menu

31 marzo 2018

Architettura e design, un Abito per Roma

Share:

Parla Valerio Camerini, cofondatore dello spazio per la progettazione su cui scommettono 25 aziende

di Roberto Clever

Uno spazio per l’architettura e il design, realizzato da venticinque aziende leader, internazionali e del made in Italy, per dare la possibilità ai professionisti del settore che vogliano approfondire aspetti tecnici e tecnologici di trovare soluzioni progettuali ritagliate su misura per le proprie esigenze e quelle dei clienti. Si chiama Abito, per sottolineare la sartorialità dell’approccio al progetto, e si trova a Roma, a pochi passi da Ponte Milvio.

I partner principali che hanno dato vita a questa realtà sono Baltera, Disegnocostruzioni di Valerio Camerini e Daniele Paolo Dodi, Bang & Olufsen​, Gaggioli e Italpol. A loro se ne sono aggiunti altri venti. Naming e brand sono stati concepiti da un’altra interessante realtà romana, Superficial Studio, con un doppio significato: abitare, cioè vivere, e vestirsi, indossare qualcosa che faccia sentire bene. Di Abito abbiamo parlato con uno dei fondatori, l’architetto Valerio Camerini.

Roma, l’architettura e il design: un rapporto difficile visto dalla tua prospettiva?

“Fare architettura oggi, nella città più stratificata e affascinante del mondo, è un tema complesso, il rapporto è tutto da creare a mio avviso. Non bastano e a volte stridono i linguaggi contemporanei a Roma, non creano il giusto dialogo. Ma questo non può essere un deterrente per non puntare sulla cultura del progetto anche qui nella Capitale. Bisogna iniziare a scardinare questo sistema dove il privato è ancora troppo distante dal mondo dell’architettura e le aziende valide sono troppo distanti fra loro per fare squadra a vantaggio di tutti”.

Perché nasce Abito?

“Per l’esigenza di creare un rapporto nuovo con il mercato attraverso una realtà unica, dove clienti, professionisti e imprenditori possano incontrarsi parlando di soluzioni integrate e stili di vita, finalmente esiste un luogo dove vengono offerti servizi di eccellenza e mostrati prodotti ambientati, valorizzandoli. Altra esigenza che Abito vuole esaudire è quella delle aziende partner e degli sponsor di avere una location esclusiva nel cuore di Roma per meeting, cene d’affari, formazione e presentazione prodotti, in una città dispersiva e caotica come la nostra non poteva mancare uno spazio dove incontrarsi per fare business di alto livello. Crediamo che le persone e le aziende vadano prima di tutto accolte ed ascoltate. Solo creando una atmosfera intima e raccolta si può raccontare e divulgare il concetto di architettura sartoriale”.

E’ stato facile riunire venticinque aziende attorno a un progetto come questo?

“Siamo partiti in due e abbiamo suscitato subito l’interesse di molte aziende innescando un processo virtuoso che ha attratto spontaneamente, non è mai facile ascoltare e fare sintesi ma abbiamo dato vita ad una realtà sinergica in grado di valorizzare ogni azienda presente trovando un equilibrio molto vibrante. Realizzando questo spazio e condividendone gli obiettivi siamo diventati un team serio e credibile di specialisti del settore, una novità assoluta per il mercato romano”.

Nel rapporto tra architetti e pubblico, a chi spetta fare il primo passo per accorciare le distanze che in Italia e a Roma sembrano davvero enormi e quindi provare ad avere più qualità?

“Il primo passo spetta sempre alle realtà capaci di avere una visione, ed il coraggio di proporla. Le nuove generazioni di progettisti e imprenditori hanno sicuramente queste potenzialità, la cultura si cambia solo con la testimonianza diretta sul territorio. In un momento così delicato l’architettura è uno dei pochi veicoli globali capaci di far condividere una esperienza”.

Di che cosa c’è bisogno a Roma per innescare un cambiamento culturale su architettura e design?

“In un territorio così complesso, servirebbe un nuovo manifesto culturale, apolitico, che ci mettesse maggiormente in condivisione, che riunisse tutte le arti nello scopo di studiare, risolvere e ricucire le enormi ferite inflitte in 70 anni a questa città”.

Un posto del cuore a Roma e uno all’estero?

“Le città mi piace viverle dal basso e contemplarle dall’alto, a Roma mi diverto a ricercare visuali panoramiche , le cupole sotto la luce del sole o di notte sono un vero spettacolo, viste meno conosciute sono dalla Terrazza Caffarelli al Campidoglio e dal parco di Monte Mario, tolgono il fiato. All’ estero consiglierei Lisbona: la luce, il paesaggio e le architetture che si possono vedere dai Miradouros fanno perdere la cognizione del tempo”.