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23 marzo 2018

Il design che ha fatto ballare il mondo

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Cinquant’anni di discoteche e archistar in una mostra al Vitra Museum

 

Nightclub e discoteche sono epicentri della cultura pop. Luoghi in cui, dagli anni Sessanta, si è radunata l’avanguardia per mettere in discussione le norme sociali ed esplorare diversi livelli del reale. Molti club erano opere d’arte globali in cui si fondevano architettura d’interni e design di mobili, grafica e arte, luce e musica, moda e performance. Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today al Vitra Design Museum è la prima mostra completa sulla storia del design e della cultura del nightclub. Gli esempi vanno dalle discoteche italiane degli anni Sessanta, realizzate da esponenti del Radical design, al leggendario Studio 54, frequentato abitualmente da Andy Warhol – dal Palladium di New York, progettato da Arata Isozaki, fino ai concept di OMA per un nuovo Ministry of Sound a Londra. Oltre a mobili, modelle e moda, la mostra comprende rari documenti cinematografici, esempi musicali, graphic design e opere contemporanee di artisti e fotografi come Mark Leckey, Chen Wei o Musa N. Nxumalo. Completata da installazioni con musica ed effetti luminosi, Night Fever è un viaggio attraverso subculture e mondi glamour.

La mostra inizia con le discoteche degli anni Sessanta, che per la prima volta offrirono spazi per sperimentare con architettura di interni, nuovi media e stili di vita alternativi. Vi sono i luoghi della subcultura newyorchese, quali l’Electric Circus (1967), progettato dall’architetto Charles Forberg e dal famoso studio Chermayeff & Geismar. Con il suo carattere multidisciplinare, esso influenzò anche i club europei, tra cui lo Space Electronic a Firenze (1969), concepito dal collettivo Gruppo 9999 e tra le tante discoteche nate dalla collaborazione con architetti del Radical design italiano. Tra questi si annoverava anche il Piper (1966) di Torino, lo spazio multifunzionale concepito da Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso, che con i suoi mobili modulari non solo faceva ballare, ma si prestava ottimamente anche per concerti, happening e teatro sperimentale. Il Bamba Issa (1969), una discoteca toscana sulla spiaggia di Forte dei Marmi ideata dal Gruppo UFO, era essa stessa un art theater: qui tutto l’interior fungeva da palcoscenico. Nei tre anni di esistenza, ogni estate veniva trasformata secondo un nuovo tema.

Negli anni Settanta, con l’ascesa del movimento disco, la cultura dei club ebbe nuovo impulso. La disco music diventò un genere a sé stante, il dancefloor offriva un palcoscenico per performance individuali e collettive, creatori di moda come Stephen Burrows o Halston fornivano gli outfit giusti per uno stile sfavillante. Lo Studio 54, aperto a New York da Ian Schrager e Steve Rubell nel 1977 e con gli arredi firmati dall’architetto Scott Romley e dall’interior designer Ron Doud, divenne un luogo d’incontro molto amato dagli idoli del culto delle celebrità, allora ai primordi. Soltanto due anni dopo, il film Saturday Night Fever segnò il culmine della commercializzazione del movimento disco. I contromovimenti come il Disco Demolition Night di Chicago (1979) diedero voce a tendenze reazionarie, in parte caratterizzate da omofobia e razzismo. Contemporaneamente, discoteche come il Mudd Club (1978) o l’Area (1978) di New York, fondendo vita notturna e arte, offrivano nuove opportunità ai giovani artisti emergenti: fu su questa scena che ebbe inizio la carriera di Keith Haring e Jean Michel Basquiat. Intanto, nei club londinesi come Blitz e Taboo, con i New Romantics nacquero un nuovo stile musica e una nuova moda. Tra i clienti più affezionati vi erano i gestori del Kinky Gerlinky, Michael e Gerlinde Costiff, e la stilista Vivienne Westwood. A Manchester l’architetto e designer Ben Kelly progettò una cattedrale del rave postindustriale, il Fac 51 Haçienda (1982), cofinanziato, tra l’altro, dalla band britannica New Order.

Da qui l’acid house, un sottogenere della house, partì alla conquista della Gran Bretagna. House e techno, nate nei club di Chicago e Detroit, possono essere indicati come gli ultimi due grandi movimenti della dance music, che hanno caratterizzato un’intera generazione di club e raver. Lo stesso vale anche per la scena berlinese dei primi anni Novanta, dove discoteche come Tresor (1991) diedero nuova vita a spazi abbandonati e deteriorati, scoperti dopo la caduta del muro. Anche il Berghain, aperto nel 2004 in una vecchia centrale termoelettrica, dimostra che una scena disco vivace si sviluppa soprattutto dove ci sono gli spazi urbani necessari. Dagli anni 2000, lo sviluppo della cultura dei club si è fatto più complesso. Da un lato, essa è in forte ripresa e in continua espansione, viene fatta propria da marchi e festival musicali globali, dall’altro, molti nightclub sono ormai diventati essi stessi storia, sono stati spinti fuori dai contesti urbani o esistono solo come vestigia di un allegro passato. Intanto, è cresciuta una nuova generazione di architetti che si confronta nuovamente con la tipologia del nightclub: tra questi vi è lo studio olandese OMA, sotto l’egida di Rem Koolhaas, che ha proposto un nuovo concept per uno dei club più famosi del mondo, il Ministry of Sound di Londra, in quanto club del XXI secolo. Un altro esempio è lo studio di architettura e design Akoaki, che con il suo Mothership, una consolle da dj mobile, concentra l’attenzione sulla ricca storia dei club della sua Detroit.

A completare la struttura cronologica della mostra, Konstantin Grcic e il light designer Matthias Singer hanno elaborato un‘installazione musicale e luminosa che catapulta i visitatori nella movimentata storia della cultura dei club. Una raccolta selezionata di copertine di dischi, tra cui i disegni di Peter Saville per Factory Records o la copertina programmatica dell’album Nightclubbing di Grace Jones, sottolinea le importanti relazioni tra musica e design nella cultura dei club dal 1960 a oggi. Anche questa parte della mostra attesta che le discoteche non sono semplicemente quattro pareti e un tetto: esse creano spazi per esperienze intense e multimediali, che a oggi non è possibile vivere in nessun’altro ambiente.