Burnazzi Feltrin: ai nostri clienti facciamo scrivere il Libro dei sogni, l'architettura non si cala dall'alto - CTD
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Antonia Marmo

30 Marzo 2021

Architettura e provincia #5, la cartolina da Trento di Burnazzi Feltrin

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“Ai nostri clienti facciamo scrivere il Libro dei sogni. Non crediamo nei progetti dall’alto”

Che cosa vuol dire fare architettura in Italia a livello internazionale lavorando lontano dalle grandi città? Quali fermenti agitano gli studi più attivi distanti dai centri su cui generalmente sono puntati i riflettori? Abbiamo intrapreso un viaggio tra questi studi e professionisti, a ciascuno dei quali abbiamo chiesto di spedire una cartolina dalla propria terra. Per la quinta puntata lo abbiamo chiesto a Burnazzi Feltrin architetti, studio tra Trento e Rimini. Hanno risposto Elisa Burnazzi e Davide Feltrin. 

Con voi l’esplorazione del progetto dalla provincia italiana si fa ampio e articolato, considerato che avete la vostra sede principale a Trento, ma vi muovete tra le Alpi e l’Appennino, dalla montagna al mare, un Nord labile ma con una visione e una rappresentazione ben chiare: un’attenzione ai temi della sostenibilità tutta italiana, che si muove tra ricercata contemporaneità e linee identitarie del territorio. Da qui proviamo a tracciare un primo quadro della vostra cartolina.

Lo studio associato Burnazzi Feltrin Architetti nasce nel 2003. Abbiamo deciso di fondarlo a Trento anche perché in quegli anni seguivamo i corsi CasaClima, per diventare progettisti esperti nell’architettura a risparmio energetico. Forse è proprio perché siamo una originaria di Rimini e l’altro di Trento che abbiamo caratteri opposti. Non è sempre facile lavorare assieme e formare una coppia anche nella vita; quando però le cose vanno per il verso giusto, la soddisfazione è grande. La nostra dualità ci permette di essere empatici con i clienti e di saper cogliere nelle soluzioni progettuali le diverse opportunità. Anche l’estetica proposta dal nostro studio di architettura è frutto di una dialettica continua: il minimalismo e il massimalismo. Ci piace trovare nuovi e originali punti di equilibrio tra questi opposti. Se l’effetto da raggiungere è minimale, utilizziamo un numero limitato di elementi raffinati, ad esempio l’acciaio o il vetro. Altre volte, invece, come nelle facciate esterne rivestite in listelli di legno di larice, impieghiamo in modo massivo i materiali, utilizzandone molti (o moltissimi), ripetutamente. Ci piace usare anche materiali inusuali come quando, ad esempio, progettiamo allestimenti con materiali di recupero. Qui il sovrannumero non è solo importante, ma è fondamentale per rendere l’idea della bellezza.

Sedia di upcycling Gigi realizzata con una sedia a sdraio vintage di Rimini e 50 cinture di recupero del mercato di Trento, Archivio di studio

C’è un filo rosso di perfetta coerenza in questo vostro modo di progettare che va dall’architettura agli interni, agli arredi, nei dettagli, nei materiali, nelle tecnologie, tra la stabilità e la temporaneità, lungo il crinale del sogno, in pieno ascolto dei desideri e del contesto e compiuta traduzione nel vostro linguaggio. Ci raccontate come avviene questa alchimia, magari a partire da qualche esperienza di progetto realizzato per l’abitare fino ad arrivare a un progetto di allestimento?

Vista est dell’edificio unifamiliare FG a Borgo Valsugana, photo Carlo Baroni

Tutto parte dall’ascolto delle esigenze del cliente, dei bisogni di un determinato paesaggio, anche di noi stessi. È fondamentale questa fase ed è anche la più creativa di tutto il processo. Preparare una condizione di silenzio da parte nostra permette ai committenti, al contesto, alle nostre energie creative ed emotive, di parlare, di esprimersi, di raccontare.

