Coolture

Il design che ha Fattobene l’Italia

Un libro celebra il sito e shop del vintage made in Italy

 di Giulio Iacchetti

Esce in libreria “Fattobene, Italian Everyday Archetypes”. Il volume, edito da Corraini Edizioni e curato da Anna Lagorio e Alex Carnevali, racconta gli oggetti, raccolti nell’omonima piattafoma web e e-commerce, della manifattura industriale italiana entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Pubblichiamo la prefazione a cura di Giulio Iacchetti.

 

“Una nazione non può essere che a prezzo di cercarsi senza fine”. Ancora una volta le parole di Fernand Braudel mi vengono in aiuto per commentare questa nuova inclusione di italici prodotti nel già ben frequentato inventario di Fattobene. E non disturbiamo a caso valori alti come la costruzione di una identità nazionale, parlando di prodotti alimentari o dedicati alla cura della persona, utensili domestici, tubetti di dentifricio colorati e quelle stecche di liquirizia che da sempre insistono sugli scaffali dei supermercati e dei piccoli negozi della provincia italiana: prodotti e marche che non conoscono l’andamento sinusoidale delle mode, démodé alla nascita e quindi sempre classici e pronti all’uso da una generazione all’altra.

Sono fermamente convinto che la costruzione di un immaginario condiviso passi anche dal riconoscersi consumatori di quel tal prodotto, o per la richiesta al bar di quella bibita dal colore verde fosforescente del tutto sconosciuta oltre i sacri patrii confini. Cose italiane, fatte (bene) da italiani, disponibili per tutti, soprattutto per chi vuole intraprendere (italiano o straniero) un percorso di profondo apprendimento dell’autentico spirito di un Paese. Perché per ogni Paese che vai, prodotti icone che trovi. E così in Francia il coltello Opinel, la bottiglia dell’Orangina o il biscotto Petit Beurre LU (per citarne solo alcuni) sono espressioni autentiche della Francia al pari di simboli più aulici e consolidati come la Legione Straniera, la Marsigliese e il tricolore blu bianco e rosso. E ancora per la Spagna la scatoletta vermiglio delle caramelle Juanola, la sagoma del tenebroso Toro Osborne che campeggia sulle alture in prossimità delle strade ispaniche e che ci ricorda di bere quel tal brandy, o il logo trilatero verde dei magazzini El Corte Inglés sono segni identitari che ci connettono in modo diretto all’immaginario ispanico.

Ma c’è qualcosa in più, di poco sondato e di irrisolto che aleggia attorno a questi prodotti e al forte legame affettivo che abbiamo sviluppato per loro: certamente sono fatti bene, la loro immagine persistente e ben sedimentata nell’immaginario li ha inseriti di fatto nella costellazione delle stelle fisse e, proprio come le stelle amiche dei navigatori, aiutano a orientarsi nel mare magnum delle merci, concedendoci il piacere di non ponderare scelte tra prodotti analoghi, ma di andare a colpo sicuro verso quella tal schiuma da barba, quella pinzatrice da scrivania o quel sapone confezionato con cura e dedizione come ormai non si usa più. Ma tutto ciò non spiega completamente il rapporto di fiducia che ci vincola a loro. Provo ad avanzare un’ipotesi: forse in questo universo oggettuale cristallizzato e immutabile, cogliamo il valore dell’infinito e dell’immortalità: tutti noi, esseri segnati dal senso della finitudine, inconsciamente sappiamo che queste cose belle ci sopravviveranno, concedendo le loro facoltà e funzionalità anche a chi verrà dopo di noi. Come le abbiamo conosciute e apprezzate grazie ai nostri nonni e genitori, al Carosello in TV o ad azioni meritorie come Fattobene, così ne godranno (e ne stanno già godendo) i nostri figli, a cui certo non negheremo di giocare con i chiodini colorati della nostra infanzia, o di annusare rapiti, come ognuno di noi ha fatto, il barattolino della colla Coccoina.

 

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