Da Carlo Ratti a Renzo Piano, sedici mesi di architetture anti Covid che abbiamo già dimenticato | CieloTerraDesign
menu
Vincenzo Bernardi

1 Giugno 2021

Da Carlo Ratti a Renzo Piano, sedici mesi di architetture anti Covid che abbiamo già dimenticato

Share:

Che cosa è rimasto delle proposte griffate partorite nei mesi più difficili della pandemia? Tanti render. E ancora più sollievo

Sedici mesi di previsioni fallite e progetti discutibili. Quello della pandemia è stato anche il periodo orribile dell’architettura mondiale. Da quando sicurezza e distanziamento sociale sono divenuti i concetti chiave attorno ai quali riorganizzare le nostre esistenze, per molti progettisti è scattata l’ora di ripensare oggetti, edifici e città. In questo lunghissimo tempo è stato elaborato un numero sterminato di proposte improbabili – dai setti di plexiglas in spiaggia a barriere di qualsiasi tipo – sfociati in una vasta produzione di architettura asintomatica da dimenticare in fretta.

La tovaglia da picnic anti-Covid di Paul Cocksedge

Sarebbe veramente complicato farne un resoconto anche minimamente esaustivo ma alcune proposte hanno parecchio acceso la fantasia se non altro per il prestigio e la notorietà dei proponenti.

La Cura di Carlo Ratti

Nelle prime settimane, quando ancora sembrava possibile la strada del contenimento biomedico e in Cina costruivano da zero un ospedale in sette giorni, usciva la Cura di Carlo Ratti, una iniziativa internazionale open source per convertire container marittimi in stanze di terapia intensiva.  Alle Connected Units for Respiratory Aliments – Unità Connesse per Malattie Respiratorie – ha lavorato una task force degna di una missione spaziale che includeva dalla Philips al Politecnico di Milano, dal MIT al World Economic Forum. Al costo di 150 mila euro si prevedeva di realizzare due posti letto attrezzati in un container pitturato di bianco come una confezione di omeprazolo. “Sembra qualcosa di molto semplice, invece pensare a tutto quello che deve avvenire là dentro è come progettare un iPhone” ha detto Ratti, ma qualche dubbio su come Steve Jobs avrebbe preso questa affermazione rimane. Di questi iPhone rimane un prototipo, ma si prevedeva fosse possibile avviarne la produzione in serie a emergenza finita. Del resto se non ha avuto fortuna nel convincere Arcuri era sicuramente più difficile che ci potesse riuscire con Figliuolo, probabilmente più incline ad apprezzare la praticità di un ospedale militare da campo che gli equilibrismi lessicali open source di Ratti.

Nonostante i giudizi su social e siti specializzati siano stati spesso trancianti, l’iniziativa ha avuto parecchio spazio sulle principali testate internazionali e pure diverse imitazioni. In tanti non hanno resistito al fascino del container e se Studio Grimshaw  si è limitato a proporli come strutture per i Covid test, c’è stato anche chi, spinto dal troppo entusiasmo, ha proposto di trasformare le navi portacontainer in ospedali galleggianti. Per un prevedibile scherzo del destino da lì a poco una nave italiana da crociera sarebbe stata costretta a quaranta giorni di isolamento al largo delle coste giapponesi come un lazzaretto galleggiante in acque internazionali. 

Il container di Grimshaw

Un Masterplanet davvero BIG

Durante la pandemia più o meno a tutte le grandi archistar (si dice ancora così?) internazionali è stata chiesta una visione di futuro. Ma se la maggior parte di loro ha preferito la via della dichiarazione generica navigando a vista e tenendosi alla larga da correnti pericolose – come Norman Foster che si è limitato a produrre un tutorial per la realizzazione di visiere e dei template per bambini con edifici da colorare e poi assemblare – Bjarke Ingels si è auto investito del ruolo di nuovo Magellano e con il suo Masterplanet si avventurato decisamente in mare aperto.

La protezione progettata da Norman Foster

L’obiettivo del più grande progetto della storia è quello, appena un filo ambizioso, di riprogettare l’intera Terra e fermare il cambiamento climatico. Secondo Ingels basta pensare alle singole parti del pianeta come a quelle di una città e il gioco è fatto. “La risposta globale alla pandemia ha mostrato che un approccio su questa scala è possibile e se applicassimo una determinazione simile alla crisi climatica, potremmo affrontarla in modo molto più efficace e rapido”.

