Anne Mérienne, il mio porta-oggetti in vetro ispirato alle vecchie biglietterie - CTD
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Ludovica Proietti

29 Giugno 2021

Anne Mérienne, il mio passa-oggetti in vetro ispirato alle vecchie biglietterie

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Design e manifattura di Murano in un pezzo che racconta il nostro tempo “senza ottimismo né pessimismo”

Anne Mérienne è una giovane designer francese classe 1992. Si laurea in Design del prodotto e degli spazi alla ESAD (Ecole Supérieur d’Art et de Design) di Orléans nel 2017 e alla fine dell’estate dello stesso anno si trasferisce a Roma, dove comincia un tirocinio presso Studio Algoritmo. Qui, ha la chance di progettare sotto la direzione di Alessandro Gorla, in compagnia dei colleghi Bianca Putotto e Andrea Sainato. Fino al 2019 si occupa anche di scenografia, graphic design e packaging design. Partecipa e vince diversi concorsi nell’ambito del design sociale e artistico, finché, nel 2020, torna in Francia, a Parigi, e comincia a lavorare nel Groupe Cider, nell’interscambio con l’Italia. Nel 2021 vince il concorso indetto dalla Biennale di Venezia Artefici del nostro Tempo, nella categoria Vetro da realizzare con il progetto Uno alla Volta.

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In che modo sei arrivata alla partecipazione al concorso?

Mi interessava molto la possibilità di realizzare la mia opera in vetro, in collaborazione con i maestri vetrai di Murano. Ero partita senza pretese, avevo pensato al progetto dopo il primo lockdown. In quel periodo facevo progetti principalmente di grafica e packaging, ma il prodotto faceva parte del mio background ed era al centro dei miei studi in Italia. Avevo vissuto esperienze super interessanti nel mondo del design industriale e provavo in realtà a partecipare a molti concorsi che mi aiutassero a tenere la mente allenata da questo punto di vista.

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Con che idea sei arrivata a partecipare?

Mi trovavo alla fine del primo lockdown, e, come suggeriva il titolo del concorso, ho provato a capire come possiamo co-abitare in questo nuovo tempo post-pandemia. Il mio oggetto è il racconto di come possiamo relazionarci senza un contatto diretto. Ho pensato a un passa-oggetti che avesse la particolarità di chiudersi da una parte mentre si apriva dall’altra, in modo tale da proteggerci ma al contempo metterci in relazione. È anche una riflessione più intima sul nostro tempo, perché racconta di come, per quanto proviamo ad aprirci agli altri, per forza di cose dobbiamo chiuderci, per la salute di tutti. Il modo di comunicare è sicuramente cambiato, la fiducia è minore.

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Anche i riferimenti formali possono essere letti a livelli differenti.

Sì, ho scelto di caratterizzare l’oggetto con una forma morbida e accattivante ma allo stesso tempo architettonica, come gli archi e le cupole italiane del Rinascimento. Mi sono venute in mente le biglietterie delle stazioni, dove per passare un oggetto attraverso il vetro si usano cassetti o compartimenti stagni, e l’ho combinato a questa idea di “uno alla volta” che nel periodo del lockdown è stato un chiodo fisso per le poche attività che si potevano compiere fuori dalle nostre abitazioni. In realtà, ero partita con l’idea di voler fare qualcosa di più grande, una micro-architettura in cui immergersi, ma per la complessità del materiale mi sono detta di non esagerare (sorride) e ho scelto di rimanere nella piccola scala. 

Questo oggetto è il racconto di come possiamo relazionarci senza un contatto diretto. Ho pensato a un passa-oggetti che avesse la particolarità di chiudersi da una parte mentre si apriva dall’altra, in modo tale da proteggerci ma al contempo metterci in relazione. È anche una riflessione più intima sul nostro tempo, perché racconta di come, per quanto proviamo ad aprirci agli altri, per forza di cose dobbiamo chiuderci, per la salute di tutti.

