Architettura e provincia #2, Claudio Bertorelli e Aspro Studio da Vicenza - CTD
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Antonia Marmo

3 Luglio 2020

Architettura e provincia #2, la cartolina da Vicenza di Claudio Bertorelli, Aspro Studio

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“L’architettura ha nemici invisibili, ma qui si impara a dissimulare le sofferenze e a godere del risultato”

Che cosa vuol dire fare architettura in Italia a livello internazionale lavorando lontano dalle grandi città? Quali fermenti agitano gli studi più attivi distanti dai centri su cui generalmente sono puntati i riflettori? Abbiamo intrapreso un viaggio tra questi studi e professionisti, a ciascuno dei quali abbiamo chiesto di spedire una cartolina dalla propria terra. La parola a Claudio Bertorelli, Aspro Studio, da Vicenza.

Ti definisci ibrido, dici che sei un segugio dei luoghi e hai dato un nome al tuo studio che evoca paesaggi, toni, sapori di un’Italia mitica e mitologica, inoltre operi da uno dei territori più trasformati e più in trasformazione del Paese, in quel Veneto che si muove tra storia e futuro, tra orizzonti di terra e di acqua. Mi sembra già una ricca cornice per chiederti di cominciare a disegnarci dentro la tua cartolina dalla provincia: parti da Vicenza e vai dove vuoi. 

Vicenza è per me un luogo d’elezione e una scelta d’amore palladiana; non è un punto fisso, ma una delle centralità in cui impatta il mio flusso. Di certo il Veneto e il Nordest in generale favoriscono una sorta di nomadismo urbano, perché sono luoghi densi, frattali, zoom all’interno e continui a ritrovare nell’infinitamente piccolo ciò che vedevi nell’infinitamente grande: la zona industriale la ritrovi nel capannoncino del metalmezzadro (ricordi quando scrissi per gioco il saggio sul casannone?), Venezia la ritrovi nella micro città storica della Pedemontana, il prosecco è quello doc della immensa distesa padana ma anche quello a dosaggio zero delle rive ardite, la montagna è Cortina ma anche i paesini ladini che affacciano sull’Alto Adige. È il mio un territorio senza tregua, senza sosta, bulimico di storia passata; e per questo con un grande bisogno di futuro. Insomma è tutto un “paesagire”, come diceva Zanzotto, se solo lo si vuole guardare senza quei pelosi pregiudizi da ultimo arrivato.

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La cartolina di Claudio Bertorelli

In Veneto la zona industriale la ritrovi nel capannoncino del metalmezzadro, Venezia la ritrovi nella micro città storica della Pedemontana, il prosecco è quello doc della immensa distesa padana ma anche quello a dosaggio zero delle rive ardite, la montagna è Cortina ma anche i paesini ladini che affacciano sull’Alto Adige.

Abbiamo scelto, con questa indagine, di muoverci fuori dal centro, dai centri, dalle grosse aree metropolitane, di guardarli da fuori, di parlare di architettura dalla periferia del “regno”, diciamo così, novelli Marco Polo inviati da Kublai Khan a dare notizie dalle province. Tu che con le “periferie”, a tutte le latitudini e con vari orizzonti, ci lavori, cosa puoi dirci di questi territori: cosa può farne il progetto, con quali strumenti, quali materie, su che dimensioni, cosa ne avete fatto e ne fate voi di Aspro Studio? 

