Architettura del gioiello, gioielli di architettura | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

14 novembre 2017

Architettura del gioiello, gioielli di architettura

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Una mostra al Maxxi mette a confronto piccola e grande scala. Colloquio con Domitilla Dardi

Gioiello e architettura a confronto, attraverso cinque abbinamenti tra creativi e maestri del progetto per esplorare le differenze e mettere in luce le affinità tra due mondi, tra piccola e grande scala. Una mostra al Maxxi di Roma, Corpo, movimento, struttura. Il gioiello contemporaneo e la sua costruzione, dal 15 novembre al 14 gennaio, crea accoppiate apparentemente insolite tra Giampaolo Babetto e Carlo Scarpa, David Bielander e Maurizio Sacripanti, Helen Britton e Pier Luigi Nervi, Peter Chang e Ian + Monica Cecchi e Vittorio De Feo, Philip Sajet e Sergio Musmeci. I gioielli sono presentati in mostra insieme ai disegni preparatori e a un apparato documentario che sottolinea il processo di costruzione del lavoro progettuale e l’esecuzione di pezzi unici e serie limitate, completamente differente dalla gioielleria industriale. Alla stessa maniera i modelli di architettura saranno accompagnati da disegni, fotografie, video che restituiscano il senso dell’intero processo progettuale. Ne abbiamo parlato con Domitilla Dardi, critica e curatrice del design per il Maxxi, oltre che della mostra che ha come partner la galleria Antonella Villanova.

Partiamo dalla suggestione di mettere a confronto grande e piccola scala. Come comunicano tra di loro questi due mondi apparentemente lontani?  

“Il motivo per cui i designer del gioiello guardano all’architettura è soprattutto quello di studiare da un lato le soluzioni strutturali che questa disciplina tratta su grande scala e che poi nel gioiello compaiono in dimensione proporzionata, ma sempre funzionale (basti pensare a cerniere e giunti); e poi, da un altro punto di vista, per studiarne le possibilità in termini di equilibrio tra pieni e vuoti. Molto nel gioiello contemporaneo è dovuto infatti al progetto del vuoto che una forma genera e a come questa si relaziona col contesto del corpo con il quale entrerà in contatto diretto”.

Spiegate con la mostra che “giunti e connessioni contano più dei carati…”. Viene in mente a questo proposito la collezione “Chi ha paura” di Gijs Bakker, che nel ’96 portò Arad, Wanders ed altri a realizzare gioielli di design in cui il progetto avesse più peso della preziosità del manufatto. Questo precedente rientra in qualche modo nella mostra, per esempio nei criteri con cui avete scelto i designer, o ha generato un filo che ti intriga?

“In realtà l’idea del gioiello ‘concettuale’ è precedente, si deve, ad esempio, a grandi autori surrealisti come Schiaparelli o Oppenheim, che avevano progettato collane fatte con insetti o anelli che avevano zollette di zucchero al posto dei diamanti. Ma qui c’è da fare un distinguo fondamentale, sia con questi casi di gioielli di artista, che con quelli che citavi tu, realizzati da designer di prodotto. I designer di gioiello che abbiamo selezionato sono specialisti di questo settore, il che vuol dire che, oltre a disegnare i loro gioielli, li realizzano. Sembra una differenza marginale, ma in realtà è sostanziale: solo così essi possono davvero sperimentare e inventare qualcosa che crei un linguaggio unico, unito a una struttura funzionale. Se un autore non governa il mezzo della realizzazione, il rischio è quello di progettare compiendo una riduzione di scala o la traduzione di un linguaggio nato con altre funzioni ed obiettivi. Il che può produrre anche risultati interessanti, ma che restano dei casi particolari e tangenziali alla storia della gioielleria contemporanea, esattamente come quando un architetto viene chiamato a disegnare una collezione di moda o uno stilista dei prodotti per la casa”.

