Antonio Aricò: con la Parlantina ho disegnato la Moka delle sedie
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Silvia Cosentino

10 luglio 2019

Antonio Aricò: “Con la Parlantina ho disegnato la Moka delle sedie”

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Il designer alle prese con l’archetipo della seduta da piazza del Sud Italia, che ha riportato nel mondo dell’artigianato

Classe 1983, designer onirico che traspone nei suoi progetti l’amore per la terra d’origine, Reggio Calabria, il Sud Italia e il Mediterraneo, così come il valore della cultura artigiana che scorre nelle sue vene, Antonio Aricò ci racconta l’ultima creazione, una sedia Parlantina realizzata per Pamono, un classico pieghevole recuperato dagli anni 70. Una sediolina di strada, figura archetipica, imprescindibile sostegno lombare nelle piazzette dei paesini italiani, che ha accompagnato innumerevoli partite a carte irrorate da bicchieri di liquore e dato un appoggio sicuro nei torridi pomeriggi estivi a intere generazioni. Presenza solida e durevole dal gusto un po’ nostalgico.

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Parlantina di Antonio Aricò, in vendita su Pamono

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Come mai un pezzo di questo tipo diventa l’elemento di ispirazione per una progettazione dal respiro contemporaneo? 

“Mi piace spaziare lavorando nel mondo dell’industrial design e dell’artigianato. In realtà ho lavorato per qualche anno in Bialetti, la mamma della Moka. Ho anche disegnato una caffettiera in porcellana e alluminio l’anno scorso (La Chicca). Ecco, per me l’archetipo della pieghevole è come la Moka per noi italiani. È la sedia di tutti. Disegnata da chi? Da tantissimi, ma sempre identica nella nostra memoria. Io ho semplicemente aggiunto delle parole sullo schienale e fatto un passo indietro… invece di farla produrre industrialmente la faccio realizzare sotto casa dalla mia famiglia a Reggio Calabria”.

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 Da cosa sei stato ispirato nel concepire un modello di sedia “parlantina”? 

“Sarò sincero, ho semplicemente unito l’approccio poetico o intuizione che potrebbe avere un bambino del Sud Italia alla strategia che stanno usando tanti brand di moda, vedi Pyrex, Supreme e Virgil Abloh con Off White. La definirei poesia ‘commerciale’ o ‘per la massa’, sono piccoli esperimenti che ogni tanto mi piace fare… come se avessi un laboratorio di Ricerca e Sviluppo interno che mi permette di investigare su tematiche particolare. Inoltre Pamono mi ha aiutato per quanto riguarda la logistica e la distribuzione”.

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L’industria italiana nella maggior parte dei  casi è ‘umana’ e ‘umanista’. Son convinto che rappresentiamo già il perfetto equilibrio tra i due mondi. Dobbiamo solo imparare a vendere bene questo ‘equilibrio’ a un pubblico internazionale

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Perché ‘dare voce’ a una sedia?

“Il design ha comunicato e comunica sempre con mezzi diversi. Sono operazioni viste e riviste ma credo che oggi il design debba comunicare più con parole e con mezzi vicini al mondo intero, e non con forme o stilemi concettuali e poco rassicuranti. Non so se sia dovuto alla crisi economica o all’introduzione dei social network… Sembrerebbe un impoverimento dell’approccio alla disciplina, in realtà è bellezza: sempre più persone possono esprimersi e comprendere un mondo che per anni è rimasto nella sua micro bolla elitaria. Quindi il dare voce alla sedia è l’atto primordiale della comunicazione di una sedia stessa. Io sedia comunico con te non perché sono ‘di design’, ma perché ti sto parlando!”. 

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Ho semplicemente unito l’approccio poetico o intuizione che potrebbe avere un bambino del Sud Italia alla strategia che stanno usando tanti brand di moda, vedi Pyrex, Supreme e Virgil Abloh con Off White. La definirei poesia ‘commerciale’ o ‘per la massa’

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Le scritte disponibili per ciascun modello

Ci sono valori che intendi comunicare al tuo pubblico tramite questo oggetto? 

“Semplicità, qualità, ironia e storia, poi viene la bellezza”.

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Quanto ha inciso per te il tuo essere un designer che viene dal Sud nel concepire un prodotto di questo tipo?  

“Tantissimo. Infatti era un’idea nel cassetto da anni, ma ho pensato di farla partire ad hoc con Pamono per l’evento di Edit Napoli. All’inizio volevo chiamarla sedia Napoletana  e metterci parole in dialetto, ma per adesso vediamo la versione più basic… poi chissà!”.

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Che valenza ha per te il mantenimento dell’equilibrio nel rapporto produttivo tra processo artigianale e processo industriale? Credi che uno debba prevalere sull’altro?

“Secondo me in Italia siamo tutti artigiani grandi o piccoli… L’Italia è già brava a raccontarsi come Madre dell’Artigianato. Specialmente nell’ambito moda e design. L’industria italiana nella maggior parte dei  casi è ‘umana’ e ‘umanista’. Son convinto che rappresentiamo già il perfetto equilibrio tra i due mondi. Dobbiamo solo imparare a vendere bene questo ‘equilibrio’ a un pubblico internazionale. Cosa che già accade, ma si può fare di meglio!”.

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