Coolture

“Il design può cambiare le città, la sfida parte da Torino”

Una settimana internazionale di eventi sotto la Mole, parla Luisa Bocchietto

di Roberto Clever

“Le città hanno bisogno di designer, e noi vogliamo portare i designer a lavorare per le città. È questo l’obiettivo di Torino Design of the City”.

L’architetto (e designer) che sgrana parole ambiziose è Luisa Bocchietto. Presidente Adi dal 2008 al 2014, Bocchietto ha lavorato in Italia e all’estero come progettista, urbanista, designer di prodotto e allestitrice di mostre e musei. Nel 2015 è stata designata presidente della World Design Organization, simposio di enti, associazioni e professionisti di più di cinquanta paesi che ogni due anni si dà appuntamento per il World Design Capital con lo scopo di far comprendere come il design possa lavorare su un prodotto complesso come la città, arrivando a soluzioni innovative e sostenibili. Ed è come numero uno del Wdo che Bocchietto si è spesa per portare in Italia il World Design Capital del 2017. La scelta è caduta su Torino – già città del design per l’Unesco nel 2014 – “perché ha accolto la proposta di hosting di questa rassegna internazionale con maggiore sollecitudine di altre città, soddisfacendo tutti i requisiti richiesti”.

Nasce così Torino Design of the City, una settimana di eventi, meeting, conferenze, mostre e tour, dal 10 al 16 ottobre, sui temi del design visti nell’accezione più ampia possibile: il design-thinking nelle politiche pubbliche, la mobilità sostenibile, i nuovi makers, il design del patrimonio culturale, la rigenerazione urbana, il design dei servizi

Bocchietto, che cosa dobbiamo aspettarci da Torino Design of the City?

“Innanzitutto una grande quantità di appuntamenti per discutere e scoprire temi cruciali. In programma ci sono otto talk e una sessantina di eventi nati per iniziativa autonoma delle realtà torinesi. I talk andranno al cuore di questioni che riteniamo fondamentali. L’obiettivo è lasciare una serie di stimoli per il futuro alla città e, ovviamente, al Wdo e a me, che lo presiedo, una serie di indicazioni per il lavoro del prossimo biennio”.

Quali sono alcuni di questi temi?

“Partiamo da to move. Una specificità torinese riconosciuta dall’Unesco. In questo caso, più che di car design parliamo di mobilità, in particolare di quella sostenibile. Un altro tema è to make, intesa come innovazione di processo. Abbiamo invitato alcune delle frange più nuove della produzione di design per chiedere loro che cosa voglia dire, oggi, innovazione. Non vogliamo parlare tanto dei prodotti, ma del processo produttivo. Un altro tema forte è quello della città. Torino stessa ci ha chiesto di avere indicazioni sul futuro. L’idea è quella di sviluppare un ragionamento che vada davvero ‘dal cucchiaio alla città’, come nella definizione di Ernesto Nathan Rogers. La differenza è che non siamo più negli anni Cinquanta e, quindi, per fortuna, nessuno dovrebbe obiettare che lavorare per la città non è un lavoro da designer. Parliamo di professionisti che hanno ormai dimostrato di poter essere parte attiva nel modo di concepire le città e i loro servizi. Tanto che all’assemblea del Wdo diremo anche come il design può contribuire a centrare i 17 goal dell’Onu per salvare il pianeta”.

Qualche esempio di design che “costruisce” le città?

“Il car e il bike sharing, progetti che prevedono una componente materiale e una immateriale, di servizio. E anche su questo secondo aspetto il ruolo del designer è decisivo. A chi far progettare, per esempio, le app relative e le loro interfaccia? Non si tratta soltanto di un lavoro di ingegneria informatica, ma anche di grafica, di comunicazione. Il designer è quella figura che può riassumere tutto questo. Pensiamo poi al cohousing: anche in questo caso non parliamo di sola architettura, perché c’è bisogno di un pensiero che organizzi la socialità negli edifici, scegliendo il giusto mix di residenti per fasce di reddito e cittadinanza. E anche questo è un lavoro per creativi nel senso più ampio del termine. Insomma, il messaggio che vogliamo far passare è che le città hanno bisogno di designer, che i designer servono a gestire i rapporti tra istituzioni e cittadini. C’è bisogno dei designer in ogni squadra che lavori per una città. E noi vogliamo portarli nei luoghi in cui servono”.

Può citare un caso virtuoso?

“Ezio Manzini, un professionista che è stato premiato per il suo lavoro di design di innovazione sociale applicato all’abitare collaborativo. Non a caso abbiamo invitato Manzini a raccontare la sua esperienza. Insieme a lui, testimonieranno il cambiamento anche i protagonisti delle altre città che, come Torino, sono state capitale per il Wdo”.

Che ruolo hanno le specificità italiane nei temi della rassegna?

“Di primo piano. Il tema Design for heritage mi è molto caro e vorrei che funzionasse come un messaggio alle istituzioni perché si mettano in rete i territori con i loro beni culturali, enogastronomici, artistici. Un invito rivolto specialmente a Roma. Anche per questo abbiamo invitato Vincenzo De luca, direttore generale per la Promozione del Sistema Paese”.

Quali sono i suoi luoghi del cuore a Torino e che cosa considera impedibile nella rassegna?

“La rassegna è strutturata in modo che sia possibile spostarsi a piedi tra un evento e l’altro. Difficile segnalare giusto qualcosa… Di sicuro Torino Graphic Days, Torino Stratosferica e, nel piccolo e delizioso Miaao, un incontro tra design e democrazia. Da visitare, senz’altro, il Museo Egizio, la Venaria Reale, anche se è fuori Torino. E il Circolo del Design”.

 

Share:

Leave a reply