"Perché cresce l'arte nella Design week milanese" | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

14 aprile 2017

“Perché cresce l’arte nella Design week milanese”

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Paolo Ferrarini: rassegna dilatata, ma anche più sedie e meno soprammobili

Lo sconfinamento nell’arte, in particolare quella concettuale. La sovrabbondanza di proposte ed eventi che non è un male, tutt’altro, a condizione di avere tempo e di saper scegliere. Il ritorno di mobili base come sedie e imbottiti a discapito dei soprammobili. L’analisi di Paolo Ferrarini sulla Design Week milanese appena conclusa si concentra sui grandi temi e le loro sfaccettature. Giornalista (è corrispondente dall’Italia di Cool Hunting), consulente aziendale, docente all’Istituto Marangoni e all’Università di Bologna, autore di saggi sul design e la moda, in questa intervista dà una chiave di lettura dell’edizione conclusa e, in qualche modo, anticipa le tendenze future.

“A Milano è successo quello che accade solitamente a Design Miami: aperture anticipate, di molto, per gli addetti ai lavori e non solo. Per la prima volta ho sentito parlare ufficialmente di pre-Salone. La Design week milanese, insomma, si allarga non soltanto nello spazio, ma anche nel tempo. Basti pensare che un marchio come Novamobili ha inaugurato in Brera l’allestimento per il Fuorisalone già il 15 marzo. Erano pronti per quella data e hanno deciso di partire. Anche un allestimento del Fuorisalone di grande successo come The Visit di Studiopepe, sempre in Brera, ha aperto le porte il 31 marzo, per poi proseguire oltre i tempi della rassegna. E pure Assab One, con 1+1+1 di Bijoy Jain, George Sowden e Chung Eun Mo a cura di Marco Sammicheli, durerà fino alla fine di maggio”.

Quest’ultimo è un allestimento della Miart, tra l’altro.

“Quest’anno abbiamo visto molte cose che si trovavano sul crinale tra arte e design. Si sta sviluppando l’idea di fare del Salone il fulcro di un’esperienza che si allarga a poco a poco ad altri ambiti ‘nobili’ della creatività. La quasi sovrapposizione con Miart, che parte nei giorni precedenti la Design Week, ne è la dimostrazione. Anche per questo abbiamo visto molte installazioni, appunto, artistiche. A partire da Formafantasma. Quelli per Flos erano i loro primi veri prodotti seriali, ma a parte la collezione la loro è stata una presentazione come al solito molto concettuale. Come altre cose viste quest’anno, la loro installazione era piacevole ma non immediata, catturava immediatamente ma richiedeva tempo e dedizione per essere capita in profondità. Diverso il caso di COS e Studio Swine: l’approccio era artistico (quell’albero che grondava bolle lo si sarebbe potuto trovare in un museo di arte contemporanea) ma basato su una grande emozione tattile e olfattiva immediata. Non c’era alcun prodotto e si lavorava sul puro branding”.

La bulimia di eventi ha fatto crescere anche le guide alla rassegna.

“Sì. Quest’anno è stato fatto un lavoro di selezione editoriale mai visto prima. Dai magazine ai blog, tutti hanno sentito il bisogno di guidare i lettori lungo percorsi selezionati: dove vedere questo, dove ammirare quest’altro, i dieci posti migliori per fare qualcosa…”.

E, a proposito di guide, impossibile non segnalare la quantità di palazzi storici aperti.

“E’ l’altra grande conferma di quest’ultima edizione, la conferma di un fenomeno che si era visto anche nelle precedenti. I milanesi vivono quest’occasione un po’ come le giornate del Fai o di Open House, per andare a scoprire quello che di solito non è aperto al pubblico”.

Passiamo al design e ai prodotti. Che filo possiamo tirare fuori di quanto abbiamo visto?

“C’è senz’altro un rapporto ricorrente e inedito tra colore e geometrie. Linee pulite, secche, geometriche, quasi da Memphis, che incontrano però colori molto sofisticati. Le tonalità protagoniste di questa design week sono rosa cipria e verde smeraldo, blu cobalto e grigi caldi, rosso corallo e superfici screziate, ma anche materiali come bronzo e marmi pregiati. Il marmo è un’altra dominante di molte collezioni: un materiale ‘forte’, declinato però in tonalità non scontate come quelle del portoro e del calacatta. In questo gioco di colori, forme e materiali mi hanno molto colpito le vasche da bagno e i mobili in marmo presenti da Boffi, ma anche i progetti presentati da Ladies & Gentlemen in via Cessare Correnti. Tra i migliori interpreti di questa tensione citerei Studiopepe, Dimore Studio, Cristina Celestino, DWA“.

Pezzi destinati a diventare icone?

“Per ora non mi sbilancerei. A proposito di icone diciamo che rispetto al solito si sono viste più sedie e meno soprammobili (sorride, ndr). In genere, c’è un ritorno a scommettere sugli imbottiti da parte di molti, a partire da Ikea e Tom Dixon col loro divano DELAKTIG, componibile e modificabile come se fosse un mattoncino di Lego. Ikea quest’anno ha lavorato molto sul tema dell’hacking: ti do un mio prodotto e te lo rielabori come vuoi. Contribuendo ad affermare così una dimensione craft del prodotto”.

Che cosa è mancato, invece?

“Mi ha colpito la quasi assenza di richiami alla sostenibilità, un tema molto presente, per esempio, tre anni fa. Forse adesso la si dà per scontata, ma temo che il settore non sia pronto ad affrontarla in maniera coerente. Tra le righe mi sembra di capire che molte aziende puntino sulla durata dei prodotti, appoggiando in un certo qual modo il concetto di ‘buy now, keep forever’, lanciato a suo tempo da Artek“.

I distretti e la quantità di cose da vedere: troppi e troppe?

“Che ci siano troppe cose da vedere, lo dicono per lo più quelli che devono visitare la Design Week solo per pochi giorni. A Milano, come dicevo prima, si aspettano Salone e Fuorisalone come la festa del santo. E’ un’occasione per vedere luoghi in genere chiusi al pubblico e per vedere la città in una dimensione che non è la sua solita. Quanto ai distretti, si stanno sempre più definendo nelle loro specificità, e questo è un bene, perché a una maggiore definizione corrisponde più successo. Penso alle 5Vie che sono il luogo della “scoperta” e della commistione dei generi. Brera ha dimostrato la sua maturità mescolando progetti emergenti e grandi nomi, tutto all’insegna della qualità. Zona Sant’Ambrogio si va definendo per un approccio di creatività ricercata che nasce dal basso. La Triennale afferma sempre di più la sua vocazione museale. Porta Venezia è il distretto delle case e dei palazzi più sorprendenti. Zona Tortona sta finalmente raccogliendo i frutti di quel lavoro di messa in ordine cui ha contribuito senz’altro la scomparsa della movida selvaggia. Ma la grande sorpresa di quest’anno è stata Ventura Centrale, dove nulla era fuori posto e tutto curato nei minimi dettagli”.

Anche quest’anno si è affermato il binomio design e alto artigianato, che ne pensi?

“Che è una formula vincente. E’ ormai un classico l’appuntamento con Doppia Firma della Fondazione Cologni, progetto che ha in questo incontro tra designer e artigiani la sua missione. La ricetta è ormai messa in pratica da molti. Penso a ‘Natural Talent’ della Creative Academy con Eligo al Museo Poldi Pezzoli, a Wallpaper Handmade alla Mediateca di Santa Teresa, ma anche al concetto di ‘Made in Great Italy’ portato avanti da Editions“.