Artemide e Aravena, fabbricare l'oscurità | CTD
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17 aprile 2018

Artemide e Aravena, fabbricare l’oscurità

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Il cerchio immateriale dell’archistar per gli spazi all’aperto e contro l’inquinamento luminoso

 

Un brand d’eccellenza nel campo dell’illuminazione che ricorre a un grande architetto per fabbricare l’oscurità. Sembra un paradosso, ma è il cuore del progetto firmato da un’accoppiata inedita per il mondo del design: da un lato Artemide, marchio internazionale che ha fatto la storia del made in Italy, dall’altro Alejandro Aravena, l’architetto cileno Pritzker Prize nel 2016 e curatore dell’ultima Biennale d’Architettura di Venezia.

L’archistar dei poveri e il brand d’eccellenza

Un’accoppiata che ha appena dato vita a tre prodotti, due dei quali presentati in questi giorni alla Design week milanese (il terzo sarà lanciato più in là). Il primo è O, un cerchio immateriale nato per l’ambiente naturale e urbano (parchi, strade di città costeggiate dal verde), il secondo Huara, una luce da interni che Carlotta de Bevilacqua, vicepresidente di Artemide, spiega di avere voluto “elettronica”, e dunque gestibile “con un’interazione umana diretta grazie a una gestualità intuitiva e una tecnologia brevettata”.

La prevalenza del touch

In pratica, Huara è una lampada da accendere e spegnere in parte o in tutto con un tocco e senza interruttore. Un prodotto dalla spiccata dimensione touch, tanto che tra le foto che accompagnano la brochure ce ne è una di Aravena con in mano un pallone da calcio delle stesse dimensioni di Huara.

La ricetta: partire dall’ignoranza

Ma perché un architetto come Aravena, ispirato dalle favelas e dai quartieri poveri, decide di progettare luce? A detta dell’interessato, per coltivare un progetto innovativo. Carlotta de Bevilacqua racconta di avergli chiesto due anni fa un incontro ai Giardini della Biennale, invitandolo, ironicamente, a parlare di fotonica: “Se gli avessi chiesto di disegnare una lampada, mi avrebbe subito detto di no”. Aravena è rimasto intrigato dall’idea di lavorare con il suo studio Elemental per un marchio che – come dice de Bevilacqua – “progetta luce, non lampade, ed è lontano dal principio della forma”. L’architetto decide di buttarsi a capofitto nello studio e prende così il via, a Milano, un workshop in cui con il suo team si dedica al design italiano, alla tecnologia e ai know how di Artemide: “Siamo partiti dall’ignoranza e dalla curiosità, del resto ogni architetto sogna di fare una lampada”, dice con un sorriso. “Quando non sappiamo come fare, organizziamo un laboratorio. E questo in particolare ci ha spalancato un mondo”.

Fabbricare l’oscurità: solo luce on demand

Con O, Aravena lavora per portare nel mondo della luce la giusta dose di oscurità: “Più il pianeta diventa urbano, più apprezziamo il valore degli spazi naturali. Le città con la migliore qualità di vita sono quelle abbastanza visionarie da mantenere porzioni di natura incontaminata nel loro tessuto urbano e trasformarle in spazi pubblici” spiega l’architetto cileno. “Il problema è che le forze che governano la natura e la vita urbana moderna, anche se guidate dalle buone intenzioni, tendono a direzioni opposte. Una delle più forti intrusioni nell’ordine naturale (eppure una di quelle che rimane quasi inosservata) è la scomparsa dell’oscurità nelle nostre città. Nel tentativo di rendere sicuri i parchi, non li invadiamo solo con pali e cavi ma alteriamo per sempre il ritmo circadiano che è cruciale per l’esistenza delle specie, sia animali che vegetali. La nostra strategia è duplice: da una parte è progettare una luce per lo spazio pubblico che, quando non in uso, può essere il più impercettibile possibile; luce senza una lampada. Dall’altra parte è di sperimentare diversi tipi di sensori in modo così che la luce appaia solo quando è necessario, luce solo on demand“.

Dall’elettrico all’elettronico

Diverso è il concept che ispira Huara. Qui la sfida raccolta da Aravena è stata far passare la luce dal campo che le è proprio, l’elettricità, all’elettronica: “All’inizio” spiega l’architetto, “l’uomo aveva a disposizione solo la luce delle stelle: il sole e il suo riflesso sulla luna. Per millenni l’umanità ha accettato la sua incapacità di vedere al buio e si è adattato di conseguenza al ritmo naturale delle sfere celesti, dell’alba e del tramonto. L’apparizione dell’uso controllato del fuoco ha segnato l’inizio della ricerca di come trasformare a piacimento la notte in giorno. Il più recente passo nella produzione della luce è avvenuto con lo sviluppo di diodi emettitori di luce, i Led. Per la prima volta, la luce si è spostata dal regno elettrico al campo dell’elettronica. Per qualche ragione un passaggio così rivoluzionario non ha però permeato la società; le persone cercano sorgenti e lampade nella sezione elettrodomestici, non nella sezione elettronica. Da un lato vogliamo che la luce vari la sua intensità e direzione in base a delle fasi, più che spostando pezzi di un meccanismo. D’altra parte, vogliamo riconoscere il fatto che il futuro della luce è elettronico, non elettrico. Il potenziale distintivo dell’elettronica è la sua capacità di trasportare informazioni che consentono molteplici modalità di interazione, come uno schermo tattile. Il nostro progetto è una sfera scura a bassa tensione, mobile, attivata intuitivamente dal tocco”. Huara è la parola aymarà per stella. Aymarà è la popolazione nativa del deserto di Atacama, la zona più arida e oscura del mondo, il luogo del pianeta da cui si possono vedere più stelle. Come dire, per apprezzare la luce, bisogna partire dal buio.