Vista sud all’imbrunire dell’edificio unifamiliare con i suoi abitanti FG, photo Carlo Baroni

Il cliente viene invitato a redigere un Libro dei sogni, in cui annotare le esigenze funzionali, estetiche ed emotive. Come dire, vengono invitati a “fare i compiti”. Nel caso di una abitazione, l’azione di scrivere, rilevare gli arredi che si vogliono mantenere, il comunicare e mediare tra “marito” e “moglie”, aiuta a chiarirsi le idee, a visualizzare un risultato finale, a definire un budget, e a fare meno fatica in seguito. Inoltre garantisce coerenza e rispetto reciproco fin dalle prime fasi: come dire, le mie richieste sono nero su bianco, adesso sta a voi, progettisti, ascoltarle e disegnarle.

Nel caso di un’architettura come in quello di un allestimento, il paesaggio e il contesto ci parlano, nel senso che osservando ciò che abbiamo di fronte cogliamo se e dove c’è bisogno di noi; dove c’è bellezza, ci impegniamo a mantenerla, dove non ce n’è, proviamo ad aggiungerla. Se poi l’allestimento è di upcycling, cioè riutilizza materiali di recupero a fini creativi, l’ascolto necessariamente è ancora più profondo. Il rifiuto è stato allontanato, non serviva più, era inutile se non dannoso; è come se per riportarlo a nuova vita, alla bellezza perduta, occorresse fare un lavoro attorno al suo senso, prima ancora che sul materiale fisico.

Infine, ascoltiamo noi stessi, specie dopo il primo incontro con dei nuovi clienti, facendo silenzio dopo che sono usciti, per capire quali sensazioni ci sono rimaste, quali sguardi, frasi o gesti ci hanno colpiti.

In sostanza, non crediamo nei progetti imposti dall’architetto, calati dall’alto. Questa secondo noi è la sfida del progetto contemporaneo: dare senso ai progetti, significa dare loro una direzione, spingerli verso un fine. Per far questo, occorre prima ascoltare (sapere), poi cogliere le varie possibilità (potere), infine passare all’azione (volere).

Vista della zona giorno dell’edificio unifamiliare FG, photo Carlo Baroni

In questi tempi complessi che richiedono sempre di più risposte progettuali attente alle emergenze ambientali e sociali e alle tematiche che interessano le categorie più fragili, il vostro progetto per un centro polifunzionale di aggregazione per giovani e anziani realizzato a Poggio Picenze, un piccolo centro in provincia dell’Aquila, colpito dal terremoto, rappresenta un caso esemplare di architettura solidale, tra memoria, natura e futuro. Vorrei che ci raccontaste questa esperienza descrivendocene le valenze, il processo, i risultati.  

Il centro di Poggio Picenze ha una storia progettuale lunga sette anni. Si inizia nel 2009, anno del terremoto, in cui siamo stati chiamati per disegnare un semplice prefabbricato in legno, passando da una prima stesura del progetto, troppo grande e mai realizzato, fino alla cantierizzazione del centro attuale, in un solo anno. Questo edificio si è potuto realizzare grazie a una gara di solidarietà; i fondi raccolti sono tutti di privati cittadini, lettori del quotidiano La Provincia di Como, Lecco e Sondrio, tifosi e fan della Partita del Cuore. Questi finanziatori si erano trovati tutti a Poggio Picenze dopo il 6 aprile 2009 e volevano fare qualcosa per il piccolo centro abruzzese, i cui cittadini, mille, vivevano in tenda. Anche noi siamo andati in quel campo terremotati, li abbiamo guardati negli occhi: quando una persona è scioccata, guarda un punto all’infinito dietro la tua testa. Ha perso tutti i punti di riferimento. Noi abbiamo progettato a partire da questo sguardo; volevamo dare un nuovo fine, una speranza a quelle persone, e un nuovo centro di aggregazione a quelle mamme e ai bambini che non ne avevano più uno. La memoria è rappresentata dalla forma a zig zag, simbolo della terra spaccata dal terremoto, e la speranza nel futuro dal verde che avvolge la struttura, con rampicanti e tetto verde. Il centro è dedicato a tre piccole vittime del terremoto e al coraggio che hanno dimostrato i sopravvissuti fin dalle prime ore, coraggio che è ancora d’esempio per noi. Il centro per anni si è animato, ogni giorno, grazie a feste di compleanno, corsi di aggiornamento, ginnastica, balli, mercatini, si è riempito di sorrisi e di abbracci. Per anni hanno continuato ad arrivare donazioni, con le quali si sono pagate perfino le bollette. Ora l’edificio è temporaneamente usato come sede comunale e come centro Covid, speriamo che possa tornare al più presto alle famiglie. Confidiamo che questo edificio, nato in emergenza, abbia le risorse per rinascere anche dopo questa pandemia.

