Denis Guidone, da Munari al Giappone passando per Mingardo - CTD
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25 giugno 2018

Denis Guidone, da Munari al Giappone senza mai perdere il filo

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Le contaminazioni del designer di casa tra Milano e Tokyo

Esistono bivi che per un designer equivalgono a veri e propri rovelli. Questo, per esempio: arrivati a un certo punto della carriera, conviene coltivare la molteplicità di stili e rischiare di disperdere il proprio o, piuttosto, è meglio insistere con la cifra di sempre e correre il pericolo opposto di risultare monocordi o ossessivi?

Il bivio dei creativi

La via migliore, ma forse più difficile, sarebbe in realtà una terza: quella che si percorre in un complicato equilibrio tra le prime due, allontanandosi dall’una per finire nell’altra sapendo che prima o poi si cambierà ancora, in un incrocio continuo e virtuoso di suggestioni e impulsi.

Da Munari all’Oriente

Questo equilibrio è la scommessa di Denis Guidone, designer italiano che da un anno è attivo anche in Giappone dove ha aperto uno studio che rappresenta il perfetto crocevia di due culture e, dunque, di due modi diversi di progettare. “Nei primi anni di lavoro coltivavo un approccio concettuale nel segno della sottrazione e della sobrietà” spiega. “La mia massima, in cui ancora mi ritrovo, era non a caso quella di Brancusi secondo il quale la semplicità è una complessità risolta”. È nato in questa fase Ora (il)Legale per Nava Design, l’orologio da tavolo figlio di un’intuizione ironica che sarebbe piaciuta a Bruno Munari (non a caso la Triennale ha assegnato a Guidone nel 2009 il premio dedicato al grande designer): basta spostarne di poco la posizione perché segni, a seconda dei casi, l’ora solare o quella legale. “L’idea di fondo era quella di unire razionalità e irrazionalità. In questo caso il gesto coincideva con il progetto”.

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Ora (Il)legale, di Denis Guidone

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Orologio di Denis Guidone per Nava design

La poltrona nata in officina

L’anno di Ora (il)Legale era il 2009. Da allora, complici la scoperta del Giappone e il gusto per le contaminazioni orientali, Guidone ha sviluppato un’indagine diversa, più orientata sulla forma, che lo ha portato ad essere apprezzato dai colleghi e ricercato dalle aziende. Una evoluzione ben rappresentata all’ultima Design week di Milano da una serie di progetti molto diversi tra di loro, legati dalla voglia del designer di andare oltre il bivio canonico a cui in genere si deve scegliere se restare uguali o cambiare ancora. Lui stesso definisce questo percorso con la metafora del filo “che si tesse e si spezza per poi essere ripreso”. Filo, rottura, filo. Oriente, Occidente, poi di nuovo Oriente. Il primo di questi progetti milanesi è Minima, un mobile che segna il debutto di Mingardo nel mondo delle poltrone e degli imbottiti. È stata Federica Biasi, la giovane direttrice creativa del marchio, a farsi avanti con Guidone e a lasciargli massima libertà di movimento, come spiega lo stesso designer: “Durante la ricerca ho guardato al segno minimale e modernista di René Herbst e di Luigi Caccia Dominioni e alle tecniche di piegatura del legno delle sedute viennesi. In fase di progetto abbiamo deciso di ridurre al minimo l’uso del materiale: la struttura è definita da un unico segno avvolgente che in loop definisce lo schienale e diventa seduta senza soluzioni di continuità. Le parti imbottite, schienale e struttura, sono collegate da cinghie che diventano l’unico dettaglio della struttura lasciata volutamente a vista affinché si legga tutta l’abilità dell’officina Mingardo, esperta nella lavorazione del metallo da generazioni”.

