Calvi Brambilla: per costruire da designer, bisogna anche pensare da grafici - CTD
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Silvia Cosentino

3 dicembre 2019

Calvi Brambilla: per costruire da designer bisogna anche pensare da grafici

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“In certi casi è come se lo spazio diventasse un catalogo”. Parla la coppia di progettisti più apprezzati nel mondo dell’allestimento

Lo scorso ottobre, Flos ha annunciato la nomina a design curator di Fabio Calvi e Paolo Brambilla. È la prima volta che lo storico marchio di illuminazione si affida per questo ruolo strategico a figure esterne. Quella tra lo studio milanese e l’azienda era già una collaborazione consolidata. “Cercheremo di interpretare la contemporaneità nel miglior modo possibile. Oggi gli spazi tradizionalmente divisi tra casa e ufficio, interno ed esterno diventano sempre più fluidi. Per questo, continueremo a lavorare sulle quattro linee di prodotti, Home, Architectural, Outdoor e Bespoke, creando sempre più connessioni tra di loro”. Con i due designer abbiamo parlato a tutto campo, partendo dai loro lavori più recenti.

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Ossimoro per antoniolupi

Il vaso Ossimoro realizzato per antoniolupi, come fa intuire il nome, nasce per unire due elementi di per sé dicotomici, forma e acqua. Da dove nasce l’idea di voler dare forma visibile alla sostanza vitale?

A dire il vero il concept nasce dalla richiesta di esaltare le nuove tecnologie della lavorazione del marmo: per questo abbiamo pensato di creare un ossimoro con un gioco di contrasti, dando morbidezza e leggerezza a questo materiale; ci siamo ispirati al drappeggio e ai ricami minuziosi del Cristo Velato di Giuseppe Sammartino e a un’esperienza più recente come le nove sculture di Maurizio Cattelan in All.

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Lavorazione di Ossimoro

Il progetto è nato a partire da un’indagine concettuale trasferita poi sulla sperimentazione materica o, al contrario, dal materiale con cui vi siete misurati? 

Il progetto è partito dal materiale con il quale dovevamo indagare le tecniche di lavorazione: grazie alle tecnologie di Lavagnoli Marmi, abbiamo coniugato una funzione di un prodotto specifico – come il lavello freestanding in marmo – al linguaggio scultoreo della produzione antoniolupi. È stato come far cadere un blocco di marmo per lasciarlo diventare un oggetto.

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Asa per antoniolupi

Le tre serie Asa, Nisi, Masa trasmettono per forma e colore un senso di conforto e di appartenenza all’ambiente domestico. Come è secondo voi possibile trasferire questo concetto tramite dei prodotti industriali, oggi che il fatto a mano, il ritorno alla sapienza artigiana sono un fenomeno ricorrente nel design? 

È vero che all’apparenza questi prodotti potrebbero sembrare industriali, ma in realtà la lavorazione del Cristalmood è artigianale: ogni vaso nasce da una resina liquida in uno stampo di silicone, la parte di finitura è però realizzata a mano in ogni dettaglio. Questo rende ogni vaso un pezzo unico.

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Nisi per antoniolupi

Siete in questo momento uno degli studi italiani che si occupa con maggiore incisività del progetto degli ambienti. Cosa significa per voi progettare lo spazio? 

A seconda del progetto, delle esigenze e della tipologia di utente si generano dei processi completamente diversi, che portano con sé delle unicità e che corrispondono a diversi risultati. Per esempio, per gli spazi commerciali ultimamente ci viene richiesto che siano attraenti e soprattutto fotogenici, mentre gli spazi domestici non hanno questa priorità, perché si chiede intimità e flessibilità. Questo determina due approcci diversi allo spazio: uno per essere condiviso, l’altro per
accogliere.

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Masa per antoniolupi

Immaginando una giornata tipo di Calvi Brambilla: la mattina pensate a come allestire lo stand di Flos, la sera andate a dormire ipotizzando concept espositivi per la Triennale come avete fatto con Storie nel 2018. Come vi relazionate con i grandi maestri? 

Per fortuna ci sono stati i grandi maestri! È a loro che chiediamo aiuto quando cerchiamo soluzioni ai progetti più complessi, più esigenti e che dobbiamo risolvere in pochissimo tempo.  Avere un background culturale rispetto al già fatto ci viene d’aiuto sempre. Oggi sempre di più la creatività non è tanto creare qualcosa di nuovo, ma rielaborare segni, codici e quindi soluzioni che erano già stati sperimentati in passato.

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Allestimento nel flagship store Flos a Milano per il Fuorisalone 2018

Design e architettura o design e architettura? Oggi come interagiscono questi due mondi? 

Design e architettura gravitano intorno allo stesso mondo e si completano a vicenda. Nella storia recente abbiamo riscoperto il valore del design come piccole architetture e dell’architettura come un design di ampio respiro. Questa contaminazione è vitale per entrambi.

Oggi sempre di più la creatività non è tanto creare qualcosa di nuovo, ma rielaborare segni, codici e quindi soluzioni provenienti dal passato

I vostri progetti si articolano in maniera elastica nella gestione dell’architettura così come del prodotto e della grafica. In questo senso si percepisce un governo dei vari ambiti disciplinari, spaziando dalla grande alla piccola scala, in cui esiste un rapporto corale con figure professionali come curatori, designer, tecnici. Vi sentite in questo senso simili a dei direttori d’orchestra? O a che altro tipo di figura?

