Architettura, la Biennale del Freespace, i padiglioni da non perdere - CTD
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19 luglio 2018

Biennale di Venezia e Freespace, i padiglioni nazionali da non perdere

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I messaggi politici di Belgio e Francia, la lezione originale della Thailandia. Guida alle installazioni tra Arsenale e Giardini

di Roberto Clever

C’è un filmato breve e compiuto come un apologo, all’ultima Biennale di Architettura di Venezia, che meglio di molti plastici e installazioni interpreta con efficacia (e il giusto sentimento) il senso del Freespace, il tema assegnato dalle curatrici irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara ai sessantatré Paesi e agli architetti ospiti.

Per vederlo, bisogna visitare nell’Arsenale il curioso padiglione thailandese Blissfully Yours, dal titolo di un fortunato film premiato a Cannes nel 2002. In poco più di un minuto scorrono le immagini del Mae Klong Railway Market, il mercato di Bangkok sorto sulle rotaie di una ferrovia. Ogni giorno, per otto volte, all’avvicinarsi del treno decine di bancarelle e visitatori si ritraggono con le merci per poi tornare a occupare quello spazio conteso, regolato da un patto non scritto e perciò di ferro che realizza un equilibrio precario e singolare.

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Particolare della brochure del padiglione della Thailandia

Architettura e generosità

È in spazi come questo – in cui i curatori thailandesi hanno individuato il loro Freespace – che l’architettura, anche quando non si esprime con un progetto ma è “soltanto” un’attitudine spontanea, è chiamata ad adempiere al proprio mandato: far sì che tutti i membri di una comunità possano vivere un luogo secondo le proprie esigenze e aspirazioni e nel rispetto degli altri. Il che è, almeno in parte, il senso che Farrell e McNamara hanno dato allo “spazio libero” quando, nel Manifesto diffuso l’anno scorso, hanno usato parole come generosità (la “generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda”) e citato Jørn Utzon e la sua seduta di cemento coperta di piastrelle all’entrata del Can Lis, a Maiorca, “modellata perfettamente sul corpo umano per il suo comfort e benessere”.

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Yvonne Farrell e Shelley McNamara, curatrici della Biennale di Architettura 2018

Un messaggio politico

Il caso thailandese del padiglione che per indagare la missione dell’architettura punta su un filmato e rinuncia agli strumenti classici, non è l’unico di questa Biennale, ma non è in realtà il più diffuso. L’edizione di Grafton, infatti, è sicuramente meno pop di quelle degli ultimi anni e segna piuttosto il ritorno a modalità espositive più convenzionali, fatte di plastici, disegni, modelli. Succede soprattutto alle Corderie dell’Arsenale, dove sono esposti i freespace degli studi di architettura invitati da tutto il mondo. Lo stesso fil rouge che le curatrici hanno chiesto agli ospiti di dipanare è stato interpretato in maniera talmente diversa che diventa impossibile desumere una linea di interpretazione unica. È anche per questo motivo che tra Arsenale e Giardini finiscono per saltare agli occhi e comunicare di più e meglio gli allestimenti per così dire “politici”, volti cioè a concepire il Freespace ora come uno spazio pubblico imprevisto all’interno di uno privato, ora come la ricomposizione spontanea (vedi il mercato thailandese) o per merito dell’architettura (vedi il progetto di riqualificazione del Corviale di Roma, firmato da Laura Peretti), delle ferite di un territorio o di una comunità.

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Il pavimento in ceramica di Granby Workshop, nato dall’esperienza dello studio Assemble. Nel Padiglione centrale ai Giardini

Perché così tante panchine

Con un filo di ironia, Oliver Wainwright ha scritto sul Guardian che questa di Grafton – lo studio di Farrell e McNamara – è “la Biennale delle panchine”. In effetti, “insieme agli enormi blocchi di marmo che Grafton ha trovato in deposito e portato accanto ai moli” scrive Wainwright, “ci sono tronchi d’albero dalla Spagna, divani in rattan intrecciati da Mumbai, sedili in pietra lucida dal Portogallo, panche imbottite in pelle da Leeds, sedili peruviani realizzati in casseforme di cemento armato (completi di prese per ricarica del telefono incorporate) e una panca modellata a mano col fango del Bangladesh”. Un abbondare di occasioni di riposo e refrigerio che, per il giornalista, è frutto dello “stressare” il mandato assegnato agli ospiti di immaginare architetture generose anche “in between”, ovvero in situazioni in cui uno spazio per la collettività non è previsto ma può e deve essere ricavato. Perché è proprio “in between” che la qualità della nostra vita si misura, in un mondo in cui gli spazi privati aumentano e le risorse naturali diminuiscono come mostra magistralmente il padiglione di Singapore dedicato a progetti di architetti e designer che hanno preso ispirazione dalla natura per creare luoghi utili e piacevoli.