A proposito di vetro, come è stato portato avanti il lavoro?

Non è stato sicuramente semplice, nonostante possa sembrare così. Avevo pensato di ricorrere a stampi. Dunque il pezzo interno, più piccolo, e quello più grande si sarebbero dovuti incastrare perfettamente in modo tale che l’interno fosse retto dall’esterno. Ma la realizzazione tramite la soffiatura del vetro non consente questo tipo di incastro: il pezzo grande non avrebbe retto quello piccolo. Con il mastro vetraio Eros Raffael abbiamo sviluppato nuovamente tutta la parte tecnica, in un processo di costruzione di pensiero tra design e artigianato. La forma non è dunque perfettamente cilindrica, trattandosi di un manufatto artigianale, ed è un perno completamente mascherato a sorreggere l’interno e a farlo muovere. Inoltre il taglio del vetro è avvenuto a freddo, e non trattandosi di una forma piana, era più fragile nella curvatura. I pezzi finali sono stati quattro, così da poter essere sostituiti in caso di rottura, ma fortunatamente nessuno si è rotto. Davvero un grande successo per me e tutti coloro con cui ho avuto la fortuna di collaborare.

Ti sei divertita?

Molto. Il primo giorno ho assistito alla soffiatura del vetro, mentre i giorni successivi abbiamo ritracciato  i dettagli e i vincoli tra le due parti, il momento più complicato. Prendersi la responsabilità del design finale vuol dire ripensare e rivalutare molte cose anche in seguito alle ovvie problematiche tecniche che la lavorazione artigianale comporta. Sono stata aiutata anche con le trame, con le trasparenze. Io volevo conservare l’opacità e il mistero, ma senza abbandonare la trasparenza del vetro. Grazie alla consulenza del mastro vetraio, siamo riusciti a ottenere un risultato molto elegante e sottile, che consentisse la visione delle due parti senza che questa fosse esplicita, tramite la presenza di una trama puntinata creata grazie a un misto di sabbie differenti che hanno reso più luminosa la parte interna e accentuato il contrasto con quella esterna. Questo è il tocco del mastro vetraio, ed è questa per me la cosa bella:  vedere le anime che hanno partecipato alla realizzazione di questa idea.

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Parlaci anche della scelta e della realizzazione di questi colori.

Inizialmente avevo pensato a colori completamente differenti, esternamente avevo scelto un verde avocado e internamente un beige che virava verso il rosa. Ho deciso di muovermi verso colori più contrastanti e più preziosi, richiamando la luce della speranza e il buio che la circonda. Alla fine della lavorazione, il contrasto dato anche dalla materia tra l’ambra dorata e un blu scuro quasi nero ha reso perfettamente l’idea che avevo in mente. Anche qui ho scelto di usare più livelli di lettura, che richiamassero il nostro tempo ma anche noi stessi. Il buio che viviamo ma la nostra luce intrinseca che sopravvive anche quando ci chiudiamo in noi stessi, come l’oggetto che da chiuso riluce dell’ambra del vetro interno. L’idea che all’interno di un periodo buio si possa ritrovare la speranza, la rinascita e con questa la sorpresa, come quando si trova l’oggetto all’interno delle due cupole.

Grazie al mastro vetraio, siamo riusciti a ottenere un risultato molto elegante e sottile, che consentisse la visione delle due parti senza che questa fosse esplicita, tramite la presenza di una trama puntinata creata grazie a un misto di sabbie differenti che hanno reso più luminosa la parte interna e accentuato il contrasto con quella esterna 

Questo oggetto è bello perché parla molto del nostro tempo.

Ho pensato a questo progetto perché raccontasse la nostra storia, una storia di presente buio e di futuro che comincia a svelarsi, sicuramente più pieno di speranza. Una storia né pessimista né ottimista, il racconto di  un presente che ci è apparso improvvisamente negativo e di un futuro che a poco a poco cominciamo a intravedere.

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Anne Mérienne con il maestro vetraio Eros Raffael

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