Perché la cucina in comune tra più appartamenti è il futuro, dice Anna Puigjaner
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Claudia Coppa

12 Novembre 2020

Meno privacy (e sprechi), più condivisione. La casa di domani ruota intorno alla cucina

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La spagnola Anna Puigjaner disegna case per diminuire gli sprechi e aumentare la socialità. Come avveniva in passato in varie parti del mondo

Se doveste scegliere un ambiente di casa da condividere con altri, sconosciuti inclusi, quale sarebbe questa stanza? Secondo uno studio condotto dall’architetto spagnolo Anna Puigjaner, uno studio premiato con il Wheelwright Prize 2016 della Harvard University Graduate School of Design, questo spazio è la cucina, che Puigjaner ha trasformato nel fulcro di un progetto dedicato alle nuove frontiere del co-living, la Kitchenless Home.

Membro e cofondatore dello studio MAIO con sede a Barcellona e a New York, Anna Puigjaner ha deciso di analizzare lo stile di vita contemporaneo in giro per il mondo per approfondire in particolare due aspetti, quelli legati agli sprechi e alla socialità. Le persone, infatti, conducono gran parte della propria vita al lavoro e trascorrono il resto del tempo libero in casa, producendo grandi quantità di rifiuti e consumi e limitando, specie in questi mesi di emergenza sanitaria, sempre di più le interazioni umane.

Viaggiando grazie ai fondi messi a disposizione dal premio, l’architetto ha potuto analizzare il ruolo della cucina collettiva e condivisa in diverse parti del mondo, cogliendo il senso di questo spazio che nei secoli ha visto cambiare molto il suo ruolo all’interno delle abitazioni, passando da luogo della servitù e dei cuochi ad ambiente immancabile, che ha unito il suo destino a quello del living dando spesso vita a un unico ambiente.

Iniziando in Senegal, spostandosi poi nel Sud-Est asiatico e in Scandinavia per finire in Sud America, la Puigjaner ha esplorato i modelli di cucina condivisa in piccole e grandi comunità. In alcuni casi, questo ambiente diventa il punto di riferimento e di aggregazione, in altri crea opportunità di lavoro, in altri ancora  rifugio e accoglienza per i più poveri.

Un altro esempio analizzato è quello degli “Hotel per famiglie” di inizio secolo, luoghi dove, grazie a un appiglio legale, la cucina poteva essere esclusa dalle abitazioni permettendo la realizzazione di molte più unità all’interno di uno stesso edificio: qui  la preparazione degli alimenti avveniva in un solo spazio condiviso.

Questa organizzazione portò a generare un forte rapporto comunitario, incoraggiando forme di condivisione. In molti paesi quest’esperienza si è persa con l’avanzata dell’industrializzazione e l’emancipazione delle classi meno abbienti, ma oggi che una nuova economia è sorta sulla base dello sharing, potremmo assistere a un’inversione di marcia.

Puigjaner, dopo il suo viaggio studio, ha trasfuso il senso di quanto esplorato nei propri progetti di interni, disegnando cucine che, pur all’interno di abitazioni destinate a un solo nucleo familiare, sono pensate per la condivisione. Ne è un esempio 110 Rooms. Si tratta di un edificio a Barcelona di cinque piani pensato con stanze riconfigurabili nel tempo a seconda delle esigenze degli inquilini che cambiano. Al pian terreno, quattro appartamenti sono formati ciascuno da cinque camere connesse senza funzioni preassegnate né corridoi: qui gli inquilini possono decidere la destinazione di ciascuno spazio al di fuori della cucina, collocata in posizione centrale come un punto di ritrovo e condiviso.

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