Il design italiano oggi visto da lontano, un'identità di Frontiera - CTD
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Paolo Casicci

1 ottobre 2019

Il design italiano oggi visto da lontano, un’identità di Frontiera

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Poca industria e molto territorio: alla Biennale di Design di Porto una mostra trova un filo comune nella grande varietà del progetto contemporaneo

Succede talvolta che, per capire meglio un fenomeno, bisogna prenderne le distanze anche fisicamente, cercare il più lontano possibile i punti di vista e le chiavi d’accesso che rimettano in discussione prospettive e certezze acquisite.

4Decimi, Martinelli-Venezia, making of with Nino Ciminna, 2015-ph. Angelo Cirrincione-min

Martinelli/Venezia, il design fa rivivere la bottega di Nino Ciminna a Palermo

Così, per indagare l’identità sempre più sfumata del design italiano di oggi, si può andare fino a Porto, alla prima Biennale di design dove l’Italia è il Paese ospite, e ripercorrere il filo di una cultura progettuale, la nostra, riconosciuta e apprezzata dagli altri anche adesso che di quella cultura siamo noi italiani i primi a rimettere in discussione vocazione e natura.

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Martinelli/Venezia, progetto Officine Calderai

Il fatto che sia il Portogallo a interrogarsi sul design italiano ha un doppio valore. Non si tratta, infatti, del generico omaggio che, da sempre, l’estero tributa al made in Italy, ma di un interesse che arriva da un Paese dove il design non è ancora giunto a maturazione e che, nella ricerca di modelli, ne trova uno possibile nella cultura progettuale di casa nostra e nelle sue infinite varianti: “In Portogallo, dove è ancora fortissima l’eredità del Movimento Moderno, la cultura dell’abitare è fondata unicamente sul progetto di architettura”, spiega Maria Milano, docente della Escola Superior de Artes e Design di Matosinho che organizza la rassegna e curatrice di Territorio Italia, il programma di mostre e conferenze della Biennale dedicato appunto all’Italia. “In Portogallo, salvo rare eccezioni, l’oggetto d’arredo è progettato univocamente in funzione dello spazio. Se la Biennale guarda all’Italia, è perché tenta di portare nella cultura locale la fascinazione dell’oggetto, inteso come medium tra il corpo e la casa, presenza significante, silenziosa, capace di dialogare con il suo utente, contribuendo alla costruzione di un benessere e di un’identità”.

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A raccontare come il design italiano abbia messo in connessione l’uomo e lo spazio è innanzitutto una delle tre mostre di Territorio Italia: Abitare Italia, icone del design italiano, a cura di Paolo Deganello. Non un repertorio di pezzi celebri, o non soltanto quello, ma il tentativo di ragionare, attraverso mobili meno scontati di quelli che in genere finiscono in questo tipo di retrospettive, sul senso degli oggetti concepiti in Italia, interrogandosi pure, in prospettiva, su che cosa sia necessario e utile progettare ancora e che cosa, invece, possiamo lasciarci alle spalle senza troppe remore, puntando su un’innovazione antispreco, sostenibile, sociale.

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Officine Pegoretti

La mostra inizia non a caso con un prototipo di radio disegnato da Franco Albini nel 1938 per la sua stessa casa, un pezzo scelto per la capacità del grande architetto di trovare un posto alla tecnologia nella dimensione domestica, e finisce con gli abiti fabbricati dalla startup Orange Fiber per Ferragamo usando bucce di arance. Dunque non il solito repertorio di icone, ma una lettura che rivaluta lo sforzo del design italiano di fungere da medium tra l’uomo e il mondo innovando, anche quando le premesse più coraggiose non sono state mantenute perché l’industria ha preferito inseguire obiettivi diversi, come nel caso della poltrona AEO dello stesso Deganello e Archizoom disegnata per Cassina nel 1973: “Un mobile modulare – spiega Deganello – nato per arrivare nelle case smontato, impacchettato e facile da assemblare. Un esperimento durato due anni, dopo i quali Cassina decise che il cliente tipo non doveva abbassarsi a montare da sé la poltrona, ma pagare di più per averla consegnata in casa assemblata”.

