"Aprire le porte di Roma non basta, per Open House inizia la fase più ambiziosa" - CTD
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Paolo Casicci

16 maggio 2019

“Aprire le porte di Roma non basta, per Open House inizia la fase più ambiziosa”

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Il direttore Davide Paterna dopo il successo dell’ottava edizione: “Da evento annuale a mappatura permanente delle opportunità creative. Coinvolgeremo chi vuol condividere questo percorso”

Da rassegna che apre le porte di architetture pubbliche e private altrimenti inaccessibili a osservatorio delle potenzialità architettoniche inespresse della Capitale.  È l’anno della maturità piena per Open House Roma. Mai come quest’anno l’associazione ha dimostrato di saper penetrare nel territorio romano destando l’interesse trasversale di cittadini e istituzioni, con una quantità di luoghi aperti dal centro alla periferia in continuo aumento come i volontari che permettono alla rassegna di prendere vita. Un successo che pone davanti a una scelta obbligata: mutare pelle per continuare a crescere, senza perdere il senso originario della missione. Abbiamo chiesto al direttore Davide Paterna che cosa può diventare nel futuro prossimo Open House Roma.

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La Vela di Santiago Calatrava

In otto anni siete passati da organizzazione che “apre le porte” di luoghi altrimenti inaccessibili a qualcosa che detiene una sorta di mappatura delle possibilità (culturali, architetturali) della capitale. E sappiamo quanto sono preziose oggi le mappe, perché ci fanno sapere dove ci troviamo ma anche, e soprattutto, dove possiamo andare. Come pensate di capitalizzare questa sorta di infrastruttura e questa ricchezza che avete accumulato nel tempo?

“Open House raggiunge il suo scopo non solo nell’apertura degli spazi nel canonico week end annuale, ma soprattutto nello stimolare in migliaia di persone l’esigenza permanente di sentirsi partecipi delle trasformazioni passate e in atto nella città, e di attivarsi quali stakeholder in quelle future. In questa fase storica più che mai è necessario che una parte della città, quella formatasi nell’idea di una città-agorà aperta e inclusiva ma anche proattiva e consapevole delle trasformazioni in atto, si senta in dovere di esprimere la propria idea di futuro. Ancora non c’è una mappatura di questa parte di città, ma solo una serie di mappe parziali che ogni anno si esauriscono nelle nostre pubblicazioni. Per poter arrivare a realizzare una mappatura-infrastruttura che diventi strumento a disposizione di chi ha interesse a promuovere la crescita culturale e lo sviluppo dell’economia creativa, c’è bisogno di implementare e approfondire il nostro lavoro. Forse è arrivato il momento di pensare a una fase due, a un allargamento del gruppo di lavoro e al coinvolgimento di sostenitori direttamente interessati”.

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Lost and Found, via Arimondi, Portonaccio

Forse è arrivato il momento di pensare a una fase due, a un allargamento del gruppo di lavoro e al coinvolgimento di sostenitori direttamente interessati a creare una mappatura-infrastruttura che diventi strumento a disposizione di chi vuole promuovere la crescita culturale e lo sviluppo dell’economia creativa

Anche Rooms, il progetto editoriale che avete lanciato in partnership con noi di Cieloterradesign vuole essere un osservatorio delle possibilità e delle criticità: che sviluppi possiamo attenderci da questa iniziativa?

Rooms è un progetto a cui teniamo molto perché segna l’inizio di una nuova strategia di consolidamento di quest’esperienza urbana in cui siamo immersi da anni. Della storia di Roma si continua e si continuerà a scrivere, quando invece poco si racconta della sua vita contemporanea, se non attraverso le pagine di cronaca. Partendo sempre dai luoghi attraverseremo puntata dopo puntata la città che oggi conosciamo, così come non la conosciamo ancora. Per noi è la prima avventura editoriale (chissà, forse ne seguiranno altre…) e la sinergia che abbiamo attivato, oltre che preziosa per il contributo di stimati professionisti, lo è ancor di più in quanto testimonia una convergenza di forze su obiettivi comuni”.

L’ex GIL di Montesacro

Rooms è un progetto a cui teniamo molto perché segna l’inizio di una nuova strategia di consolidamento di quest’esperienza urbana in cui siamo immersi da anni. Della storia di Roma si continua e si continuerà a scrivere, ma poco si racconta della sua vita contemporanea, se non attraverso le pagine di cronaca.

Da più parti si sono ascoltati commenti, anche qualificati, che sottolineavano quasi la funzione di supplenza di OHR rispetto, per esempio, alle istituzioni o ad altre realtà para-istituzionali dalle quali ci si aspetterebbe un lavoro simile al vostro. Quali sono i vostri rapporti con le istituzioni? 

“La trappola populista è dietro l’angolo quando si pensa di mettere sullo stesso piano istituzioni e realtà private. Quello a cui siamo interessati è costruire canali di collaborazione che ci vedano partecipi nell’individuazione e nel raggiungimento di un interesse pubblico. È con questo spirito che negli ultimi due anni soprattutto siamo riusciti a ritagliarci un dialogo con alcuni assessorati della Regione Lazio e altri di Roma Capitale. C’è interesse sul nostro lavoro anche se si fa un po’ fatica a individuare un modello di collaborazione tra le istituzioni deputate e una realtà privata che si propone scopi istituzionali. L’intenzione di sperimentare c’è, speriamo solo che appuntamenti elettorali o eccessive prudenze non interrompano prematuramente un percorso che potrebbe svilupparsi positivamente e costituire un esempio da replicare per altri soggetti come noi, e finalmente aprire il campo a contesti di collaborazione pubblico-privato che contemplino una partecipazione allargata. Per completare la risposta, abbiamo avviato da anni un buon rapporto con la Fondazione MAXXI e la Soprintendenza di Roma e vorremmo ripristinarlo con l’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia con il quale da un anno e mezzo non riusciamo a porre le basi per un dialogo costruttivo, con nostro grande dispiacere”.

