Il coworking è morto, lunga vita al coworking (grazie al design) - CTD
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Ilaria Marelli

1 Dicembre 2020

Il coworking è morto? Lunga vita al coworking!

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La pandemia non ha azzerato gli spazi di lavoro in condivisione, anzi: nuove tipologie avanzano come alternativa all’headquarter classico e allo smart working

All’inizio del 2020 il co-working era sicuramente una formula in crescita nel mondo dei nuovi spazi per uffici in zone metropolitane, perché univa la possibilità di interazione tra attività complementari e la convenienza economica di un service hub completo a disposizione. Una soluzione che allettava professionisti, startup, studi creativi e dell’IT, aziende di servizi innovative.

Poi è arrivata la pandemia e ci siamo chiesti: ma tutte le iniziative co (co-working, co-housing, co-education) che hanno alla base il concetto di sharing, di attività da fare e da pensare insieme, di prodotti e servizi da condividere, che fine faranno con il distanziamento fisico?  

C’è stato sicuramente un momento difficile di riorganizzazione degli spazi e dei nuovi servizi di sanificazione, tanto più essenziali in un luogo dove alla base è prevista la rotazione delle persone. Eppure, passata la prima ondata della pandemia, si sono create nuove opportunità che non erano ancora state ipotizzate: grandi società di servizi hanno realizzato quali sono sia i costi economici dei grandi headquarters centralizzati sia quelli sociali del pendolarismo di centinaia o migliaia di dipendenti. E dopo un iniziale entusiasmo per i risparmi generati dall’home working, è stato chiaro per tutti che non sempre il lavoro da casa full time è la soluzione migliore. 

Tra la scelta di ampliare gli spazi centralizzati per garantire le nuove distanze e quella di utilizzare gli spazi a rotazione mantenendo una quota di smart working, si sta facendo avanti, dunque, una terza ipotesi: quella di prenotare postazioni organizzate proprio come nel co-working, ma diffuse nel territorio, da utilizzare anche part-time. Una soluzione mista che può essere intelligente ed efficiente sia dal punto di vista economico che sociale.

Dopo un iniziale entusiasmo per i risparmi generati dall’home working, è stato chiaro per tutti che non sempre il lavoro da casa full time è la soluzione migliore. Si sta facendo avanti, dunque, una terza ipotesi: quella di prenotare postazioni organizzate proprio come nel co-working, ma diffuse nel territorio, da utilizzare anche part-time. Una soluzione mista che può essere intelligente ed efficiente sia dal punto di vista economico che sociale

Durante lo smart working che abbiamo vissuto in primavera, ci siamo resi conto dei benefici della non-mobilità,  ma ci siamo anche accorti che spesso ci mancavano la socialità fisica del luogo di lavoro e alcune facilities: dalla sedia ergonomica alla sala riunioni, dalla connessione efficiente a una buona concentrazione. Perché ci mancava la separazione tra tempo di lavoro e tempo privato che erano diventati tutt’uno.

Le soluzioni in coworking hanno quindi ora ripreso forza non solo nelle grandi città, ma anche nei grossi centri di provincia che possono fare da aggregatori sia per realtà d’impresa locali sia per aziende internazionali attive in quel territorio. Sono soluzioni che piacciono alle aziende (pago quando serve) e anche ai dipendenti, che usufruiscono dei plus del luogo di lavoro (servizi e contatti) senza avere gli svantaggi di una mobilità quotidiana spesso impegnativa.

È uno scenario ancora in fase di elaborazione, l’ambito delle soluzioni ibride si sta allargando anche a altri settori come quello dell’ospitalità. All’interno di alcune catene di hotel iniziano a trovare posto spazi simili ai coworking che non sono più solo le grandi sale meeting, ma piccoli uffici attrezzati anche per videocall o piccole riunioni e che risolvono le esigenze di una clientela che riprenderà a viaggiare ancora per lavoro. Più efficienti delle hall degli alberghi o delle mediamente scomode postazioni nelle camere d’albergo. 

Le soluzioni in coworking hanno quindi ora ripreso forza non solo nelle grandi città, ma anche nei grossi centri di provincia che possono fare da aggregatori sia per realtà d’impresa locali sia per aziende internazionali attive in quel territorio

Questi miei approfondimenti sul mondo dell’ufficio hanno iniziato a prendere forma da quando, pochi giorni prima del lockdown di marzo, avevo assunto l’art direction di un catalogo per Gaber, esemplificativo dei luoghi di lavoro oggi. L’occasione giusta per riflettere e in qualche modo tipizzare una serie di ambienti di taglia e funzioni diverse progettati o semplicemente frequentati nel corso della mia attività.

E ammetto che proprio gli spazi del coworking sono quelli nei quali mi sono appassionata di più nel creare ambienti  funzionali e vitali, colorati quando serve, con spazi rimodulabili per le varie attività e aree di confronto più o meno formali: dalla lounge alla sala riunioni, dall’area snack alla classroom. Spazi ibridi, pieni di colore e di elementi rubati ad altri ambienti: le tende arricciate degli hotel (perfette come fonoassorbenti), la sedia outdoor per le riunioni, e tanto verde per creare un comfort naturale.

Da qui il titolo Work, learn, share, take a break: perché il lavorare senza l’imparare, il condividere, e anche il prendersi un caffè significa in fondo essere poco umani.

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