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Poltroncina per Mingardo di Denis Guidone

Lampade di carta e portatili

A Milano, nel tunnel di Ventura Centrale, Guidone ha presentato anche il progetto Paper and light in collaborazione con Tomoko Fuse e Masahiko Aso, una serie di lampade realizzate attingendo alla tradizione della carta washi giapponese particolarmente resistente e che permette realizzazioni estendibili per metri di lunghezza e riducibili a pochi centimetri per l’imballaggio e il trasporto. C’è poi Kanji per Fontana Arte, una famiglia di apparecchi di illuminazione che reinterpreta in chiave contemporanea le tradizionali lanterne portatili orientali. Kanji sono i caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese in congiunzione con i sillabari hiragana e katakana. Le lampade sono sia da tavolo sia da sospensione e hanno forme che si ispirano alle porcellane cinesi del periodo ming. Il diffusore, in vetro soffiato a bocca in due nuance bianco acidato e fumè traslucido, è impreziosito da una decorazione superficiale plissettata. Un anello di led corre internamente alla struttura e irradia di luce il diffusore.

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Paper and light, collaborazione tra Denis Guidone, Tomoko Fuse e Masahiko Aso, lampade in carta washi giapponesedenis_guidone-washipaper-dettaglio

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Lampade di Denis Guidone per Fontana Arte

La cerimonia del tè e il blocco per appunti

La fascinazione orientale continua con i vasi per Serax, tre forme saldate tra di loro che sono come un invito a comporre un ikebana, mentre dal recupero della cerimonia del tè nasce la collezione Cha No Yu disegnata per Ichendorf. Qui gli utensili per il rituale legato alla bevanda sono rivisitati in chiave occidentale: il chasen, il frustino in bambù, diventa diffusore. Il borosilicato ottico soffiato a mano dà agli oggetti un aspetto elegante arricchito dai giochi di luce del materiale. Ancora di ispirazione giapponese è Haiku, il notebook per Nava Design: “In questo caso sono partito dall’osservazione di come la luce cade, perpendicolarmente, su un quaderno che si apre. Ho voluto riprodurre sui fogli l’effetto dell’ombra proiettata sulle pagine mentre sfogliamo un libro, un quaderno, un volume. Pagine e luce si sfumano fino a schiarirsi completamente verso i bordi”.

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Servizio da te, Denis Guidone

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Notebook per Nava design, Denis Guidone

Lo specchio effetto tramonto e l’estetica della patina

Nella specchiera Wabi sabi per Roche Bobois, invece, le sfumature di colore cambiano continuamente a seconda del punto di osservazione, ma anche del giorno e dell’ora: sullo specchio appare una gradazione diversa che passa da un colore al suo complementare. Il riflesso di una luce morbida accentuerà il blu, quello di una luce del sole più diretta esalterà la sfumatura oro. Wabi sabi è l’estetica giapponese basata sull’accettazione della transitorietà delle cose. Guidone la traduce nel design in un particolare effetto tramonto prodotto con la colorazione del vetro attraverso l’ossido metallico, una tecnica molto antica, usata fin dal Medioevo per le vetrate delle cattedrali. Con Wabi sabi, dunque, Guidone recupera una tradizione che non ha nulla a che vedere con la verniciatura ma vuole evocare materiali preziosi.

La via del silenzio

Come è evidente da queste collezioni, la nuova dimensione giapponese è coincisa con una frontiera inedita, legata a una ricerca sulla forma che ha portato Guidone a misurarsi con oggetti dalla funzione classica rivisitati con gusto orientale. “La passione per il Giappone è nata quando avevo vent’anni e studiavo architettura. Dal cinema alla cultura di quel Paese, le suggestioni che mi arrivavano erano numerose. Prima o poi doveva giungere il momento in cui avrei deciso di andare a lavorare in Oriente”. Guidone non ha scelto il Giappone come unica patria d’elezione. Come il design, anche la sua vita oscilla tra due mondi. “Vivo metà dell’anno in Italia e metà a Tokyo, alternando periodi di tre mesi tra un Paese e l’altro. Il Giappone, per me, non è soltanto le grandi città, ma anche e soprattutto i piccoli centri dove la sensibilità della gente, e di rimando anche la mia, diventa più acuta e ancora meno urlata che nel resto del Paese. Quando torno in Italia non è semplice passare da questo silenzio al rumore di fondo molto alto. Perché noi italiani vogliamo sempre parlare e dire la nostra, i giapponesi sanno farlo con il silenzio”.

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Specchio per Roche Bobois, Denis Guidone