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Biblioteca Lateranense a Roma, King Roselli Architetti Associati

Che cosa diciamo a chi si è chiesto che cosa è Open House Roma, come si mantiene e chi lavora per questa realtà? 

“Open House Roma è prima di tutto un gruppo di dieci persone aggregatesi intorno a un progetto, ma Open House Roma è anche uno dei tanti progetti dell’associazione Open City Roma, della quale le stesse persone sono associate.
Tutti i membri di Open City fanno altri lavori o studiano, tanti sono architetti, altri comunicatori, una è attrice. Bandi pubblici, sponsor e contributi liberali dei tanti sostenitori che aderiscono alla nostra campagna annuale ci hanno permesso di fare quello che facciamo, anche se tutto questo non è mai abbastanza. Open House Roma in particolare, nonostante le apparenze, è un progetto che fatica a trovare una sua sostenibilità economica e su questo punto riteniamo sia arrivato il momento di cercare alleanze che ci aiutino a stabilizzarci e ad affrontare sfide ancora maggiori”.

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Atelier di Fabio Lenci

Dall’ultimo cartellone è emersa per la prima volta l’iniziativa di alcune realtà che hanno provato a fare gruppo, cosa rara a Roma. C’era già il Mandrione District, quest’anno è arrivato pure il Marconi District che è nato mettendo insieme realtà diverse, singole. Segnali di inversione di rotta in una città come è noto riottosa a fare sistema, a lavorare in rete? Ci sono altri esempi simili?

“Vero e non vero. Roma è una città dove si ‘fa gruppo’, continuamente. Ci si incontra continuamente e continuamente si scambiano esperienze. E questo è molto importante perché si genera uno spazio permeabile alle idee e al contagio. È chiaro che si parla di un raggrupparsi informale, più dettato da esigenze di socializzazione che di strategia economica. Sono pochi, forse nessuno, i distretti che in questa città si possano dire veramente strategici, dove la strategia è supportata da finalità formalizzate e da investimenti condivisi. Noi consideriamo certamente necessario che Roma faccia un passo in avanti nel costruire un sistema per l’economia creativa ma è chiaro che c’è bisogno di un ruolo propulsivo delle amministrazioni locali e, direi, una loro auspicabile convergenza su obiettivi di medio-lungo raggio. Open House Roma è sicuramente un’opportunità di visibilità per chi come Mandrione District o Marconi District lodevolmente impiega risorse di ogni tipo per emergere dalla frammentazione diffusa, ma è con il festival Creature, che quest’anno arriverà alla terza edizione, che abbiamo aperto un focus sulla creatività a Roma e sulle possibilità di sviluppo in questa città”.

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Villa Farnesina

Non è vero che a Roma non si fa gruppo: ci si incontra continuamente e continuamente si scambiano esperienze. E questo è molto importante perché si genera uno spazio permeabile alle idee e al contagio. È chiaro che si parla di un raggrupparsi informale, più dettato da esigenze di socializzazione che di strategia economica.

Siete l’espressione locale di una realtà internazionale, una fondazione nata a Londra: come funzionano i rapporti con la casa madre? Sono informati delle iniziative locali? Si è mai pensato, a Londra o nelle varie sedi locali, di sviluppare un coordinamento internazionale? E l’ipotesi di un coordinamento delle Open House italiane non sarebbe intrigante, nel Paese dell’architettura contemporanea negletta? 

“È attivo un coordinamento da parte di Open House Worldwide, l’associazione guidata da Victoria Thornoton, ideatrice di Open House, che si concretizza in un report e in convegno biennale a cui partecipano i rappresentanti degli eventi, che si scambiano esperienze e si confrontano su possibili sinergie. A questo proposito con Open House Milano e Torino abbiamo iniziato a fare sistema su diverse questioni organizzative e procedurali al fine di ottimizzare i tempi e l’impiego di risorse. Ora che arriva anche Open House Napoli, i cui organizzatori sono anche nostri amici, potremmo aspirare a costituire un’associazione nazionale volta anche a dare impulso all’urgente richiesta di reinvestire nella buona architettura in questo Paese”.

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Davide Paterna

Il luogo di OHR che più emoziona il direttore Paterna è…?

“Mi ha emozionato molto parlare alla conferenza inaugurale davanti agli architetti, ai gestori e proprietari dei luoghi aperti, agli sponsor e alle istituzioni che hanno permesso la realizzazione di OHR19, tutti seduti nella Sala Vanvitelliana della Biblioteca Angelica, luogo di straordinaria enfasi, tempio della conoscenza, ma soprattutto una delle prime biblioteche pubbliche al mondo: accessibile e dalla grande qualità architettonica, come noi desideriamo sia l’architettura nel futuro di questa amata città”.