Partirei con una citazione orgogliosa di Enzo Rullani: “Il nuovo nasce in periferia e si riconosce in città”. Non perché ci credo fino in fondo, e neppure perché mi ritengo un territorialista (anzi, il termine quasi quasi mi imbarazza), ma perché restituisce dignità e ruolo alla storia del nostro Paese. E poi non ho mai amato gli esterofili a priori, quelli che pagavano un affitto solo per dichiarare una sede all’estero. Anzi, il mio cruccio è piuttosto quello di contribuire a sanare una certa rottura con la storia del progetto nei nostri territori. Il progetto a tutte le scale, ma soprattutto un progetto di paesaggio che possa offrire un’alternativa seria all’immagine davvero omologante e perfidamente appiattita degli ultimi trenta anni. Su questo ho cercato di proporre in questi anni qualche mossa del cavallo con le strutture che ho creato o diretto, e negli ultimi anni soprattutto con Aspro Studio. E così ci siamo trovati a vivere delle occasioni uniche inizialmente snobbate dal dibattito mainstream, quindi con un po’ di anticipo; guardando più a costruire delle nuove centralità di senso nelle città piuttosto che degli oggetti architettonici in sé; soprattutto misurandoci su tutta la filiera di processo che separa un’intuizione dallo scatto autoriale da una delle nostre architetture. E abbiamo calpestato ogni superficie dura, attraversato ogni deserto politico, superato ogni incognita da mare aperto. Direi che siamo pronti al sequel de Le Città Invisibili, se solo avessi la psiche di Calvino. Vorrei citarti molti fatti, molti nemici invisibili dell’Architettura, ma alla fine di ogni esperienza abbiamo imparato a dissimulare le sofferenze e a godere del risultato. Mi è successo di attendere cinque anni di progettazione per vedere realizzata una piazza coperta in montagna, sopra il fiume, che in realtà gestisce il flusso di milioni di sciatori. Quando l’impianto di risalita per il quale è stata creata cesserà, anche lei verrà demolita; è un controsenso, ma ad oggi è così. Mi è successo di attendere dieci anni per vedere completato il restauro di una piccola torre medievale nascosta nel ventre di un edificio ottocentesco (hai presente l’effetto della chiesa al centro della Mezquita di Cordoba?). Il sindaco di quel paese ci promise di risolvere tutto in pochi mesi… ma lui è passato e io ho scoperto il cliente più resistente che potessi incontrare. Mi è successo di realizzare piccoli giardini abusivi nei frammenti di spazio pubblico abbandonato e di sancirne la legittimità d’azione con una lettera protocollata della Soprintendenza. Mi sta succedendo proprio in questi mesi di avere cantieri e progetti in ogni provincia del Veneto e di chiedermi se siamo ancora liberi di pensare con questa frenesia post-Covid, post-ideologica, post-urbana (dove finisce la città ed inizia la periferia, tu lo sai?) o forse solo postuma. 

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Piazze Centrali, Montebelluna. Prima il masterplan e poi i singoli interventi sulle piazze centrali di Montebelluna hanno consentito in meno di due anni (2015-2017, con TA Architettura e Già Gruppo) di restituire dignità all’arcipelago complesso di spazio pubblico rotto per decenni da strade e parcheggi cresciuti caoticamente.

Mi è successo di attendere cinque anni di progettazione per vedere realizzata una piazza coperta in montagna, sopra il fiume, che in realtà gestisce il flusso di milioni di sciatori. Quando l’impianto di risalita per il quale è stata creata cesserà, anche lei verrà demolita; è un controsenso, ma ad oggi è così.

Ragionando in un’ottica di rete, vorrei che mi disegnassi una tua geografia di architettura italiana e più in generale di progetto italiano (anche interni, anche design…) di/dalla provincia, che me ne indicassi punti di rilievo e di vitalità e che me ne tracciassi le traiettorie di senso e di sviluppo. Cosa vedi intorno a te?

Come tu hai ricordato la mia è una formazione ibrida: prima il liceo classico e i classici, poi la facoltà di Ingegneria a Trieste in cui potevi ancora incrociare come docente di Storia dell’Architettura Marco Pozzetto e respiravi gli echi della Scuola di Wagner, poi la stagione dei festival urbani negli anni in cui si è inceppato il meccanismo immobiliare ed è esploso il concetto di riuso, e infine i progetti complessi sulle grandi aree dismesse che affrontiamo in Aspro Studio. Quindi il mio personale orizzonte di senso non è un puntino all’infinito, e nemmeno una linea retta dove cala il sole. È piuttosto una mappa che ci orienti nel transito dai principi della “città alfabetica” (quella urbanistica, quella che ha governato la crescita anulare da un punto centrale verso le campagne) a quella che io, semplificando, chiamo “città di relazione” (quella urbana, sociale, comunitaria, aperta, ibrida; che, come direbbe Aldo Bonomi, “incorpora la definizione di limite” perché ricresce al proprio interno). E da fanatico del linguaggio credo sia urgente un nuovo “cittabolario” capace di stanare i tecnici dell’architettura che amano proteggersi nell’appartenenza alla categoria, i funzionari pubblici senza limite di azione e anche i molti pezzi di società convinti che il progetto sia oggi solo una parcella senza scopo da pagare a qualcuno di cui poter fare a meno.