Vista della hall d’ingresso del centro di aggregazioni giovani ed anziani con i suoi utenti, photo Roberta Pizzi

E sono sicura che in questo vostro universo progettuale entra anche tanta letteratura e molti saranno anche i richiami alle arti figurative, al cinema, alla fotografia. Se doveste scegliere un nome, uno solo, quello che considerate più vicino al vostro mondo, al quale guardate di più, chi scegliereste indicandoci una sua frase o una sua opera?

Questa è una domanda difficilissima, perché siamo molto curiosi di arte, letteratura e cinema! Forse però sono i testi di filosofia ad ispirarci e motivarci più profondamente, intimamente. Uno degli ultimi libri che abbiamo letto è La società dei consumi di Jean Baudrillard. Questo filosofo francese profeticamente predisse nel 1974 la deriva della nostra società, incapace di distinguere i consumi dai bisogni, in perenne attesa della soluzione “magica” che risolve ogni situazione, anche la più drammatica. Una società disabituata a dare senso all’agire, che ripete meccanicamente sempre le stesse azioni, del consumare, del lavorare, alle volte anche del vivere. Per questo siamo attenti ai bisogni dei clienti e insistiamo perché ragionino su di essi, che scrivano e parlino tra loro e con noi: il linguaggio dà senso all’atto creativo, non l’immagine, non il render. Loro devono arrivare più tardi possibile sul tavolo della sala riunioni; l’edificio deve nascere prima di tutto dentro di loro.

Vista dell’allestimento e grafica del portico d’ingresso del Centro Culturale S. Chiara a Trento che riutilizza 200 pannelli degli spettacoli passati, photo Carlo Baroni

E infine, nello spazio breve e circoscritto del retro di una cartolina, un vostro messaggio di saluto e riflessione su quello che in questo momento vi sembra più importante da progettisti.

Alle ore 12 del 29 settembre 2015 veniva inaugurato il centro di aggregazione giovani e anziani di Poggio Picenze. Questa cartolina fu spedita allora e noi oggi la giriamo a voi, perché i suoi contenuti sono ancora attuali.

Un sogno collettivo ha portato alla realizzazione di quell’edificio. Abbiamo imparato che il cuore e le emozioni vanno messi al centro dei progetti.

Crediamo in un’architettura funzionale, esteticamente straordinaria ed emozionante.

Questo è il nostro motto:

“Voi sognate, noi progettiamo”.

Cartolina, inaugurazione del centro di aggregazione di Poggio Picenze

LEGGI LE PRIME 4 PUNTATE DELLA SERIE ARCHITETTURA E PROVINCIA

Elisa Burnazzi e Davide Feltrin, photo Carlo Baroni

Nella foto grande, vista dal parco urbano del centro di aggregazione giovani e anziani di Poggio Picenze, photo Carlo Baroni. 

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