La bottega, il vero antidoto a "quelli del marketing" - CTD
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Luigi Patitucci

28 dicembre 2018

La legge della bottega, un antidoto a “quelli del marketing”

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Al confine tra artigianato, design e arte c’è il luogo dove tutto è possibile (a dispetto dell’economia)

Il Marketing! Il Marketing!
Dobbiamo sentire quelli del Marketing!
Dobbiamo, prima di poter fare qualsiasi cosa, sentire prima quelli del Marketing!
Insomma, senza quelli del Marketing abbiamo le mani legate.

Ma chi sono quelli del Marketing!!??

Beh, forse è meglio cercare di capire innanzitutto cos’è il Marketing.
Parametro che, tra l’altro, oggi risulta, oltre che obsoleto, persino inutile, soprattutto nell’esercizio del lavoro del designer, altrimenti, a mio avviso, non potrebbe esservi produzione in alcuni ambiti (inediti) della ricerca, o innovazione alcuna.

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Luzy, di Ingo Maurer

La storia del successo di parecchi prodotti e di molte aziende, divenute emblema esse stesse nella creazione di inossidabili brand, della definizione di traiettorie di uno stile, che valica i confini temporanei delle mode e delle tendenze del momento, ci parla, in maniera fin troppo chiara, di tutta una serie di operazioni eversive nei confronti dei rigidi schemi adottati dalle dinamiche scolastiche degli economisti, spesso imperniate tutte attorno a carismatici e ostinati personaggi, refrattari ai dogmi consolidati dalla adozione, in ambito planetario, di un modus operandi riconosciuto nelle (regole rigide e poco aperte, alla innovazione ed alla ricerca) traiettorie delle economie di sistema, imposteci dalla pressione politica e mediatica dei gruppi di interesse.

Il segreto del successo dei nostri prodotti italiani e, come conseguenza, dei nostri imprenditori, è tutto imperniato sulla questione della trasposizione pratica di progetti estremamente particolari e ritenuti spesso impensabili, sempre sviluppati ed assistiti nel lungo percorso di realizzazione da una grande determinazione ed una grande tenacia.

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Applique Lucellino, di Ingo Maurer

 

E il talento, direte voi?
Beh, il talento, nella pratica del design, è considerato come sottinteso, come dato di default.

A ragione di ciò, amo la bottega, emblema della salda fisionomia del luogo dell’agire dell’espressione italiana, dove può prendere vita una creatività non strutturata, dove possono nascere e svilupparsi elementi e prodotti generati dalla casualità e dalla sperimentazione scevra da condizionamenti dettati dalle frequenze pervasive e becere provenienti dal mercato.

Una bottega, posta al confine tra artigianato, design e arte.
Una bottega, in cui possano inscenarsi progetti che hanno la capacità di sviluppare carattere inclusivo e aperto, che concedono all’utente la possibilità di riconoscersi in ogni fase dell’intero processo produttivo.
Una bottega, che dichiari la sua emancipazione dalle rigidità provenienti dal carattere seriale della produzione industriale, che mediante l’adozione di componenti ludiche possa mettere in campo sistemi di interazione, capaci di poter condurre verso un profilo di unicità pari a quello del prodotto d’arte.

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Canned Light, di Ingo Maurer

Gli elementi prodotti, in quelle aziende che accolgono tali profili operativi, sono spesso oggetti costituiti da forme asciutte, essenziali, che appaiono come oggetti incompiuti, leggeri, fragili, instabili, ottenuti mediante operazioni di sottrazione del superfluo, ma che posseggono grandi capacità espressive, grazie alla possibilità di poter offrire molteplici combinazioni tra gli elementi stessi, o grandi capacità di adattamento ambientale.

“Il mio problema è comprendere il linguaggio delle cose e non imporre loro il mio linguaggio.
Sono come Ulisse, un viaggiatore….” (Francesco Binfarè)

Portatori sani del significato che la scienza attribuisce al termine felicità, quale capacità di adattamento continuo alle variazioni, alle mutazioni di un ambiente.

Insomma, si tratta di poter mettere a frutto la capacità combinatoria delle frequenze proprie della passione che coinvolge il momento creativo, con le esigenze feroci dell’esattezza del disegno del prodotto finito, concedendo persino all’utente la possibilità di poter controllare e seguire l’intero ciclo produttivo, ma dichiarando, con determinazione, un approccio al design imperniato tutto sulla matrice intuitiva, spesso generata dall’attrazione nei confronti dell’immateriale.

E’ chiaro che vince chi muore con più giocattoli.