Tesi senza dubbio affascinante che prevede la realizzazione di città galleggianti, mega impianti nazionali di riciclaggio dei rifiuti e un’unica rete elettrica in grado di fornire energia rinnovabile ovunque grazie al collegamento di tutti i pannelli solari del mondo cosicché il lato diurno del pianeta possa alimentare il lato notturno all’infinito. Ingels, che si è dichiarato consapevole che la sua idea attirerà “tutti i tipi di critiche”, prevede di pubblicare la prima bozza di Masterplanet entro quest’anno. Il risultato diventerà un documentario in dieci puntate. Protagonista principale lui stesso, ovviamente.

La ristorazione anti-Covid secondo Christophe Gernigon

Premiata falegnameria Renzo Piano

Non sono neppure mancati alcuni dei grandi classici italiani come i centri storici e i giovani. “Serve un nuovo Umanesimo. Torniamo nei paesini e lavoriamo da casa”, ha affermato Massimiliano Fuksas che, insieme a Studio Archea, ha pure scritto una lettera al Presidente della Repubblica con le linee guida per un ambiente a misura di pandemia. Secondo loro, le abitazioni dovrebbero diventare dei non ospedale attrezzandosi con un kit salute che comprenda almeno un saturimetro, un attacco per erogatore di ossigeno e uno smartphone per collegarsi con una struttura sanitaria. Ma soprattutto per il post pandemia auspicano il ricorso al cohousing in edifici di grande dimensione che abbiano un piano libero e flessibile da utilizzare come spazio di socializzazione, per smart working o smart learning e, all’occorrenza, come luogo di isolamento e primo soccorso. Corviale, ma con il Wi-Fi e i ventilatori polmonari.

Sulla stessa linea dei borghi si trova già da tempo anche Stefano Boeri, che con la sua Primula mai sbocciata è stato protagonista di uno dei progetti più controversi della pandemia.

Renzo Piano invece, dopo essersi appellato ai giovani affinché salvassero il mondo, nel momento in cui la ripartenza delle attività scolastiche in presenza dopo l’estate era centrale nel dibattito politico e il tema dei banchi tanto appassionava l’allora ministra dell’Istruzione, ha realizzato un video tutorial per fabbricarli in legno e in questo modo offrire anche una possibilità di impiego agli oltre diecimila falegnami italiani in difficoltà economica. Senza considerare tempistiche, logistiche, aspetti normativi e tralasciando il fatto che trovare un falegname è spesso complicato quasi come avere un appuntamento con un cardiologo, probabilmente i banchi handmade di Piano avrebbero fatto la stessa fine di quelli con le rotelle se la ministra non si fosse intestardita con il design d’importazione.

Progetto di SOM per la scuola post Covid

Parecchie perplessità ha suscitato pure la proposta dell’austriaco Chis Precht per un Parco della Distanza a Vienna. Uno spazio labirintico disegnato come un’impronta digitale e diviso da alte siepi che consentono alle persone di stare all’aperto evitando di incontrarsi. “Ho vissuto in molte città ma non sono mai stato da solo in pubblico. Penso che sia una qualità rara” ha affermato il progettista. Rimane il dubbio che dopo tutto questo tempo in cui la solitudine ha causato spesso gravi disagi psicologici, l’idea di finire un labirinto possa suscitare lo stesso stupore di Alice all’inseguimento del Bianconiglio.

David Michon

E poi arriva il vaccino

Dallo scorso dicembre, dopo l’approvazione del primo vaccino, la produzione di proposte è vistosamente rallentata sospesa tra un passato ancora troppo recente e un futuro a portata di mano ma incerto. Meglio aspettare gli avvenimenti e concentrarsi sul dibattito sul futuro delle città. Ma la verità è che mentre discutiamo della città da 15 minuti, dell’idroponica e dell’importanza degli spazi aperti, continuiamo a celebrare progetti come quelli per i dieci nuovi centri culturali di altrettante archistar (sì, c’è ancora chi le chiama così) a Shenzen che per quanto siano affascinati, rappresentano il modo di fare che ci ha condotto a questa situazione e in maniera tutt’altro che asintomatica.

Scarica il Media Kit

Il tuo webmagazine sul design e l'architettura. Raccontiamo storie che arrivano da sentieri poco battuti. Offriamo visioni laterali su personaggi e temi d’attualità

Download

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Dichiaro di aver letto ed accettato l'informativa sul trattamento dei dati personali
X
iscriviti alla newsletter