"Così ho fatto della luce un'emozione" | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

27 Aprile 2017

“Così ho fatto della luce un’emozione”

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Intervista a Giovanni Maria Filindeu, l’architetto che ha allestito lo spazio Foscarini all’ultimo Fuorisalone

La luce come progetto, e non come semplice elemento di arredo. Ma soprattutto la luce come esperienza, visiva ma anche emozionale, come nell’installazione Fare Luce realizzata per Foscarini dall’architetto Giovanni Maria Filindeu nello show room in via dei Fiori chiari, Brera, e che grande successo di pubblico ha avuto all’ultimo Fuorisalone.

Scelta coraggiosa, quella del marchio veneziano, che per l’allestimento nel distretto principale della Design week ha rinunciato a mettere in primo piano le proprie iconiche lampade a vantaggio di un vero e proprio percorso evocativo. L’esperienza partiva dalla stanza dedicata al primo incontro con la luce, dove un cielo di merletto trasforma il ricordo in spazio, come in una domenica pomeriggio di inizio primavera. Poi, si entrava nella stanza della luce e dello spazio: qui la luce si fa geometria e trasforma l’ambiente. Ancora, in un’altra stanza si scopriva il dono della luce e la luce come luogo, punto di inizio al quale tornare inesorabilmente. Fino allo spettacolo del cielo, che si riempie dei sette colori dell’arcobaleno, premio per i bambini di ogni età che hanno saputo pazientare durante la pioggia. Di Fare Luce abbiamo parlato con Filindeu.

Il pubblico di eventi come il Salone e il Fuorisalone ormai si aspetta sempre più installazioni interattive ed emozionali. Possiamo forse dire che quasi le pretende. Le stanze allestite in Brera nascono per rispondere a questo input o le ha pensate a prescindere?

“Penso che l’installazione di via Fiori chiari abbia origini molto lontane da questa considerazione. I giorni del Fuorisalone sono estremamente ricchi di stimoli e suggestioni di ogni tipo. Rispetto a questo l’installazione Fare luce è quasi un progetto che va controcorrente. Paradossalmente gli spazi molto semplici e poco ‘spettacolari’ possono essere stati un elemento inaspettato in un contesto come quello della Design week milanese. Chiarito questo, non mi sento di affermare che siano stati pensati senza tener conto del contesto in cui sono stati vissuti. Mi verrebbe quasi da dire che in quei giorni ce ne fosse bisogno”.

Allestire un’installazione per un brand senza usare i prodotti del brand. Una sfida o una responsabilità enorme? 

“In tutta onestà per me è stato solo un grande privilegio. La stessa domanda andrebbe in verità posta a Foscarini. Mi verrebbe comunque da dire che un aspetto abbastanza evidente dell’azienda sia proprio quello di porre la luce stessa al centro del progetto dei loro prodotti e non il contrario. Le lampade Foscarini non sono a mio giudizio delle sculture che si illuminano. Penso che si tratti invece di luce presentata e interpretata attraverso straordinarie forme spaziali. In questo senso penso che negli spazi di Fare Luce si possa riconoscere molto dell’essenza di Foscarini”.

Come e perché ha scelto tagli e forme della luce e i materiali di ciascuna stanza?

“Le forme spaziali sono solo l’esito di un processo. Un risultato ma non un obbiettivo. Se attraverso le forme sono in grado di esprimere dei contenuti significativi, allora tutto acquista senso, il contrario non lo capisco. Ogni spazio dell’installazione è definito a partire da questa considerazione. Le ragioni di ogni spazio  – materiali, forme, proporzioni – tengono conto del contenuto che avevo in mente di esprimere. Sono spazi semplici ma non certo facili. Ho cercato di evitare che fossero complicati ma non ne ho nascosto la complessità. Mi interessava che fossero degli ambienti molto diretti e chiari, ma a dire il vero sono compresenti più livelli di lettura ed interpretazione. Ad esempio la musica. Ogni spazio è sia ‘lampada’ che ‘cassa armonica’ ed obbedisce pertanto a più regole.  Forme e materiali seguono anche questo ragionamento”.

Quanto ha inciso la memoria, in particolare il suo essere sardo, nell’allestimento?

“L’essere sardo ben poco, essere nato e cresciuto in Sardegna invece ha contato tantissimo. Apparentemente sembrano due cose analoghe ma non lo sono. La Sardegna è una terra fantastica capace di trasformare la vita delle persone che possiedono sensibilità e capacità di ascolto. Non è sufficiente esserci nati mentre è possibile che donne e uomini che la ‘incontrano’ anche occasionalmente entrino in relazione e profonda sintonia con essa. In sintesi penso che sia la Sardegna che fa i sardi, non il contrario”.

Allestimenti e prodotti che l’hanno colpita a questo settimana milanese?

“Avrei voluto avere più tempo per vedere le tante iniziative della Design week, ma non è stato possibile. Tra le cose che ho visto segnalerei la mostra curata da Beppe Finessi dedicata al ventennale del Salone Satellite alla Fabbrica del Vapore e la lampada Filo di Andrea Anastasio presentata tra le novità di Foscarini”.

Come giudica il rapporto, oggi, tra architettura e luce nel design di interni di alto livello, partendo dalle suggestioni della settimana in Brera, per esempio Dimorestudio o The Visit?

“Non mi sono mai posto questo tipo di domanda ed ora confesso di sentirmi impreparato a rispondere con  chiarezza. In generale mi viene da dire che mi sento un po’ distante dal mondo di forme e contenuti che popolano le suggestioni di cui parla”.