Camilla Borghese, la fotografia d'architettura come segno grafico | CTD
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27 giugno 2018

Camilla Borghese, la fotografia che trasforma le architetture in segno grafico

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In mostra a Roma scatti di grattacieli sul filo dell’astrazione

di Isabella Clara Sciacca

La fotografia racconta l’architettura con Outline, la mostra di Camilla Borghese ospitata fino al 7 luglio nella galleria romana Spazio Nuovo, che prosegue il successo della tappa a Napoli.

Proprio di narrazione si tratta se è vero, come sosteneva Umberto Eco, che la fotografia è più vicina alla scrittura che all’arte figurativa e se l’intento dell’autrice è, come in questo caso, rivelare l’architettura attraverso una fotografia, trasmettere l’emozione e lo stupore di fronte ad un edificio attraverso l’obiettivo, interpretandone i profili, gli spazi, le luci.

Tredici fotografie di grande formato ritraggono luoghi iconici di New York, Milano e Napoli come l’AT&T Bulding, il Sony building, il National September 11 Memorial, la Casa Rustici di Terragni, la Chiesa del Gesù Nuovo e il grattacielo Pirelli. Lavori che restituiscono la visione di una contemporaneità urbana fatta di continui rimandi all’antichità e al modernismo, al passato e al presente.

In alcuni casi la ricerca di Camilla Borghese va alle radici del progetto, ne scruta alcune regole compositive o geometriche, le rende manifeste nella costruzione dell’inquadratura, in molti altri casi rappresenta l’oggetto per astrazione, sovraesponendo le immagini, scegliendo di concentrarsi su dettagli specifici.

Nelle opere di Camilla Borghese non c’è nulla della presunta neutralità dell’obiettivo fotografico e del soggetto architettonico, il dato reale si fa segno grafico e conquista la dimensione metafisica.

Abbiamo intervistato la fotografa che, quando non è in viaggio, vive a Roma.

L’amore per l’architettura nel tuo caso ha radici lontane, quando hai capito che la tua strada era la  fotografia?

“Ho iniziato ad appassionarmi all’arte già da giovanissima, nei primi anni del 2000 ho cominciato a sviluppare l’interesse per la fotografia di architettura, che si è trasforma in attività professionale lavorando nello studio di Andrea Jemolo. Nel 2005 mi sono laureata in Conservazione dei Beni Artistici all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dal 2007 ho cominciato a lavorare come free-lance affiancando il lavoro di documentazione alla mia personale ricerca artistica intorno alle forme architettoniche”.

L’esperienza come fotografa di architettura che apporto ha dato alla tua ricerca personale?

“È stata un’esperienza importante che ho subito interiorizzato e fatto mia e che mi accompagna tutt’oggi nel mio lavoro”.

Qual è il tuo primo approccio all’oggetto fotografato?

“Cerco sempre di avere un punto di vista ravvicinato da quale osservare la struttura architettonica, quasi sempre si tratta di un solo edificio slegato dall’ambiente circostante che mi interessa fino a racchiuderlo nell’inquadratura. Mi concentro sull’emozione che l’oggetto architettonico suscita in me. Pur partendo dal dato reale e pur essendo interessata sia ai materiali costruttivi che al progetto, cerco di trasmettere la portata emotiva di una creazione architettonica e di far arrivare agli altri la forte emozione che provo io per prima di fronte a questi edifici”.

Come lavori per capire qual è il punto di vista migliore per rappresentare il soggetto?

“Il momento che più amo non è quello in cui poso l’occhio dietro il mirino, ma quello che precede di molto la fase dello scatto, nel quale l’osservazione di un’architettura si sposa con la coscienza della scoperta dell’attimo temporale in perfetta simbiosi con il punto di vista; tutto il lavoro successivo è il tentativo di creare uno scatto che trasmetta quell’istante che racchiude un’idea, e con essa il tempo e le energie di tante persone che hanno reso possibile quell’architettura. Torno più volte su uno stesso soggetto, in diversi momenti del giorno, per seguire lo spostamento della luce nel corso del tempo e per catturare l’immagine migliore”.

In alcune tue opere la struttura sembra quasi perdere la materialità e diventare segno grafico. Il lavoro per sottrazione e l’astrazione trasformano l’edificio in archetipo del progetto, eppure ad un altro livello la stampa è ricca di dettagli, di elementi tangibili e di informazioni concrete, come nell’opera del Chrysler building di New York. Ideale o reale?

“Mi piace giocare con il dato reale e quello ideale, rappresento un’architettura che può sembrare ideale, ma ad uno sguardo più approfondito si possono scorgere particolari reali. Nella mia opera sul Chrysler ho reso visibili le impalcature dei lavori sul grattacielo proprio perché, accanto alla dimensione astratta e teorica dell’edificio, è importante per me che sia presente un livello di realtà, che leghi l’opera al vissuto”.

Molte delle opere che hai realizzato in passato riguardano soggetti antichi a Roma, la tua città natale, mentre le foto più recenti hanno soggetti contemporanei: che cosa ti attrae del classico?

“Mi piace usare un linguaggio classico, nel quale il senso del monumentale avvolge lo spettatore in un’aurea di maestria, bellezza e stupore. Architetture che possono essere cupe o, per contro, pacificatrici con l’animo umano, ma sempre presentate in una chiave di presenza assoluta e reale davanti all’osservatore. Di fronte ad esse siamo chiamati a fermarci, oppure siamo stimolati a percorrere e a rivivere a modo nostro quello spazio. Poi mi interessano le forme classiche che si ripetono nel corso del tempo, a prescindere dal periodo storico, così come amo rappresentare quanto di monumentale c’è in un piccolo oggetto, rendere la sua maestosità a prescindere dalle dimensioni.

Quali sono gli autori o le correnti artistiche che più ti hanno influenzata? 

“Mi sono ritrovata spesso a seguire un’ispirazione e un’estetica di costruzione dell’immagine di cui non afferravo l’origine. Nel corso del tempo ho capito che lo studio della storia dell’arte mi ha influenzato più di quanto pensassi, soprattutto la pittura del 400 e del 500, Piero Della Francesca per fare un nome fra tanti. Per quanto riguarda l’architettura sono molto legata al lavoro di Louis Khan, ma come si può intuire dalla mia opera sul Seagram building di New York, alla quale sono molto legata, un altro autore molto importante per il mio percorso è Mies van der Rohe“.