Casa di pietra, quando un'installazione riesce a fare scuola | CieloTerraDesign
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Isabella Clara Sciacca

20 febbraio 2018

Casa di pietra, quando un’installazione riesce a fare scuola

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Così il progetto di Gumdesign è diventato un master per creare lavoro

Quante sono le installazioni di architettura in grado di lasciare il segno? Non tante, probabilmente. Ancora meno sono quelle che non restano opere estemporanee, ma riescono a tradursi in progetti in grado di incidere sulla realtà e, anche letteralmente, a fare scuola. La Casa di pietra di Gumdesign è un’eccezione positiva in questo mondo. Perché da allestimento nato per una fiera (Marmomac, per l’esattezza) è diventata l’oggetto di un master che, a sua volta, servirà a sviluppare il concept e la filosofia che l’ha ispirata. Provando a generare lavoro.

La Casa di pietra nasce quasi per caso da un’installazione al Marmomac del 2014 e approda allo Ied di Firenze alla fine di un percorso virtuoso che vede collaborare designer e aziende, artigiani e industrie. Da un lato il know how della bottega, dall’altro un design che rispetta e interpreta questa manualità. È il master in Design dedicato all’Innovazione e al Prodotto per l’Alto Artigianato, il progetto didattico creato e condotto da Gumdesign con Ied a cui si è poi affiancata la Regione Toscana. L’obiettivo è formare professionisti capaci di interpretare in maniera contemporanea l’alto artigianato, combinando tradizione e innovazione su scala internazionale. Gabriele Pardi e Laura Fiaschi sono l’anima di Gumdesign e del master.

 

Come siete arrivati all’idea del master?

“Su invito di Marmomac, tre anni fa il nostro studio, Gumdesign, decide di ideare un’installazione culturale. La Casa di Pietra, una piccola installazione su una superficie di circa 100 metri quadrati che vedeva al centro uno spazio in mosaico e una decina di collezioni. Lo spazio espositivo fu premiato dal Best Award Architectural per la sezione Design, vi furono molte richieste per poter acquistare i prodotti e questa attenzione ci colse, al momento, impreparati. Avevamo costruito un brand, senza volerlo. Da lì in poi sono arrivati i primi inviti a esporre in altre città e nei due anni successivi altre quattordici tappe espositive. A ogni tappa abbiamo aggiunto nuove figure artigianali e nuove collezioni raggiungendo oggi trentacinque partner in tutta Italia e quarantotto collezioni per un totale di circa duecento oggetti; un vero e proprio catalogo aziendale che ha attirato l’attenzione di privati, di showroom e di numerose aziende, alcune fra le più importanti a livello internazionale nel settore del complemento d’arredo”.

 

La Casa di Pietra da installazione è diventata un brand che aggrega altri brand e altri professionisti?

“Sempre ‘casualmente’ si è costruita una vera e propria fabbrica diffusa, un network di imprese di alto livello artigianale pronto a produrre con le più svariate tecnologie, i materiali più disparati e pronte a rispondere a qualsiasi esigenza del mercato. Altre novità aspettano di entrare in campo, nuove modalità di collaborazione e sinergia che si sviluppano all’interno del network. Un network che da ‘virtuale’ è diventato ‘reale’ connettendo esperienze, formazione, produzione e progettualità”.

Come si articola il master?

“Si è sviluppato in questi primi dieci mesi con corsi improntati alla storia del design e del prodotto artigianale, al disegno tecnico, alla conoscenza dei materiali e delle tecnologie di produzione, alla metodologia della progettazione. A dicembre si sono conclusi i corsi di marketing/management e i laboratori di progettazione applicati al mondo del complemento d’arredo e degli imbottiti. Mentre nell’ultimo trimestre (gennaio/marzo 2018) si effettueranno i corsi di Interaction ed Exhibition, mirati alla progettazione di uno spazio espositivo ed interattivo utile per le collezioni progettate in precedenza”.

A una prima fase teorica seguirà poi una parte in cui le realtà produttive svolgeranno un ruolo importante. Come sarà articolato l’intervento delle aziende nel master?

“I primi mesi del 2018 saranno nevralgici, comporteranno numerose visite e il contatto diretto in azienda. Saranno, come dire, smontate certezze e costruite direzioni per ora non previste, proprio come accade quotidianamente a chi esercita questa splendida professione nello sviluppo prodotto. Gli studenti hanno potuto visitare e conoscere quattro aziende del territorio che producono complementi d’arredo e imbottiti; sono stati effettuati sopralluoghi per comprendere le tipologie commerciali e la produzione di ogni singola azienda per ottenere un link concreto tra oggetto e laboratorio, utensili e materiali… un modo per collegare la prima fase teorica del Master al mondo della produzione e all’alto artigianato toscano. Ulteriori approfondimenti sono stati fatti in parallelo per le aziende della filiera produttiva definendo limiti e confini per la progettazione. Al momento, siamo in piena fase progettuale e di prototipazione delle collezioni; gli studenti sono stati composti in tre team di progettazione e ognuno ha sviluppato concept di prodotto presentati alle aziende che a loro volta hanno selezionato le collezioni da produrre. Adesso parte la fase esecutiva della progettazione, il rapporto stretto con le aziende e gli artigiani coinvolti; si prevede un ‘laboratorio a quattro mani’ per sviluppare, correggere, rendere producibili gli oggetti pensati per le nuove collezioni”.

La Toscana, da cui entrambi provenite e dove avete scelto di dare vita al progetto, parla il linguaggio dell’alto artigianato da sempre. Quanto il corso è legato a questa realtà geografica?

“La Toscana, con la sua caratteristica territorialità, la ricchezza di storia e di architettura, la presenza importante di distretti produttivi basati sui materiali – basta pensare al marmo, alla ceramica, al vetro, alla pelle – permette lo sviluppo di nuovi progetti e nuovi impulsi per generare nuove figure professionali come il designer/imprenditore, autoproduttore, consulente creativo per servizi alle aziende e nuove presenze imprenditoriali, innovative e pronte ad affrontare il mercato globale”.

Come si crea un progetto che tenga conto dell’eredità culturale locale, dello specifico di un’azienda, ma che sia appetibile anche all’estero?

“Al master sono state affiancate anche altre figure professionali che hanno analizzato le imprese, i difetti e i pregi, gli obiettivi e la capacità di fare sistema nel territorio. Il docente di Marketing è poi la figura che imprimerà alle aziende nuovi linguaggi e visioni per il mercato estero, le seguirà nelle fasi successive alla presentazione delle collezioni per determinare canali distributivi efficaci. Gli output più significativi, al momento, possono coincidere con la verifica e la risposta creativa dei vari team di progetto, ognuno caratterizzato per uniformità geografica o per differenza culturale che hanno comportato fusioni e distanze, visioni razionali o poetiche, sviluppi pragmatici o onirici… è dunque la frammentazione delle culture che ha generato la prima risposta positiva del master”.