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2 maggio 2018

Better Known As, dietro le quinte dell’interior

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Lo show del collettivo olandese racconta come si arriva alle immagini patinate delle riviste

Anche il design e l’interior design hanno il loro dietro le quinte, e non somiglia per niente a come ve lo aspettereste. La scena in cui prendono forma gli scatti patinati che atterrano sul web o sulle riviste sbrilluccicanti di arredamento somiglia più alla stanza polverosa e costellata di fili, scarti e ritagli di ogni cosa di un laboratorio di artigianato che alla vetrina di una boutique. E non soltanto – come è facile intuire – per la quantità di oggetti e situazioni estemporanee che piombano o sono riprodotte sul set per arricchirlo, ma anche per i trucchi (e spesso anche gli inganni) che servono ad ammannire ai lettori un prodotto che, se non è, deve comunque apparire impeccabile e da sogno. Un saggio di come funziona un set di interior design lo ha offerto all’ultima Milano Design Week il collettivo olandese Better Known As, alla lettera “Meglio conosciuti come”. Un nome che è tutto un programma e che s’ispira nientemeno che a Prince.

Un po’ di storia

Nel 1993, il rocker iniziò la protesta contro la sua etichetta discografica che si rifiutava di pubblicare a un ritmo regolare l’enorme quantità arretrata della sua produzione musicale e trasformò il suo nome in un simbolo. Da quel momento, ai media non restò che ribattezzare l’artista Tafkap, ovvero The Artist Formerly Known As Prince, L’Artista Prima Conosciuto Come Prince.

Una produzione continua

“Venticinque anni dopo, nel 2018, la continua richiesta di produzione artistica non è diminuita, ma piuttosto aumentata” dice Matylda Krzykowski, curatrice del progetto – ma forse sarebbe meglio dire dello show – che il collettivo olandese ha portato a Milano: Ready, set, go!,  Pronti, partenza, via!. “Lo sviluppo e la diffusione di internet e degli smartphone hanno senza dubbio contribuito attivamente a questo fenomeno. Fino a poco tempo fa, ad esempio, la quantità di immagini che oggi vediamo in un giorno veniva assimilata nell’arco di una vita intera. In che modo i designer contemporanei si confrontano con la continua richiesta di rappresentazioni visive bidimensionali? Dove avviene la produzione nel contesto di un’era post-atelier? Con quali metodi scelgono di mettere alla prova la loro disciplina?”.

Fino a poco tempo fa la quantità di immagini che oggi vediamo in un giorno veniva assimilata nell’arco di una vita intera.

Il set in presa diretta

Better Known As, dice Krzykowski, risponde a questa sfida. Il nome del collettivo evoca apertamente una familiarità con il modus operandi di Prince: cioè la volontà è di continuare a produrre e a mostrare ogni qual volta lo si vuole, con la differenza che in questo caso a mettersi in gioco è un’identità collettiva. Così a Milano, negli spazi di Alcova a NoLo, Thomas Ballouhey, Boris de Beijer, Koos Breen, Reijnald Kolthof e Lonneke van der Palen hanno dato vita a uno studio fotografico attrezzato con oggetti di scena per ricreare un set di design. Un work in progress, concluso con la pubblicazione dell’allestimento sul sito del collettivo, che da un lato asseconda la voglia degli stessi designer di produrre senza sosta, dall’altra ha l’effetto di mostrare al pubblico in presa diretta che cosa c’è dietro le immagini patinate, glossy, tipiche delle riviste e dei siti glamour.

Un work in progress per dimostrare come oggi nel design si lavori senza sosta, spinti da internet. Un modo per affermare il principio che chi si ferma è perduto

Designer multitasking

Ciascun designer del collettivo ha assunto per tutta la settimana ruoli eterogenei come fosse un apprendista fac-totum di bottega: allestitore, assistente luci, ritoccatore, costruttore di oggetti di scena e post-produttore. Il tutto per portare avanti senza pausa la macchina della produzione: “Prince creava musica continuamente e avrebbe voluto pubblicarne il più possibile. Better Known As intende creare, performare e pubblicare progetti di design approfittando di internet. Ready, set, go! potrebbe essere inteso come un atto ribelle ma è, di fatto, un gesto simbolico contemporaneo”, conclude Krzykowski. Come dire: chi si ferma è perduto.