Archeopittura, la mostra che indaga l'arte di un solo colore | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

19 settembre 2019

Archeopittura, la mostra che indaga l’arte di un solo colore

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Al Contemporary Cluster di Roma l’accostamento coraggioso tra una collezione di opere color field painting e reperti etruschi, in collaborazione con l’Accademia d’Ungheria

Ci sono almeno due ragioni per andare a scoprire la mostra Archeopittura che inaugura questa sera aprendo la terza stagione della galleria Contemporary Cluster di Roma. La seconda ragione è che una volta tanto la cornice non è meno importante del quadro.

Da un lato c’è un allestimento originale, che sotto la curatela di Giacomo Guidi, direttore artistico della galleria di via dei Barbieri, accosta a una preziosa collezione di dipinti monocromatici tra il New York Radical Painting Group degli anni Ottanta, il Color Field Painting e la Pittura concettuale ungheresi, una serie archeologica fatta di reperti soprattutto etruschi del territorio laziale.

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Marcia Hafif

Dall’altro – ed è la cornice che già vale la visita – emerge un filo narrativo frutto della collaborazione tra antico e contemporaneo, pubblico e privato, locale e internazionale. Una collaborazione come a Roma vorremmo vederne di più.

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Marcia Hafif

Archeopittura nasce dall’incontro tra Contemporary Cluster e l’Accademia d’Ungheria, realtà vivace nel panorama culturale della capitale, che qui si mette in gioco affidando al curatore le opere di una importante collezione privata, la Antal-Lusztig, perché diano vita a un corto circuito concettuale con l’archeologia.

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Günter Umberg

“Mi è stato proposto proprio dall’Accademia di ospitare questa collezione che comprende opere di Joseph Marioni, Marcia Hafif, Phil Sims, Jerry Zeniuk, Frederic Matys Thur, Günter Umberg e include un quadro a olio grigio di dimensioni ridotte, realizzato da Gerhard Richter“, racconta Guidi. “Non ho avuto dubbi ad accettare l’invito, ma a condizione che potessi sviluppare un filo particolare, che ho poi tradotto in Archeopittura”.

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Günter Umberg

In che cosa consiste dunque questa intuizione curatoriale dell’Archeopittura? “Tutti gli autori delle opere esposte sono archeologia nel senso etimologico del termine, perché si misurano con un genere che vuole andare oltre la rappresentazione e in qualche modo inseguire un’idea di assoluto, come fece Malevic col Quadrato bianco su fondo bianco nel 1919. La monocromia è anche un mondo frequentato non soltanto dall’arte, ma dal design e dalla moda, e insieme una tendenza con una storia lunga e in rigenerazione costante. Non c’è artista che non l’abbia attraversata, è quasi un passaggio obbligato. C’è la monocromia di Mario Schifano, quella di Tano Festa e Sergio Lombardo. E, ovviamente, ci sono gli Achromes di Piero Manzoni, le tele ricoperte di caolino senza colore. La monocromia è un po’ uno Stargate. Volevo che questo aspetto emergesse con forza, evitando una mostra che fosse soltanto la celebrazione di autori e opere di grande valore. E l’Accademia, grazie alla sua direzione illuminata, è stata al gioco”.

Jerry Zeniuk

Jerry Zeniuk

Il dialogo cercato, Guidi lo trova nell’archeologia vera e propria: “Le pitture sono accostate nella mostra a reperti che simboleggiano la storia della nostra civiltà: un sarcofago, fregi, ciotole, coppe. Oggetti d’uso, funzionali, destinati alla sepoltura. La ragione del corto circuito è che noi siamo abituati a pensare ai reperti come a oggetti monocromatici, quando invece sappiamo benissimo che marmo e bronzo erano colorati. Viceversa, la contemporaneità insegue la monocromia che è lo stadio in cui il passato ci ha consegnato la sua memoria. Per questo in mostra accostiamo gli artefatti antichi alle tele, ovvero quel che ora ci appare incolore ma che, originariamente, era vivacemente colorato, e ciò che aspira a essere colore puro. A questo impianto, il professor Giorgio Verzotti, esperto di monocromia, e Andrea Pancotti de La Sapienza, specialista di archeologia, hanno dato conforto con i loro testi critici che accompagnano la mostra”.

Ma archeologia e monocromia, in questo caso, rimandano anche alla trasversalità dei linguaggi, al mix and match di generi, stili ed epoche che sono il senso dell’avventura alla base di Contemporary Cluster e delle realtà che di volta in volta la galleria sposa. “Siamo felici” dice Guidi “che questo filo sia stato colto dall’Accademia d’Ungheria, attiva da tempo con i new media e le performance e lontana dai contesti polverosi in cui realtà simili rischiano di finire. Un’istituzione culturale che ha scelto invece la via della sperimentazione”.

Archeopittura, inaugurazione 19 settembre 2019, ore 19, Contemporary Cluster, via dei Barbieri 7, Roma