Andrea Rovatti ha un pattern per tutti - CTD
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6 dicembre 2018

Le architextures di Andrea Rovatti, fotografia e grafica diventano pattern

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Nelle opere del designer in mostra da Altavia Open a Milano l’arte della ripetitività come segno dei tempi

Fotografia e grafica s’incontrano per generare trasfigurazione e movimento. Con la mostra fotografica Architextures di Andrea Rovatti, fino al 24 gennaio ad Altavia Open, nuovo spazio milanese per la cultura, ritorna quell’arte della ripetizione che tanto è presente nella creatività contemporanea in maniera trasversale alle discipline. “Nelle mie immagini opero una sorta di metamorfosi: attraverso la ripetizione genero forme e prospettive inedite che, pur mantenendo un contatto con lo scatto originario, ci portano in una dimensione quasi onirica” dice Andrea Rovatti, graphic designer che ha all’attivo collaborazioni con oltre cento aziende e realtà internazionali.

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Architextures, mostra di Andrea Rovatti da Altavia Open, Milano

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Architextures, mostra di Andrea Rovatti da Altavia Open, Milano

Qual è il filo che collega il tuo lavoro di designer con questa attività di ricerca legata alla ripetizione, quasi al pattern?

“Sono sempre stato attratto dalla possibilità di un segno o un’immagine di comunicare cose diverse a seconda della lettura. Forse l’imprinting l’ho avuto quando, allora giovanissimo assistente di Enzo Mari nei primissimi anni 80, fui incaricato di progettare una serie di copertine per l’editore Boringhieri. La gabbia prevedeva un’immagine spezzata in 12 quadranti, dove operavo degli slittamenti parziali dell’immagine creando un piccolo scollamento percettivo. Ma il tema della reiterazione dell’immagine lo ritrovo in alcuni autori che mi hanno influenzato fortemente. Andy Warhol e Escher da una parte per l’arte figurativa e Luigi Ghirri e Maurizio Galimberti per la fotografia. Così unendo il mio lavoro di ricerca nella fotografia a quello della grafica mi è sembrato naturale (in realtà non è stato razionale) adottare questa modalità, dove l’immagine fotografica si collega a sé stessa creando una meta-immagine. Quello che mi interessa è che in questo modo si sovrappongono la percezione figurativa dell’immagine di partenza e quella astratta della composizione, creando una sorta di corto-circuito visivo. L’immagine è vera, ma irreale”.

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Venice texture, Andrea Rovatti

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Urban texture, Andrea Rovatti

Negli ultimi anni la sensibilità verso la ripetizione, i pattern e l’optical sembra cresciuta, e con essa i momenti creativi, le produzioni e le mostre legate a questo mondo. Ti ritrovi in questa analisi?

“Non penso che sia un fenomeno ciclico, piuttosto il risultato della sovraesposizione agli stimoli visivi a cui siamo soggetti. Certo negli anni 70 l’optical ha caratterizzato parte della comunicazione visiva (e dell’arte cinetica), ma solo oggi il tema del modulo si propone e sovrappone così fortemente al web e ai social come Instagram. In fondo anche sui nostri smartphone quando guardiamo la gallery vediamo di fatto un pattern. Quando cerchiamo una gif su Whatsapp vediamo un pattern…”.

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Natural texture, Andrea Rovatti

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Milano texture, Andrea Rovatti

Lavoro per grandi brand e progetti culturali: dove finisce un aspetto della tua ricerca dove e inizia un altro? 

“Ho sempre cercato di coniugare il mondo della comunicazione visiva con quello della fotografia e dell’arte. C’è stato un momento all’inizio degli anni 2000 in cui il tema della corporate social responsability stava trovando spazio nel mix degli strumenti di marketing e comunicazione delle grandi aziende e in questo contesto si potevano quindi proporre e realizzare progetti culturali, ma con la battuta d’arresto della crisi globale del 2008 si è chiusa questa finestra. Oggi è molto più difficile, ma non impossibile. In occasione di Expo, per esempio, ho proposto un progetto fotografico che collegava l’architettura di Milano con le persone che la vivono e una serie di alimenti utili a una sana alimentazione. Il progetto, sposato dal Comune di Milano, da Sea e dallo Ieo, con il patrocinio tra gli altri del Comitato scientifico per Expo, si è concretizzato in una mostra della durata dei sei mesi al Terminal 1 di Malpensa, dove transitavano tutti coloro che raggiungevano Milano nel periodo di Expo. Lo stesso progetto è andato al Padiglione del Corriere della Sera in Expo e all’Ambasciata Italiana a Washington in quel periodo. Appena possibile cerco di ‘contaminare’ la comunicazione delle aziende per le quali lavoro con progetti a sfondo culturale perché penso che sia un’opportunità, per chi opera nella comunicazione, di migliorare il proprio scenario di riferimento”.

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Essential texture, Andrea Rovatti

 

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LA texture, Andrea Rovatti