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L’installazione di Sara Ricciardi

Lo sforzo ancora più impegnativo è però quello di decifrare il design italiano contemporaneo e lo mette in campo Frontiere, l’allestimento di Maria Milano e Lucio Magri, anch’egli docente all’Esad, che funziona come una mappatura del progetto italiano di oggi, un allestimento che prova a ricercare costanti, e forse un modello, all’interno di una identità sempre più sfrangiata dove il rapporto consolidato tra designer e industria, che ha fatto la fortuna del design italiano del Novecento, non è quasi più la regola.

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Giacomo Moor

Il risultato è un ampio catalogo di nomi e progetti diversissimi, ma che riuniti a duemila chilometri di distanza finiscono per mostrare paradossalmente un’identità collettiva più spiccata di quella che gli riconosceremmo in Italia. Una sorta di anamorfosi in cui ogni componente è slegata se vista da vicino, ma che alla giusta distanza prende corpo come un disegno leggibile e sensato.

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Servo Muto

Qual è dunque questo filo rosso che corre tra identità lontane, dalla ricerca sulla luce dei Formafantasma per Flos alle piume di Sara Ricciardi, dal Moscardino di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni alle raffinatezze di Agustina Bottoni passando per Gumdesign, Studio Klass, JoeVelluto, Sovrappensiero, Giuseppe Arezzi e un’altra quarantina tra studi e progettisti? Dice Maria Milano: “Di sicuro il concetto di Frontiera, che non a caso abbiamo scelto per il titolo, è quello che connota meglio il design italiano contemporaneo. Frontiera nel senso di limite, non soltanto geografico, da superare continuamente, stimolo ad abbattere steccati e luoghi comuni, a partire da quello che vorrebbe i designer legati necessariamente all’industria, quando invece questa selezione mette in luce la grande attitudine dei creativi italiani di oggi a creare connessioni tra se stessi e realtà produttive piccole e medie, eredi di quella sapienza artigianale che è alla base del made in Italy. Si tratta di connessioni che nascono sia su territori comuni a progettisti e artigiani, ma che spesso legano anche realtà lontane, definendo una mappa nuova dove Nord e Sud o luoghi comunque lontani si scoprono più vicini di quello che sembra“.

Formafantasma

Come in un’anamorfosi, le storie dei tanti creativi appaiono slegate se viste da vicino, ma via via che si assume la giusta distanza appare un quadro più coerente, con una serie di caratteristiche comuni

Il caso dell’accoppiata tra lo studio milanese Martinelli/Venezia e gli artigiani palermitani di via dei Calderai, con le storiche botteghe tornate a vivere grazie all’artigianato design driven della coppia di progettisti di base al Nord è forse l’esempio più indicativo di link alla lunga distanza, mentre su quella più breve spicca la capacità di reinventarsi di Crea, l’azienda lombarda del cemento nata a nuova vita fabbricando sofisticate lampade per Foscarini. C’è poi la vocazione sociale che dà vita a un design sincretico, multiculturale, come quello che prende corpo a Roma da K-Alma, il laboratorio dove i migranti scoprono l’autocostruzione di Enzo Mari, o a Treviso con il progetto Talking Hands, che unisce profughi e designer (come Zanellato/Bortotto) attorno al progetto di manifattura tessile per il guardaroba e per l’arredo.

Studio Klass

Va da sé che in questa nuova geografia del design italiano le connessioni spiccano per il coraggio che i designer (e i faber da loro scelti) mettono in progetti dove l’industria il più delle volte non c’è. Questo aspetto, che secondo molti è un limite, innanzitutto perché comprime le possibilità di un design prodotto in larga scala, nella visione della curatrice diventa una risorsa: “Viviamo in un mondo che sta cambiando velocemente, dove il progetto e la produzione devono rispondere a una domanda di sostenibilità sempre più doverosa e sentita. In questo contesto, chi muove dal territorio e crea connessioni ha il vantaggio di sapere meglio come sviluppare idee che soddisfino le esigenze di una comunità e guardino lontano, diventando un modello per gli altri”.

Thalking Hands e Zanellato/Bortotto

K-Alam, falegnameria sociale a Roma ispirata alla lezione di Enzo Mari

Insomma, c’è un mondo oltre l’industria, e il design italiano, pur con tutte le difficoltà del caso, ha il know how giusto per progettarlo. E farne, ancora, un modello per tutti.