Daniel Freitag: confessarsi con il pubblico è fare design sostenibile - CTD
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Paolo Casicci

11 aprile 2019

Daniel Freitag: confessarsi con il proprio pubblico è fare design sostenibile

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Parla il cofondatore del marchio svizzero di borse fabbricate con teloni di tir. L’installazione a Ventura Centrale tra quelle di maggior successo

È tra le installazioni di maggior successo di Ventura Centrale e, dunque, dell’intero Fuorisalone. Unfluencer – De sinning the designer di Georg Lendorff per Freitag (la avevamo anticipata qui) è una riflessione ironica e divertente sui peccati che si commettono progettando o consumando cattivo design. Si entra in uno dei tunnel degli ex Magazzini Raccordati e si è accolti dagli inviti a prendersela comoda (e a vivere sostenibile) di una serie di gattini in plastica cinese, quindi si prenota una visita al confessionale, nel frattempo ci si immerge in uno spazio luminoso dove far decantare i pensieri. A confessione fatta, il peccato viene trascritto su una scheda che, vidimata, finisce appesa a un muro con quelle degli altri visitatori. L’ultima tappa è dedicata al gadget: ci si può far stampare una scritta su un proprio indumento o su una borsa in tela disponibile all’uscita.

Daniel Freitag, fondatore con il fratello Markus del marchio svizzero di borse fabbricate riciclando teloni di tir, spiega il perché di questo concept sopra le righe, ironico. “Il Salone e il Fuorisalone non sono, secondo me, l’occasione per mostrare il prodotto, ma per lavorare sull’experience. Portiamo Freitag qui a Milano per dimostrare di essere un’azienda che vuole avere un impatto positivo sulla realtà che la circonda. La filosofia che cerchiamo di portare in tutti i nostri progetti ha molto a che vedere con la sostenibilità, con il pensiero circolare, con valori che ormai sono assolutamente centrali nel design accanto a parole chiave come forma e funzione. Siamo venuti qui per creare un’occasione di incontro e di scambio con il pubblico che permetta proprio di discutere di questi valori, ma abbiamo voluto farlo ben sapendo che quella che va in scena qui in questi giorni è la bellezza. Così, da un lato abbiamo pensato che avesse senso una volta tanto parlare del cattivo design, spingendo il pubblico a confessare i propri peccati: ognuno di noi, che sia un creativo o un consumatore, ha un rimorso, una tentazione a cui non riesce a sottrarsi. Dall’altro lato, abbiamo voluto che questa confessione avvenisse, ovviamente, senza prendersi troppo sul serio, in maniera ironica. Insomma, volevamo dare vita a un’occasione per riflettere senza stressarsi”.

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Il percorso tra fili di luce per far decantare i pensieri prima della confessione

Quando avete iniziato a riciclare teloni di tir per fabbricare borse, la parola “sostenibilità” non era molto diffusa, oggi a Milano sembra il tema dell’anno…

“La parola sostenibilità in effetti non era neanche nel mio vocabolario quando abbiamo iniziato a pensare a Freitag. Oggi, dopo tutti questi anni, sono davvero felice che il concetto sia diventato patrimonio comune. Se prendi la sostenibilità sul serio, non puoi che essere contento che a praticarla non sei più soltanto tu, ma speri che ogni azienda si impegni in tal senso. La circolarità per Freitag non è una unique selling proposition, nel senso che non vogliamo essere gli unici a proporci come sostenibili. La cultura della produzione circolare deve essere un metodo per aziende di ogni genere e stile, deve essere il nuovo standard e l’obbligo che spinge brand e designer a riflettere sull’uso che viene fatto del proprio prodotto, ma anche su qual è il destino di questo prodotto dopo che è stato utilizzato. La sostenibilità ormai dovrebbe essere data per scontata, dovremmo sbarazzarci dell’espressione design sostenibile, perché tutto il design dovrebbe esserlo”.

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Il confessionale approntato da Georg Lendorff per Unfluencer a Ventura Centrale

Sostenibilità ed estetica non sempre vanno di pari passo. Quanto c’è ancora da lavorare in questo senso?

“Il più grande errore che si può commettere è pensare che per mostrarsi sostenibili bisogna sembrare brutti. Ci sono stati marchi, in passato, che hanno fatto della sostenibilità dichiarata la loro missione cercando di mostrarsi dimessi, ma io credo che non ce ne sia bisogno. Voglio dire: non è che se io adesso indosso abiti al 100 per cento biodegradabili, tu te ne debba necessariamente accorgere. L’estetica non va pregiudicata. Certo, è uno sforzo in più, bisogna lavorare perché sia così, ma non è impossibile, anzi”.

Con la mostra Ad Absurdum, qualche anno fa, avete realizzato borse riciclando teloni di tir che a loro volta erano già stati borse fabbricate con altri teloni. Un riciclo al cubo. Quanto è una provocazione e quanto una via percorribile, oggi?

“Ad Absurdum è stato un progetto culturale: in realtà, a essere onesti, non siamo ancora in grado di riportare le borse allo stadio di teloni da tir. Però è una frontiera da esplorare, per questo intanto ne abbiamo fatto un’operazione artistica”.

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La stampa di un messaggio ispirato alla sostenibilità. Alla fine del percorso di Unfluencer si torna a casa con una scritta stampata su un proprio indumento o su una borsa

Un’altra iniziativa di qualche tempo fa è stata di interrogare il vostro pubblico su Kickstarter prima di capire se era il caso di mettere in produzione il vostro primo trolley, in modo da evitare impatti ambientali superflui. Quanto è importante dialogare con i consumatori?

“E’ il bello della contemporaneità: disporre di canali che ti permettono di dialogare con i tuoi stessi clienti prima di produrre qualcosa. Che poi è anche quello che stiamo facendo qui con Unfluencer, un’installazione con cui coinvolgiamo il pubblico. Oggi comunicare non è semplice, perché viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni. Anche per questo abbiamo un nostro Manifesto sulla sostenibilità che fissa alcuni punti fermi. Tra questi uno recita proprio che ogni tanto bisogna rallentare, prendersi del tempo e smetterla di pensare che potremmo farlo domani. Less is more”.

Quanto design fintamente sostenibile vedi in giro?

“Di sicuro vedo tante operazioni di marketing, messaggi costruiti forse in maniera non sincera, senza che la sostenibilità proclamata sia davvero una missione per l’azienda. D’altro canto, non posso dire che basta assicurarsi che sia sostenibile il prodotto per avere la coscienza a posto: tutta la catena di produzione e dei fornitori deve esserlo, come deve esserlo il packaging. L’altra domanda è: devo necessariamente vendere un prodotto o posso fornire un servizio? Ovvero: esiste un modo per evitare di acquistare una lavatrice o per avere i vestiti puliti posso fare in altro modo? Le app hanno rappresentato una rivoluzione: sharing is caring. Il compito della nostra generazione è lavorare per compiere e far compiere questo miglio in più, spingere il pubblico a capire che se in un abito quasi totalmente biodegradabile c’è anche un solo bottone che non lo è, questo può essere riutilizzato in qualche modo”.

Quale peccato confesserà a Unfluencer Daniel Freitag?

“”Ho una macchina per il caffè in capsule, ma vorrei smettere di usarla. Dovrò trovare un’alternativa, ma quella macchina è un regalo della nonna di mia figlia e abbiamo dovuto accettarlo (sorride)”.