Antonio Aricò al Design Match: è l'empatia emotiva a fare il design - CTD
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Paolo Casicci

17 gennaio 2019

Antonio Aricò: nessuna macchina darà mai al design l’empatia emotiva

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Il creativo a Design Match per sostenere le ragioni degli analogici: “La tecnologia è quantità e velocità, ma la selezione la fa l’uomo”

Ha dato poesia al vetro, alla ceramica e al legno, che è e forse resterà la materia prediletta perché arriva da una storia familiare che ha scolpito all’ultima Milano Design Week in uno degli allestimenti più apprezzati della rassegna, Una stanza, realizzato con Editamateria, che metteva al centro in chiave quasi ascetica gli arredi essenziali per vivere. Ha lavorato per marchi storici del design e del made in Italy, da Alessi a Barilla passando per Seletti, portando con sé una concezione innovativa del design e dei rapporti tra i creativi e le aziende. Progetta pezzi e collezioni in cui ironia e gioco scaturiscono dal guizzo creativo tipico della migliore tradizione italiana. E della tradizione italiana interpreta il filo principale: quello che lega l’artigianato – il nonno ha una falegnameria a Reggio Calabria – all’innovazione.

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Antonio Aricò nella falegnameria con il nonno artigiano

Abbiamo rivolto qualche domanda ad Antonio Aricò, classe 1983, calabrese di nascita e attivo da Milano in tutto il mondo. Al Design Match Analogici Vs Digitali, Antonio sosterrà le ragioni dell’analogico insieme a Silvana Angeletti, mentre Marcello Coppa della start up Gellify difenderà il digitale.

Qual è il gesto/comportamento digitale a cui non puoi rinunciare?

“Fotografare, filmare, conservare raccontare con l’aiuto del cellulare. Archiviare. La confusione delle foto e dei video sul mio telefono oggi rappresenta il mio principale archivio database: un mélange di ricordi e di idee. Un contenitore utilissimo, un ‘brainstorming’ che si aggiorna minuto per minuto e che, con la giusta chiave di lettura può essere utilizzato per ideare nuovi immaginari, collezioni e quindi oggetti”.

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Una stanza, l’allestimento di Antonio Aricò all’ultima Milano Design Week, Ventura Centrale

Come la tecnologia ha cambiato il tuo lavoro?

“Lo ha cambiato in quantità e velocità. Prima fare ricerca era un momento del progetto, adesso è una costante in mutazione e divenire. Feeds continui che si aprono davanti agli occhi e che stimolano interconnessioni creative continue”.

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Una stanza, l’allestimento di Antonio Aricò all’ultima Milano Design Week, Ventura Centrale

Hai mai pensato che un giorno il tuo lavoro potrebbe essere inutile, non richiesto più da nessuno, sostituito da un robot?

“MAI. Anzi non sono stato mai preoccupato di essere copiato da un uomo figuriamoci da una macchina. L’empatia emotiva del progetto è un’attitudine progettuale indispensabile per la salvaguardia del metaprogetto e quindi del progetto. E noi italiani abbiamo una vocazione naturale a essere ‘creativi’. Forse se gli italiani diventeranno bravi a progettare e disegnare dei robot corriamo questo rischio… ma credo che vedremo prima il teletrasporto dei robot italiani!”.

Il progetto a cui sei più affezionato?

“Una piccola calabrisella in ceramica disegnata per Alessi e l’Expo di Milano nel 2015 ispirata a un piccolo feticcio popolare e ornamentale appartenente ad identità folkloristiche ormai in decadenza nella mia terra natale, la Calabria”.

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Una rivisitazione del pupo calabrese, souvenir progettato da Antonio Aricò per il festival Materia a Catanzaro

In che cosa vorresti tornare indietro di anni, nel tuo lavoro?

“Se tornassi indietro mi piacerebbe rifare tutto, le cose belle e anche gli errori, per farlo meglio e più in grande, e parlo anche degli errori! Sono la cosa più utile nel processo creativo ed evolutivo di un artista”.
In che cosa vorresti essere più avanti di anni, nel tuo lavoro?

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Antonio Aricò, classe 1983, laurea al Politecnico, ha lavorato per brand storici

In che cosa vorresti essere più avanti di anni, nel tuo lavoro?

“Nel selezionare e raccontare quello che faccio e che ho fatto. Sono sempre in corsa nel cercare di aggiornare i miei racconti, perché accadono tante cose e velocemente e vorrei tarare la velocità del racconto con la velocità delle cose che accadono. Anche sei in realtà è proprio il bello di raccontare, solo con questa lentezza riesco a modificare le mie chiavi di lettura: interpretare e sognare”.

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