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Paolo Casicci

9 maggio 2016

Se Roma vuol riprendersi la sua grande bellezza

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Tre domande ad Alberto Fiorillo, promotore dell’Appia Day

 

“Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti… Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di un’opera d’arte: la Via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene”.

Così scriveva nel 1953 Antonio Cederna nell’articolo I Gangsters dell’Appia per Il Mondo. In sessantatré anni nulla è cambiato. Anzi, l’Appia Antica, la regina viarum che il mondo invidia a Roma e all’Italia, è sempre più alla mercé delle automobili. Domenica, il primo Appia Day ha visto partecipare migliaia di romani e non, chiamati a raccolta da un cartello di associazioni, da Legambiente a VeloLove, per spingere il futuro sindaco della capitale, chiunque sarà, a prendere l’impegno di chiudere realmente al traffico la via.  Alberto Fiorillo, di Legambiente, è tra i promotori dell’evento.

Che cose chiedete, esattamente?

“Vogliamo assicurare un futuro diverso a uno dei luoghi più belli e suggestivi di Roma, l’Appia Antica, che è anche uno dei luoghi dove si manifesta in maniera chiara l’incapacità di Roma di valorizzare al meglio i suoi beni più preziosi, rendendoli fruibili per i cittadini e i turisti di tutto il mondo. L’area dell’Appia Antica è un museo a cielo aperto e l’antica consolare è un museo essa stessa. Attualmente, invece, è trattata da banale strada di scorrimento, perché gli amministratori capitolini da decenni consentono alle macchine di passarci sopra, addirittura sull’antico basolato di 2300 anni fa. La pedonalizzazione dell’Appia è un modo per ricordare ai romani, alle istituzioni e ai turisti che cosa può essere quel luogo (per altro uno dei tratti più belli del Grab, il Grande Raccordo Anulare delle bici della capitale) e come potrebbe diventare la città quando diventa capace di gestire le proprie ricchezze e potenzialità”.

Chi avete già dalla vostra parte o siete riusciti ad avere grazie anche all’Appia Day?

“Dalla nostra parte abbiamo sicuramente tantissimi cittadini. In decine di migliaia hanno partecipato l’8 maggio all’Appia Day, la festa per restituire completamente alla città il museo a cielo aperto dell’Appia Antica. Decine di associazioni sono determinate nel chiedere che l’Appia Antica diventi il laboratorio di una nuova Roma che sa valorizzare il suo passato, guardando al futuro, alla qualità ambientale e alle potenzialità economiche e turistiche che una città più sana, moderna, vivibile può offrire. Ed è interessante che il ministro dei Trasporti e delle infrastrutture sostenga dall’inizio il progetto Grab, che non è solo una ciclovia, ma uno stimolo alla rigenerazione urbana, alla riappropriazione di spazi pubblici marginali o trascurati, a una mobilità nuova. Prima i ministri dei lavori pubblici parlavano solo di grandi opere, non sempre utili, Mentre ora si fa strada l’idea che la grandezza di un’opera pubblica deriva dalla sua utilità e dalla capacità di generare green economy, green jobs, cambiamenti sociali, ambientali e culturali positivi”.

A quali altre zone di Roma può essere esteso il sogno di pedonalizzazione?

“Il centro storico di Roma dovrebbe diventare un’area totalmente car free, dove ci si muove con i piedi, il trasporto pubblico, le bici, lo sharing. Ma non si tratta di intervenire solo sul salotto buono della città. Bisogna creare isole pedonali anche ai bordi del cuore del centro, restituendo alle piazze la loro funzione di agorà, trasformandole da luoghi di scontro in luoghi d’incontro”.