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Che cosa vuol dire fare design circolare con una normativa di 46 anni fa

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Il paradosso del riciclo al Design Match di Roma con United Pets e Caracol Studio

Occuparsi di plastica e di riciclo, di economia circolare e del contributo prezioso che il design può dare all’ambiente, vuol dire in Italia scontrarsi con una serie di paradossi, alcuni dei quali davvero difficili da concepire.

Il primo lo racconta Cristina Rivolta, cofondatrice del marchio di accessori per animali di compagnia United Pets, che stasera parteciperà al Palazzo delle Esposizioni di Roma al Design Match – il ciclo di talk dinamici nato da un’idea di Cieloterradesign, ADI Lazio e Studio Algoritmo – dal titolo Plastic Matters: la lotta per l’ambiente tra realtà e utopie.

In Italia, spiegano da United Pets, la normativa che regola il riciclo della plastica è un decreto ministeriale risalente al 21 marzo 1973 e via via aggiornato, senza però che le correzioni prendessero atto e sdoganassero pienamente il contributo che nel frattempo, in quarantasei anni, è arrivato dalla tecnologia e da una sensibilità ecologica diventata con gli anni quasi mainstream.

L’articolo 13 di quel decreto recita che “è vietato impiegare per la preparazione di oggetti in materia plastica destinati a venire in contatto con alimenti, materie plastiche di scarto ed oggetti di materiale plastico già utilizzati”.

Significa, spiegano dall’azienda milanese, che in Italia non si può usare plastica riciclata post consumo per produrre articoli destinati al contatto alimentare. In teoria, un ostacolo alle pratiche virtuose.

Esistono tuttavia una serie di deroghe, previste dalla legge esclusivamente per l’rPET riciclato dalle bottiglie. Si tratta:

  • della possibilità di produrre cassette  da utilizzarsi nel settore ortofrutticolo.
  • della possibilità di produrre bottiglie con un impiego di riciclato non superiore al 50 per cento.
  • della possibilità di produrre vaschette per alimenti.

Per gli altri materiali plastici non ci sono eccezioni alla norma.

“Per spiegare il paradosso normativo, facciamo particolare riferimento all’rPET derivante dal riciclo delle bottiglie in quanto materiale emblematico proprio di questa incongruenza normativa”, spiega Cristina Rivolta: “Esiste una efficiente filiera del recupero che ne permette l’uso per ristampare bottiglie nelle quali l’acqua alloggia per periodi prolungati, ma con lo stesso materiale non si possono produrre i bicchieri nei quali l’acqua starebbe soltanto per qualche momento!”.

Il risultato è che per essere ligi alla normativa, United Pets utilizza “materie prime seconde” applicando una procedura formalizzata e certificata: “Intercettiamo la plastica che verrebbe altrimenti conferita in discarica e, senza farla transitare negli impianti di raccolta/selezione/smaltimento, la deviamo, fin dall’origine, verso un diverso percorso virtuoso che la rende idonea al contatto alimentare diretto”. Un processo indubbiamente complesso, che ha richiesto tempo per essere messo a punto, e per il quale serviva una filiera di approvvigionamento della plastica di scarto tutta da costruire.

Il vero “nemico” che l’Italia, come ogni Paese impegnato in una lotta razionale alla plastica  dovrebbe temere, è il conferimento del materiale post-consumo in discariche o, peggio ancora, il rilascio incontrollato nell’ambiente. E invece la legge non aiuta paradossalmente chi lavora per evitare che la plastica di scarto diventi un rifiuto e sarebbe in grado di ottenere dei buoni prodotti trasformandola.

Riciclare è però un requisito che non deve far perdere di vista design e qualità. “A United Pets abbiamo deciso di fare in modo che chi sceglie un nostro articolo lo faccia perché le forme lo attraggono, i colori sono di tendenza, i prezzi sono corretti, e il fatto che i prodotti siano realizzati con plastica riciclata sia solo una condizione migliorativa. Per fare questo ci siamo affidati a partner all’altezza in quanto la plastica riciclata non è tutta uguale: c’è quella che maleodora perché è venuta a contatto con sostanze organiche, c’è quella che ha limiti nella colorazione perché proveniente dalla raccolta di oggetti multicolore e via di seguito. Ciò che differenzierà un’azienda leader in questa nuova sfida da chi si accoda solo per questioni di marketing sarà anche la capacità di trovare materie prime seconde le migliori possibili, alle migliori condizioni economiche e con la garanzia di disponibilità continuativa nel tempo. Si aggiunge in questo modo un’altra chiave di successo nella proposta al mercato di un prodotto: la capacità di individuare la materia prima seconda più opportuna, per una vera salvaguardia del pianeta”.

Il secondo ospite del Design Match è Giovanni Avallone, autore dell’esperimento del 3D Bar all’ultimo Fuorisalone di Milano, firmato da Caracol, studio milanese cofondato dal designer e che lavora con le nuove possibilità creative e produttive derivate da un completo accesso alle tecnologie per la fabbricazione digitale e in particolare con la stampa 3D per la grande scala. Il progetto del 3D bar era stato realizzato in collaborazione con Flo. Spa, tra i maggiori produttori europei di packaging per alimenti, impiegando un biopolimero di origine 100 per cento naturale. “Siamo designer del processo, prima ancora che del prodotto o di interni”, spiega Avallone. “Questo vuol dire che abbiamo iniziato costruendo il nostro robot, ovvero la stampante 3D, e da lì governato tutto il meccanismo che ci ha permesso di sviluppare un concept, poi di fabbricare gli arredi e infine di realizzare l’allestimento. Un processo in tre passaggi che poi è la vera sfida che il design dovrebbe raccogliere secondo noi in questo momento storico. Troppo spesso vediamo concept ispirati a idee di sostenibilità astratte, senza prodotti, oppure prodotti sostenibili senza una visione che permetta di guardare avanti”.

Il 3D Bar è stato in effetti un progetto all’insegna della concretezza: cinquecento chili di plastica riciclata, forniti da Flo. Spa, trasformati in arredi e complementi e destinati, finita la Design Week di Isola Design District, che lo aveva ospitato, a essere disallestiti e riallestiti altrove, alla prossima iniziativa. Un progetto testimonial della possibilità di cambiamento.