Questa mostra può contribuire a liberare la percezione che il pubblico ha del gioiello come di un manufatto in cui la preziosità deve essere data dai materiali e non, anche, da “corpo, movimento e struttura”. È ancora lunga la strada perché in questa arte la componente dell’ingegno sia apprezzata per l’importanza che ha?

“Sì, è una strada lunga perché lunga è la storia del retaggio culturale che il gioiello veicola, soprattutto nella nostra cultura occidentale. Non è facile comprendere che il progetto di una forma ha un valore paritetico se non superiore a quello di una gemma o un metallo prezioso. Detto questo, a volte vengono utilizzati anche questi elementi nella gioielleria contemporanea, ma con un’intenzione e uno sguardo completamente diverso. Replicare il modo antico di disegnare il gioiello è molto simile a realizzare abiti/costumi o mobili che copiano gli stili antiquari. Sappiamo bene che tutto questo ha un mercato, ma la nostra missione di divulgatori culturali penso sia quella di trasmettere che la visione progettuale non ha bisogno di copie di quello che è stato grandioso in epoche passate, quanto di studiarle e imparare da queste per trovare la propria strada nell’oggi”.

Alla fine, guardando i nomi dei gioiellieri coinvolti, si capisce che questo contatto tra architettura e gioielleria c’è già, che una compagine di creativi che guarda al mondo della grande scala esiste ed andava “solo” messo in luce attraverso una bella iniziativa come questa. Come avete selezionato i gioiellieri?

“È stato fondamentale l’incontro con Antonella Villanova, una grande esperta di gioiello contemporaneo che da anni lavora per aprire nuove strade di accesso a questo mondo davvero incredibile e ancora poco conosciuto. Ho poi avuto la fortuna e l’onore di dialogare con alcuni di questi maestri, in particolare con Giampaolo Babetto e col compianto Peter Chang, e sono state le loro stesse parole a farmi rendere conto di quanto l’architettura fosse presente come riferimento nel loro lavoro. A quel punto abbiamo proposto ai sei autori, per i quali la parte della struttura è ingrediente sostanziale, di riflettere su altrettanti progetti di architetti presenti nelle Collezioni del Maxxi Architettura. Il match tra architettura e gioiello è stato guidato a volte da assonanza materica, altre da un comune sentimento della struttura. E sono nate collezioni di gioielli che interpretano l’architettura con una puntualità e un acume davvero inediti”.

 

La mostra

Giampaolo Babetto maestro della scuola di Padova, lavora da sempre con grande attenzione all’architettura contemporanea ed è un ammiratore di Carlo Scarpa, architetto noto per i suoi dettagli preziosi, elemento comune a entrambi. Il disegno delle loro cerniere è un capolavoro di tecnica ed estetica e la vicinanza sul piano grafico dei due autori è notevole. David Bielander si è appassionato alle architetture di Maurizio Sacripanti con cui condivide la visionarietà e la passione per i metalli e le strutture. Helen Britton ha studiato la struttura della barca che Pier Luigi Nervi realizzò in cemento armato. L’idea di “armatura” è portante nell’opera del grande ingegnere come per la Britton che ne ha indagato la valenza in tutta la sua carriera attraverso opere che si ispirano a epoche storiche diverse. Peter Chang realizza da sempre gioielli che nascono da un immaginario fantastico, stratificando resine colorate, materiale duttile ed espressivo prediletto anche da Ian + nei loro modelli. Monica Cecchi lavora con latte metalliche da collezione, con un linguaggio personalissimo vicino al Pop. Il progetto di Vittorio De Feo per la stazione della Esso si sposa perfettamente con questa sua visione e la designer ha creato una collezione dedicata, di cui il tema pubblicitario-automobilistico è stato la guida. Philip Sajet è un raffinato creatore di gioielli in cui a parlare sono le linee di forza delle strutture. Nelle sue opere parlano il vuoto e gli schemi strutturali, per questo l’architettura di Sergio Musmeci è stata per lui una grande scoperta di affinità progettuale.