Bureau Betak, lo studio che ha trasformato le sfilate di moda in show memorabili - CTD
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Sarah Amari

3 Febbraio 2021

Corpo, spazio, distanza: così Bureau Betak ha trasformato le sfilate di moda in show memorabili

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Dopo gli allestimenti per Dior e Jacquemus, lo show per il debutto di Kim Jones da Fendi è una visione del tempo pandemico

Come vi sentireste se foste designati a prendere in mano l’eredità di una maison di alta moda resa grande dalla costante presenza di Karl Lagerfeld e se, per giunta, il vostro background professionale fosse nel manswear? Kim Jones ha risposto alla domanda il 27 gennaio scorso con gli otto minuti e 46 secondi del suo debutto per Fendi con la collezione Haute Couture SS21. 

Lo show – perché di uno show si tratta – si apre con una voce femminile che legge lettere d’amore, quelle che Virginia Woolf scrisse per circa vent’anni alla sua amata, Vita Sackville-West. La visione in live streaming è ancora buia, si intravede solo un fascio di luci ortogonali, cardo e decumano, ma è la voce a farci orientare.  

Inghilterra, dunque? O, forse, Roma? 

Ecco apparire a poco a poco una libreria, un giardino, una teca, un pavimento di marmo. Finalmente la prima modella, è Demi Moore. 

La sfilata è cominciata, i corpi prendono possesso dello spazio come nelle più tradizionali catwalk, ma allo stesso tempo vagano in quello che pian piano si svela ai nostri occhi come un luogo mistico, sempre uguale a se stesso ma sempre diverso: un labirinto. 

Si perde facilmente l’orientamento anche grazie alla musica prodotta da Max Richter, che svela un dedalo di vetro composto da teche con la forma delle F di Fendi disposte come a incastrarsi in coppie. Poi arriva l’intuizione: se stiamo assistendo a uno spettacolo di moda in cui spazio e corpi sono così ben calati in una dimensione unica, non possiamo che essere davanti a un progetto di Bureau Betak, lo studio che negli ultimi vent’anni ha letteralmente rivoluzionato l’allestimento delle sfilate trasformandole in spettacoli. 

Il racconto di Kim Jones al suo debutto è un omaggio alla famiglia che lo ha scelto e ora lo accoglie, alle quattro generazioni di donne che hanno seguito il marchio Fendi sino a oggi. Jones porta sulla passerella anche una di loro, Delfina, jewel designer della collezione. Ma il fil rouge femminile non termina qui: il sottotesto principale della performance è il riferimento al Bloomsbury  Group, in particolare agli scritti di Virginia Woolf e alla pittura di Vanessa Bell (soprattutto nei suoi esercizi romani).

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La Roma di Vanessa Bell

Dice Kim Jones: “I admire the way that they lived their lives, the freedom that they created for themselves and  the art that they left behind for the world”. Quelli del fashion designer sono riferimenti autobiografici alla sua infanzia passata nel Sussex e alla passione per i libri introvabili, edizioni rare passate di mano in mano che appaiono in questa sfilata in più episodi e dettagli, dai volumi che le stesse protagoniste leggono durante lo show al libro che un modello ha in mano come un’estensione dell’abito fino alla trama del tessuto che richiama un particolare tipo di carta usata ancora una volta dalla Woolf.  

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Riferimenti forti, quasi ossessivi: è la narrazione che fa Bureau Betak dell’incontro tra Kim e la maison romana. Ed è quanto di più intimo il fashion designer ci possa raccontare attraverso la collezione in cui affiora quella mascolinità legata al suo passato in Dior Man. Proprio come nelle pagine di Orlando della Woolf, quando il protagonista si sveglia una mattina e scopre di aver cambiato sesso. 

Le figure dietro il plexiglass, le sedie inglobate nel campo di grano che diventano esse stesse parte dell’opera sono messaggi fortissimi con un seguito nel nostro immaginario. Non c’è spazio senza corpo, non c’è corpo senza movimento, non c’è movimento senza spazio. 

Anche con questo allestimento, dopo le collaborazioni con Dior – Cruise 2021 e Jacquemus – SS21, beautifully simple responses to Covid19 – Bureau Betak ha fatto la differenza nel rendere uno show di moda memorabile. In tutti e due i casi precedenti, lavorando con maison profondamente diverse, lo studio si era confrontato con il paesaggio che accoglieva le sfilate, puntando sul movimento dei corpi per dare il senso dello spazio, misurarlo. Sia nella piazza del Duomo di Lecce, sia nei campi di grano fuori Parigi, il rapporto corpo-spazio è talmente forte che la sfilata diventa essa stessa opera d’arte, e – cosa rivoluzionaria – offre una bellezza alla portata di tutti perché diffusa in diretta, in digitale. 

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Nel caso di Fendi, la location è il Palais Brongniart di Parigi, già Palais de la Bourse, che richiama per il suo doppio ordine di arcate il Palazzo della Civiltà Italiana di Roma, sede della maison (cause all roads lead to Rome). Qui i corpi camminano in un viaggio perpetuo, si muovono senza mai toccarsi, oscillano e finiscono per abitare le teche, nello stesso modo in cui tutti noi abbiamo abitato la città svuotata nel 2020 dalla pandemia. All’interno delle teche a F si oppongono natura e artificio, brughiera e architettura, marmo e fiori, Londra e Roma: dualità che si attraggono e si  respingono in un’atmosfera di indeterminatezza che aleggia nel  labirinto di vetro. 

I corpi camminano in un viaggio perpetuo, si muovono senza mai toccarsi, oscillano e finiscono per abitare le teche, nello stesso modo in cui tutti noi abbiamo abitato la città svuotata nel 2020

Tre progetti, tre modi di restituire una visione del presente e del distanziamento sociale con scene di grande valore evocativo. Le figure dietro il plexiglass, le sedie inglobate nel campo di grano che diventano esse stesse parte dell’opera sono messaggi fortissimi con un seguito nel nostro immaginario. Non c’è spazio senza corpo, non c’è corpo senza movimento, non c’è movimento senza spazio. 

L’ultima intuizione creativa dello show per Fendi è Naomi Campbell vestita di marmo che prende il suo posto nel labirinto, ieratica, sotto un arco romano, quasi a indicare la via per Kim e per la maison. Un passaggio di testimone che di sicuro Karl Lagerfeld avrebbe apprezzato.

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