In realtà il nostro lavoro è molto più simile a quello di un regista perché dobbiamo seguire personalmente e fisicamente i progetti: così come la cinematografia è il racconto di immagini in movimento, un contatto diretto con i progetti aiuta a raccontare gli spazi e a interpretarli con la luce.

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100X100 Achille, presso la Fondazione Castiglioni

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L’allestimento 100×100 Achille, per il centenario di Achille Castiglioni, trasmetteva vibrazioni nostalgiche. Gli espositori, pratici e versatili, racchiudevano le meraviglie dello Studio Castiglioni. Uno spazio in grado di trasmettere la percezione di una presenza quasi fisica, quella di Achille. Uno spazio che era uno studio privato, non un museo. Non è più complicato allestire uno studio che un museo?

Sì, allestire uno studio è sicuramente più complesso che allestire un museo: un museo è un foglio bianco su cui scrivere una storia, uno studio ha già una grande connotazione, è uno spazio pieno, è un luogo vivo e con una storia propria che va espressa e rispettata. Nel caso di 100×100 Achille, abbiamo cercato di risolvere il problema spaziale anche in prospettiva del fatto che la mostra era stata pensata dalla Fondazione Castiglioni come itinerante. Per questo abbiamo immaginato un oggetto ironico, leggero e che si trasportasse facilmente, un oggetto anonimo in qualche modo già presente nella memoria collettiva.

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La Triennale 2018

Siete considerati tra i progettisti più influenti nella scena contemporanea, figure di riferimento nel campo del progetto dello spazio. Voi, a vostra volta, a chi vi ispirate?

Siamo onnivori e molto curiosi, traiamo ispirazione sia dai professionisti che ci hanno preceduto sia da tutte le arti, l’arte contemporanea, la musica, il cinema, l’architettura. Come diceva Achille, se non siete curiosi lasciate perdere. E noi siamo curiosi in ogni momento, non solo sul lavoro: anche un oggetto abbandonato per terra può diventare un’ispirazione e un’idea progettuale.

Per gli spazi commerciali ci chiedono progetti fotogenici. diversamente la casa è ancora uno spazio intimo, riservato

Quanto è importante la comunicazione, intesa come grafica, wayfinding, studio e gestione dei colori, così come dei materiali, nei vostri progetti? 

Pur non essendo noi dei grafici, spesso i nostri allestimenti hanno insito un approccio molto grafico con uno studio dei colori che comunichi immediatamente i prodotti esposti; a volte è come se gli spazi allestitivi fossero dei cataloghi. È una contaminazione affascinante: per costruire da designer serve anche pensare da grafici.

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Stand Flos al Salone 2019

Nei vostri progetti la texture da connotato diventa quasi chiave progettuale. Tra tatto e vista, come lavorate per distribuire l’esperienza e la percezione?

Il ritmo, la proporzione e la serialità sono, dal punto di vista allestitivo, alcuni dei parametri fondamentali da rispettare. Gli stessi valori si ritrovano anche nel design del prodotto, che però aggiunge un grado di complessità con la componente tattile. Il tatto e la vista hanno in comune la vibrazione, una reazione istintiva al tocco e alla luce. Con questo approccio, quei parametri diventano valori estetici e percettivi, applicati alla materia e alla luce.

Vivere nei tempi dell’experience è sicuramente una grande opportunità, che richiede anche una maggiore cura progettuale, ma non deve essere un escamotage comunicativo

Viviamo nel tempo dell’experience: sempre più il “come” sopravanza il “cosa” vivere, visitare, vedere. Quanto pesa questa dimensione nell’allestire contemporaneo? È una opportunità o un vincolo di cui fareste a meno volentieri? 

Il come, in un progetto, si traduce nell’esperienza di un oggetto, ma il nostro obiettivo è sempre il cosa, la sostanza dell’oggetto. Vivere nei tempi dell’experience è sicuramente una grande opportunità, che richiede anche una maggiore cura progettuale, ma non deve essere un escamotage comunicativo. L’aspetto esperienziale non deve essere solamente spettacolarizzazione del progetto, perché la parte più importante rimane sempre il contenuto. L’esperienza non dovrebbe sovrastare, ma accompagnare la comprensione del progetto.

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Superficie per Foscarini

Altro aspetto imprescindibile del design, oggi: il bisogno di raccontare storie. Anche in questo caso vi chiedo se si tratta di un’opportunità o di un cattivo retaggio.

Siamo abituati ad avere un approccio progettuale abbastanza trasversale, e questo aiuta ad interpretare un oggetto a partire da una suggestione o da una storia. L’ispirazione non è casuale, ma orientata da esigenze precise di struttura e forma: per esempio, la lampada Typha ha ispirazioni botaniche che arrivano dalla natura che l’ha generata.

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Lettino da mare Bahia per Varaschin

I social network stanno cambiando la percezione del reale, fenomeno visibile in architettura e nel design dove sempre più si punta sulla fotogenicità di un progetto, se non addirittura sulla sua “riquadrabilità” a livello fotografico. Che rapporto avete con la cultura digitale e della condivisione delle immagini? Come processate le suggestioni che arrivano da quel mondo?

Dal punto di vista progettuale, la fotogenicità è una variabile piuttosto richiesta dai nostri clienti, per rendere il progetto adeguato alla fruibilità e all’efficacia sui social. Come utenti, è sicuramente un media molto interessante e veloce che ci permette di avere accesso rapidamente a informazioni facilmente accessibili sul mondo e sul design e l’architettura in particolare. Prima questo non era possibile, oggi invece la velocità di accesso alle informazioni e il continuo confronto sono fondamentali. Comunque cerchiamo di non abusarne, lo usiamo come strumento di lavoro.