Dal coworking al coliving (ma non dimentichiamoci della provincia) | CTD
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Mario Alessiani

7 maggio 2018

Dal coworking al coliving (ma non dimentichiamoci della provincia)

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Gli under 30 e la ricerca di spazi comuni che non siano soltanto un modo per dividere le spese

 

Sono un designer semplice. Vivo in provincia e lavoro in un coworking tra design e comunicazione, cerco di scalare la montagna del successo (sì, certo) e mi atteggio quasi come un rapper anni 90 che frequenta i bar milanesi ostentando uno stile di vita più alto per conoscere la gente giusta, quella che conta.

Battute a parte, in questo marasma carrieristico vivo confronti quotidiani con i miei coworker. Si discute di quale sia la strada più breve per il successo e il raggiungimento di un tenore di vita decente e che non preveda 27 ore di lavoro giornaliere.

Oltre a chiederci del lavoro, ci chiediamo della vita: siamo alla ricerca della casa giusta e ci domandiamo se esistano metodi di convivenza più moderni che non si riducano semplicemente a una casa condivisa, come ai tempi dell’università. Così come il coworking non è  – o non dovrebbe essere – semplicemente un ufficio con tante postazioni, ma un luogo che offre servizi e concilia il networking, vogliamo un luogo in cui vivere che offra qualcosa in più che la possibilità di dividere l’affitto e le spese.

Leggevo della nuova Garden House di Noiascape ad Hammersmith, Londra, realizzata da Teatum+Teatum. Ultimamente questa collaborazione ha fatto nascere diversi edifici pensati appositamente per i millennial, la mia generazione: pare che chi oggi ha intorno ai trent’anni non passi più del 17 per cento del suo tempo utile (da svegli) nella propria abitazione.

Questo mi ha fatto riflettere, mi sono chiesto se valga la pena mantenere un intero appartamento in cui passo pochissimo tempo, se non per dormire e consumare pasti veloci. Anche il convivio ormai lo vivo fuori dalle mura domestiche.

Di tornare alla vita universitaria, chiuso in una stanza con una cucina con tre dita di grasso sul piano cottura, non ne parliamo.

Il coliving è molto attrattivo, una dimensione contemporanea, e può segnare un nuovo passo in avanti nel vivere la socialità.

Nelle capitali europee è già una realtà e funziona, mi chiedo se esista una formula anche per le città di provincia. Può sembrare strano immaginare che il coliving possa diventare uno dei modi di abitare “normali” a cui abituarsi, ma se pensiamo al processo caverna > capanna > casa > appartamento, aggiungere la spunta > coliving non mi pare comporti di uscire fuori dalla catena evolutiva.