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Il padiglione del Lussemburgo, un corridoio angusto per simboleggiare la scarsità di spazi pubblici nel Paese

In continuità con Aravena

In questo senso, la Biennale del Freespace è in continuità con quella di Alejandro Aravena. Se quest’ultima puntava a sviscerare gli aspetti sociali e culturali del progettare, le Grafton celebrano “l’abilità dell’architettura di trovare una nuova e inattesa generosità in ogni progetto, anche nelle condizioni più private, difensive, esclusive o commercialmente limitate”. Per questo non è sbagliato dire che il senso profondo del Freespace è politico. Perché politico è “l’invito a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo e di inventare soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta”.

Le piazze di Tirana

Prendiamo un altro padiglione con poca architettura e molta comunicazione come quello albanese, un percorso con una serie di porte sovrastate da centinaia di scatti fotografici appesi al soffitto e incorniciati che ritraggono le strade disordinate e vitali di Tirana. Zero space – il nome dell’allestimento – è una vera e propria rivendicazione di orgoglio dei curatori albanesi, la riproduzione degli spazi al pianterreno delle case che diventano piazze spontanee e mantengono nel tempo funzione e valore.

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Zero space è l’allestimento del padiglione albanese: ricrea gli spazi sociali al pianterreno delle abitazioni di Tirana

L’agorà del Belgio e i muri che cadono in Germania

Politico è anche il messaggio del padiglione belga, Eurotopie, un’altra piazza, blu come la bandiera europea, fatta di gradoni da attraversare da una parte all’altra per dare vita a quell’agorà che l’Europa in crisi non ha. Sui muri che cadono e le ferite da rimarginare si concentra l’allestimento della Germania Unbinding Walls, mentre l’Ungheria ricrea con Liberty Bridges il sogno dell’inclusione europea attraverso un ponte che conduce i visitatori in cima al padiglione. Il Lussemburgo, tra le altre cose, allestisce un angusto corridoio all’interno del suo allestimento per rimandare alla bassissima percentuale (8 per cento) di spazio pubblico rimasto nel Paese. Politico, e a suo modo poetico, è poi il progetto realizzato dalla Biennale con il Victoria and Albert Museum che riporta in vita un pezzo dei Robin Hood Gardens, il complesso di case popolari sorto a Londra negli anni 70 in stile brutalista e in corso di abbattimento.

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Eurotopie, l’allestimento del Belgio di una possibile agorà per l’Europa

Francia, il cantiere infinito open source

Il Freespace diventa esaltazione dell’impegno sociale – o, meglio, di come la socialità e l’impegno possono modellare e cambiare lo spazio – anche nel padiglione francese con Infinite Places, il racconto di dieci architetture abbandonate e riconquistate da cittadini che le hanno trasformate e ancora le trasformano in altro: studi, case, laboratori. Già il titolo del padiglione mette davanti a un bivio decisivo: Luoghi infiniti. Costruire edifici o luoghi?, incarnando il senso stesso di questa Biennale che indaga più la qualità del vivere che quella dell’edilizia.

Il padiglione è a cura dello studio Encore Heureux di Parigi, che rovescia il canone considerando qualsiasi progetto come un “non finito” e un’opera continuamente in divenire, open ended. È come se l’open source diventasse il metodo dell’architettura prendendo spunto da questi progetti di riqualificazione diffusi in tutta la Francia e datati tra il 1650 e il 1977. Qui al Freespace si aggiunge l’economia circolare, visto che l’allestimento è realizzato con gli stessi pannelli in legno del padiglione francese della Biennale d’Arte 2017, dimostrando la piena consapevolezza dei curatori di vivere il secolo della scarsità di risorse. E forse anche per questo motivo il padiglione francese è quello che più di tutti centra il bersaglio: Freespace come democrazia, qualità della vita e rispetto dell’ambiente.

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Infinite spaces è il padiglione Francese: la storia di dieci edifici modificati nel tempo dai cittadini, un inno all’open source e all’open end