Come farsi amico l'algoritmo e usare i social per uscire dalla bolla
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Roberto Reale

20 luglio 2019

Come farsi amico l’algoritmo e usare i social per uscire dalla bolla

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La polarizzazione che trasforma il web in arena è frutto del capitalismo dei dati. Se vogliamo che qualcosa cambi, il primo passo spetta a noi

Polarizzazione come conseguenza del crollo delle certezze, dei punti di riferimento, della società liquida?

Innanzitutto è essenziale distinguere tra polarizzazione e fake news. Queste ultime rappresentano un fenomeno certamente complesso e stratificato, ma anche, molto spesso, “gonfiato” per giustificare a buon mercato fallimenti elettorali, benché non esista ad oggi consenso sulla capacità delle fake news di modificare in modo sensibile gli equilibri politici.

La polarizzazione è invece un fenomeno molto più profondo, che investe direttamente la sfera cognitiva e l’approccio all’informazione in termini sia individuali sia sociali. Qualcuno (ad esempio Claire Wardle e Hossein Derakhshan in un rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa) ha parlato di information disorder e di debolezze cognitive da cui la nostra società sarebbe attraversata.

Esiste poi il tema della disintermediazione, ossia della crisi di quei corpi intermedi sconfitti nel “nuovo ordine” dei rottamatori di varia ascendenza e che però svolgevano un’azione di metabolismo e “validazione” dell’informazione nella complessa dialettica di uno spazio pubblico. Marco Damilano in Processo al Nuovo li elenca da par suo: «Apparati statali, commis e dipendenti pubblici, sindacati, lobby», e i «riflessi dei media attratti dal clamore». Tuttavia il fenomeno della disintermediazione a sua volta non è nuovo: già Ortega y Gasset ne descrive i prodromi nel 1929 in La rebelión de las masas.

La polarizzazione è dovuta anche alla crisi dei corpi intermedi: apparati statali, commis, sindacati e lobby. Ma non è un fenomeno nuovo: già Ortega y Gasset lo aveva descritto nel 1929

Con l’avvento del world wide web e ancor più dei social network, tuttavia, il fenomeno della polarizzazione si è andato intrecciando con logiche proprie del capitalismo dei dati: chi gestisce le grandi piattaforme digitali, infatti, ha un preciso interesse a segmentare i propri utenti in gruppi ben caratterizzati, il più possibile distanti l’uno dall’altro ma omogenei al loro interno (clusterizzazione, nel gergo della data analytics). Questo perché una segmentazione netta agevola la profilazione e quindi il confezionamento di offerte commerciali tailor-made e, allo stesso tempo, rende più semplice e più efficace veicolare contenuti informativi rilevanti. A ben vedere, anzi, i due aspetti confluiscono in un’unica esigenza di efficienza economica, se è vero che informazione e merce sono oggi solo modi diversi di chiamare la stessa cosa.

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Il “filtro” – l’espressione è di Eli Pariser – rappresenta, in effetti, l’altra faccia della medaglia del capitalismo della sorveglianza, come l’ha definito Shoshana Zuboff: semplificando all’estremo i termini della questione, l’algoritmo ci scruta per imparare a massimizzare il profitto, in termini di consenso o meramente economici, dei contenuti che di volta in volta ci propone. Attraverso l’isolamento nelle nostre echo chambers, le logiche intrinseche delle piattaforme digitali, e quindi lato sensu la loro architettura dell’informazione, attuano dinamiche cognitive che Bruno Saetta definisce di segregazione ideologica.

Chi gestisce le grandi piattaforme digitali ha interesse a dividerci in gruppi di persone simili al loro interno e distanti da quelli che appartengono ad altri cluster. Questa ripartizione nasce per ragioni di efficienza economica, commerciali: l’obiettivo è il confezionamento di offerte tailor made

Così la rete, salutata da molti come terra di libertà o addirittura strumento salvifico, si rivela fertile terreno di coltura per frammentazioni, contrapposizioni, visioni dogmatiche. L’entusiasmo di pochissimi anni fa lascia il campo alla disillusione: non suonano irrimediabilmente ingenue oggi affermazioni come quella di Lawrence Lessig, secondo il quale la rete permetterebbe di esportare il primo emendamento degli Stati Uniti in tutto il mondo e, con esso, l’affermazione della libertà di espressione, del free speech, contro ogni tentativo di ostacolo o limitazione da parte del potere pubblico (lo ricordano Marco Delmastro ed Antonio Nicita in Big data. Come stanno cambiando il nostro mondo)? O come quella di Papa Francesco che soltanto nel 2014, nel suo messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni, scrive «Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è cosa buona, è un dono di Dio»?

Le dinamiche di polarizzazione sono destinate ad aggravarsi? I dati storici ci dicono di sì, benché non manchino voci discordi (si veda, ad esempio, un recente op-ed di Tyler Cowen su Bloomberg). Sarebbe comunque ingenuo pensare di proporre facili panacee, anche perché presunte misure di remediation imposte dall’alto, ipertrofie legislative o della governance difficilmente riescono ad ottenere effetti adeguati, specie in un mercato complesso che esige dal policy maker la contezza di quantità sterminate di informazioni.

Non possiamo aspettare che i meccanismi di bonifica partano dall’alto, anche perché il legislatore non ha contezza della quantità sterminata di informazioni che gli occorrerebbero. Il cambiamento deve partire da noi, dall’igiene quotidiana della nostra bolla

Qualche considerazione però possiamo permettercela.

Innanzitutto non è escluso che le piattaforme digitali non si orientino in futuro verso modelli di business basati su personalizzazioni più spinte, e quindi su cluster più piccoli e più prossimi al singolo individuo. Dall’altro lato, è essenziale che l’utente impari ad esercitare un’igiene della bolla, ad interagire in modo costruttivo con l’algoritmo (si veda in proposito il recentissimo #Humanless. L’algoritmo egoista di Massimo Chiriatti), ad iniettare nella macchina che ci osserva variabilità, diversità, imprevedibilità: tutto ciò insomma che ci caratterizza in quanto umani. A collaborare con l’algoritmo, usandolo come strumento di conoscenza del mondo e non di consolidamento delle pareti della bolla. E ad esercitare senso critico, aprirsi alla contestazione, imparare che nella pluralità dei punti di vista (la poliglossia di Michail Bachtin) c’è più ricchezza che nella perpetua riconferma di ciò che già sappiamo, o che crediamo di sapere.