualcosa che duri nel tempo. Prendiamo l’Expo di Milano: un enorme masterplan per un evento di sei mesi. Oggi, dopo neanche dieci anni, si bandiscono concorsi per decidere il futuro di quelle aree. E ora il nuovo Villaggio Olimpico rischia di diventare un’altra operazione basata sull’effimero.

Pensi che la satira sia rimasto l’unico modo di comunicare l’architettura in un Paese che sembra curarsene poco e soltanto quando in ballo ci sono i soliti nomi celebri? 

Non so se è l’unico modo, posso dire che sicuramente sotto molti punti di vista funziona benissimo. Altri modi di comunicare l’architettura sul web non hanno avuto lo stesso riscontro. La satira sui social funziona più di lunghi articoli di critica, forse perché certi articoli sono dettati dal pregiudizio di chi li scrive o dal pressappochismo facile.

Il progetto della città di Vaccinia è attualissimo, come ti è venuto in mente? 

Non mi interessava entrare nel merito della questione se sia o meno importante vaccinarsi, quanto spostare il focus su come la questione viene comunicata. Usare la battuta tremenda “Ma Vacci, no?” è un modo per alludere alla banalità della primula. Ma è anche una critica alle scritte onomatopeiche del Werk12 di MVRDV, che senza quella grafica resterebbe un progetto come tanti e invece viene osannato proprio grazie a una soluzione puramente estetica. Altro riferimento di Vaccinia sono Sabaudia e la città d’epoca fascista in generale, che qui viene rivisitata in chiave pandemica. Ho voluto riprendere il concetto di città di fondazione, l’atto di spianare la natura per un intervento umano, effimero anche questo. L’ultimo riferimento è all’antica Grecia, all’agorà: ho ripreso le proporzioni del Partenone realizzando il padiglione delle vaccinazioni come un moderno tempio sulla cima della collina spianata e immaginando le siringhe come colonne. Vaccinia nasce anche come spunto di riflessione sui totalitarismi, ma è pure un modo per esprimere riserve sul fatto che  molto spesso l’architettura è usata come mezzo di espressione di un singolo. 

Vaccinia non è un modo per entrare nel dibattito sui vaccini. Mi interessava semmai far capire come molto spesso l’architettura è usata oggi come mezzo di espressione di un singolo.

Mi pare di capire che l’idea dei padiglioni vaccinali non è piaciuta ad Alvar Aaltissimo…

Non credo che sia compito dell’architettura rispondere a problemi sociali dell’ultim’ora. I tempi dell’architettura sono troppo lunghi perché possa diventare lo strumento per risolvere emergenze in maniera efficace. Oggi andiamo in cerca di un’architettura smontabile, quando invece progettare dovrebbe voler dire scavare, radicarsi. Non sono contrario agli allestimenti o alle operazioni effimere, ma constato che stiamo perdendo la capacità di vedere più in là di due settimane. Senza considerare poi che un architetto dovrebbe essere in grado di dare una struttura alla realtà e invece negli ultimi trenta-quarant’anni il progetto si è legato molto al disegno e all’immagine tralasciando, appunto, quella struttura che non è ingegneria ma forma del pensiero, narrazione, idea, risoluzione tecnica, composizione, comunicazione…

I tempi dell’architettura sono troppo lunghi perché possa diventare lo strumento per risolvere emergenze in maniera efficace. Oggi si va in cerca di un’architettura smontabile, quando invece progettare dovrebbe voler dire scavare, radicarsi.

Pensi di essere per l’architettura quello che Propaganda Live è per la politica?

Non ho mai seguito assiduamente Propaganda Live, ma non ti nascondo che in più occasioni ho tentato di far arrivare i miei progetti al programma, senza successo. Forse ci accomuna il fatto di essere ambedue forme di satira pop, anche se io ho molta paura di scadere nella banalità e nella ripetitività, motivo per cui le pubblicazioni sulla pagina Facebook non seguono un calendario preciso. Di sicuro, la realtà mi dà tanti spunti per continuare a dire la mia in maniera ironica. Lavorare in tv, comunque, mi piacerebbe.

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L’incontro di Stefano Boeri e Renzo Piano ispirato a una nota copertina dei Pink Floyd

Quale futuro vedi per la tua pagina?

Non ho progetti a lungo termine, non ne ho mai avuti e questo fa parte della mia filosofia. Certamente continuerò a divulgare i progetti di Alvar Aaltissimo finché mi divertirò a pensarli, rimanendo sempre fedele a quello che faccio ora. A un certo punto ho iniziato a vedere una certa responsabilità in quello che pubblico. E quindi se attraverso questa piattaforma sarò ancora tra i pochi che riescono a portare l’architettura a un pubblico più ampio, mi impegnerò per farlo sempre con contenuti all’altezza. Sono in contatto con diverse realtà per espandere il progetto. C’è un verso di Dante che amo moltissimo, è quello sull’amor “che move il sole e l’altre stelle”. Finché sarò guidato dall’amore per quello che faccio, continuerò a farlo.

Ultima domanda: quanto è alto Alvar?

Aaltissimo!

Nella foto grande, il Parlamento girevole con il premier incaricato Mario Draghi