Amir Issaa e Greg Jager: perché un writer finisce in galleria - CTD
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Amir Issaa e la Tempesta di Greg Jager: perché un writer finisce in galleria

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La prima personale del visual artist partito dal trainbombing raccontata da un pioniere

Fino all’8 dicembre è visitabile alla Galleria 206 di Bari la prima personale di Greg Jager, Tempesta. Abbiamo scritto più volte di questo visual artist partito dai graffiti e arrivato con il suo astrattismo maturo a una forma di urban art contemporanea. Ma che cosa è la Urban Art? Prova a rispondere nel testo critico che accompagna la mostra – e che pubblichiamo – Amir Issaa, storico rapper e writer romano appartenente ai collettivi Rome Zoo e TRV, attento osservatore della creatività urbana e co-fondatore della piattaforma creativa The Hasib Posse.

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di Amir Issaa

Negli ultimi anni siamo stati spettatori di un fenomeno che molti inquadrano superficialmente sotto l’etichetta Urban art, spesso intesa come pratica di decoro urbano. Questa definizione è anche fin troppo inclusiva e ingloba al suo interno una moltitudine di declinazioni, ma parlando di arte urbana nella sua ampiezza dovremmo includere tutte le modalità non autorizzate.

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Ne è passato di tempo da quando i primi writer newyorkesi come A One, Lee Quinones, Rammellzee, Crash, Toxic, Daze e Futura 2000 hanno iniziato a dialogare con le gallerie d’arte e i musei (Arte di frontiera. New York Graffiti a cura di Francesca Alinovi, Galleria d’Arte Moderna di Bologna, 1984), e non a caso i più eclettici sono ancora in attività e hanno quotazioni di alto livello sul mercato. Quelli che semplicemente hanno spostato il loro playground dai treni alle tele senza un processo evolutivo, molto probabilmente fanno più fatica a fare emergere la propria personalità.

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La domanda a cui non sarò io a dare una risposta è la seguente: “Ha senso trasferire un pezzo dal suo habitat naturale, che sia un muro o un treno, sulla parete di una galleria d’arte o di un museo?”. L’inganno del super-ego legato indissolubilmente all’essere un writer ha portato intere generazioni a creare un corto circuito artistico in cui la credibilità e la purezza vengono apprezzate all’interno della scena dei graffiti più del risultato finale. È un discorso comprensibile dal punto di vista dell’affermazione personale, ma non può e non deve diventare una gabbia che limita l’uso della creatività.

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Greg Jager è tra gli artisti Italiani che con naturalezza stanno seguendo il flusso di questo processo evolutivo, senza nessuna ipocrisia e ben coscienti del ruolo che hanno nel mondo dell’arte contemporanea. L’assidua pratica del trainbombing ha trasformato i desolati depositi di treni in vere e proprie palestre di sperimentazione dello stile. L’atto di dipingere sui vagoni in yard è un rituale che Greg Jager ha praticato negli anni con l’esigenza di evadere dalla realtà, alla ricerca di un luogo dove poter esprimere la propria estetica senza alcun filtro imposto dall’alto. È proprio questa condizione che lo ha trascinato dalle yard allo studio. Ma in questo passaggio qualcosa cambia: lo shift da spazio pubblico a privato pone nuove condizioni che lo spingono alla ricerca di una formula visiva in grado di dialogare con contesti galleristici e museali.

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L’uso ragionato dello spray nelle sue opere sancisce questo eterno legame e ne è ormai un tratto distintivo, e anche se utilizzato in minima parte è un aspetto che non può sfuggire agli occhi di chi ha una certa sensibilità. Le sue strutture danno l’idea di trovarsi davanti ad un caos stilistico, ma si percepisce sempre molto bene la non casualità in cui emerge un legame con il mondo digitale. Come una tempesta che con violenza risucchia al suo interno tutti gli elementi che si trova davanti, e li trasforma in qualcosa di nuovo decostruendo e ricostruendo la realtà, attraverso infinite possibilità, lasciando allo spettatore l’onore e l’onere di trovare una chiave di lettura, ammesso che ce ne sia solo una.

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Nella sua ricerca si nota il recupero di tematiche legate alle avanguardie storiche – come il Futurismo, il Dadaismo, il Bauhaus, il Costruttivismo Russo e la Cinetica – rielaborate alla luce delle ricerche artistiche più recenti, quali l’astrattismo contemporaneo di El Tono, Clemens Behr, MOMO, Boris Tellegen, Jason Revok, Felipe Pantone per citarne alcuni – con l’intento di abolire ogni frontiera tra graffiti writing e arte contemporanea.

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Greg Jager è riuscito a fondere la sua passione per l’astrattismo con un’attitudine ed una tensione emotiva che non può prescindere dall’aver dipinto per anni in situazioni estreme, e ora che l’illuminazione non è più quella fioca di un lampione nelle ore notturne ma è quella delle luci continue del suo studio, è riuscito a dare giustizia a quello che è l’obiettivo comune di ogni artista: “Lasciare un segno indelebile in ogni condizione”. Che ci sia il sole o davanti a una tempesta, Greg Jager ha metabolizzato le notti fredde passate in strada ed ha maturato oggi un nuovo linguaggio che trasmette una risposta emotiva senza tradire il suo background.