Cristina Celestino, il fascino discreto della natura | CieloTerraDesign
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Cristina Celestino, il fascino discreto della natura

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Incontriamo la designer che ha realizzato uno stand da sogno

“I clienti che mi cercano si aspettano da me progetti domestici, evocativi e narrativi… ma anche femminili”. A parlare è Cristina Celestino, sicuramente la più adatta a rappresentare la gentilezza. 37 anni, creativa di successo e di ingegno tanto quanto persona garbata, elegante, dalla spiazzante semplicità. Alle sue spalle importanti collaborazioni con brand internazionali quali Fendi, Seletti e Tonelli. Il coraggio e la determinazione di autoprodursi (con la creazione del suo marchio Attico Design) per mantenere la propria ispirazione libera di spaziare, il merito di incontrare il grande successo della produzione.

La incontriamo a Casa Lago, uno spazio nel cuore di Milano votato agli eventi che ruotano attorno al design, invitata dal padrone di casa Daniele Lago a parlare di gentilezza. Si tratta del progetto per la Milano Design Week 2017 “Never stop living kindness”, frutto della collaborazione tra LAGO Design e Politecnico di Milano a partire da un tema profondo e apparentemente fuori moda: la gentilezza.

 

Cosa ti viene in mente quando si parla di gentilezza?

Si può può fare la stessa domanda a mille persone e ognuna darà una risposta differente. Il mio primo pensiero va alla natura, alla spontaneità con cui la natura crea la bellezza, senza sforzo, senza violenza. Non penso alla sua forza distruttiva, ma alla sua poesia.

 

È un tema che contrassegna tutta la tua opera.

Mi piace realizzare oggetti e ambienti evocativi di un tempo passato, guardandoli con occhi nuovi, elementi narrativi che hanno un’aura speciale.

 

Al Salone del Mobile appena conclusosi hai realizzato il set up dello stand Lago “Il cielo in una stanza”. Come hai vissuto questo incarico della Lago a rappresentare la gentilezza?

Niente rappresenta meglio la gentilezza della leggerezza; per l’allestimento ho utilizzato i pezzi classici Lago: il letto air bed, l’armadio che mi ricorda quello a soffietto, da me tanto amato di Giò Ponti e che mi riporta alla mia infanzia.

L’allestimento è esattamente come lo avevo pensato, suggestioni oniriche e intime si uniscono all’apertura verso l’esterno, verso la natura. L’uso di tessuti floreali permette di integrare questi due aspetti apparentemente distanti fra loro: l’intimità e il sogno con lo splendore di un’esuberante natura fiorita e il mondo.

 

In un mondo in cui si fa sempre più evidente la violenza verso le donne, come si riesce a parlare di gentilezza?

Forse sono proprio questi i momenti in cui si può e si deve parlare di gentilezza, si deve tendere a quell’obiettivo, la si deve riscoprire come risposta e come negazione della violenza. Il lavoro di un interior designer è legato alla società in cui vive, ma non sempre la rappresenta per similitudine, spesso la rappresenta per contrasto. A volte le suggestioni create in uno spazio servono da via di fuga dalla realtà. Io ho realizzato uno spazio con oggetti belli, con delle carte da parati evocative di un mondo sognante, creo un ambiente piacevole ed accogliente; la realtà esterna è tutt’altra cosa.

 

Le donne incontrano più difficoltà nel mondo del lavoro, ad inserirsi e ad emergere?

Non ho faticato particolarmente ad essere una donna architetto, a relazionarmi con clienti e con fornitori, non vedo una vera differenza di approccio o di trattamento fra un architetto donna o uomo. Le vere difficoltà le incontro nel conciliare il lavoro e la vita privata, essendo mamma di una bimba piccola vivo ogni giorno il problema di combinare queste due attività.