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Torre Micco a Tricesimo. Un intervento di vero e proprio disvelamento (2010-2018) di una torre medievale nascosta dietro la pelle di un edificio ottocentesco e divenuta ora residenza. Foto di Alberto Sinigaglia

Urge un nuovo “cittabolario” capace di stanare i tecnici dell’architettura che amano proteggersi nell’appartenenza alla categoria, i funzionari pubblici senza limite di azione e anche i molti pezzi di società convinti che il progetto sia oggi solo una parcella senza scopo da pagare a qualcuno di cui poter fare a meno.

C’è una provincia raccontata che appare e si costruisce tra le pagine di tanta della nostra letteratura. Così come anche in tanta arte figurativa, nel cinema, nella fotografia… Vorrei che scegliessi il tuo autore, uno solo, quello che ti sembra più vicino al tuo mondo, e che alla cartolina aggiungessi anche una sua frase o una sua immagine che magari ti accompagna sovente nelle tue peregrinazioni progettuali di/dalla provincia. 

Uno su tutti, Vitaliano Trevisan. Un caro amico a cui ho rubato più il modo di guardare alla periferia che il modo di scrivere di periferia. La sua è la scrittura di un grande al quale non serve la punteggiatura, anzi. Quando vincemmo con Franco Zagari e altri la gara europea per il Parco Nazionale della Pace, chiesi a Vitaliano di anticipare con un suo saggio (accompagnato da bellissime immagini di Andrea Pertoldeo) il nostro percorso di progettazione partecipata con la città di Vicenza. Volevo fosse lui il Caronte verso un’idea di paesaggio urbano distante dagli immaginari meandriformi e finti di una certa pelosa tendenza di ritorno. Il suo testo andrebbe richiamato agli ingressi del parco una volta concluso il cantiere (a proposito, il cantiere è in corso; io lo visito di rado perché la direzione artistica conta poco in questo Paese), e di esso soprattutto una frase: “Sarò malato, ma il contrasto mi piace. In un mondo in cui si sente dire fin troppo spesso che la realtà non esiste e tutto è relativo, non è un’opportunità da poco poter dare uno sguardo a qualcosa di reale, per niente relativo, che non ha bisogno di interpretazioni. Mi chiedo se resterà, a parco finito, questa libertà di sguardo”.

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La nuova stazione di valle ad Arabba (2016-2017) è posta a cavallo del fiume e contiene un impianto di risalita, una piazza coperta per eventi ed attesa, un nodo di accoglienza con risalite dai parcheggi ed attività commerciali. Foto di Alberto Sinigaglia

E infine, nello spazio breve e circoscritto del retro di una cartolina, un tuo messaggio di saluto e riflessione su quello che in questo momento ti sembra più importante da progettista. 

Preferisco fare azione di riuso e aggiungere un saluto (pur a fatica e sotto effetto della mia cronica distonia focale) alla cartolina di auguri che l’artista Nero inviò ai vicini di casa il Natale che cominciammo il progetto per il suo casannone. Spero ne sarà e ne sarete felici!

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By Pass San Gottardo a Vittorio Veneto (2007). L’infrastruttura dolce ha dato avvio al nuovo Sistema di Visita della città e alla ricucitura dei suoi spazi aperti interclusi dall’arrivo della linea ferroviaria a fine ‘800. Foto di Andrea Pertoldeo

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Claudio Bertorelli, Aspro Studio

LA PRIMA PUNTATA: GIOVANNI VACCARINI E PESCARA