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Designer italiani alla conquista del Giappone

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Parlano i tre giovani architetti vincitori del concorso Tokyo Pop Lab

Il design italiano conquista il Giappone. Questa volta non parliamo di grandi marchi, ma di due gruppi di giovani architetti, rispettivamente vincitori e secondi classificati nel concorso internazionale Tokyo Pop Lab, bandito lo scorso novembre e con al centro l’idea di un luogo per la cultura popolare nella capitale giapponese che permettesse ai frequentatori di approfondire allo stesso tempo quella locale. La proposta vincitrice è stata quella di Attilio De Palma, Andrea Longo ed Enrico Nicli del Politecnico di Torino. Al secondo posto, un altro team italiano, composto da Stella Cinzia, Leonardo Ramondetti, Marco Lagamba e Francesco Montesoro.

“Definire la cultura pop in un linguaggio univoco globale è molto difficile” spiegano i tre vincitori nel loro progetto. “Troppo diversi sono i caratteri che il termine pop assume nelle diverse aree geografiche del pianeta. La parola stessa può essere interpretata in differenti modi, in riferimento all’arte visiva piuttosto che alla cultura popolare, intesa come una struttura sociale di un popolo o una cultura musicale di ampia condivisione e diffusione. Si tende spesso ad associare al termine pop un’accezione negativa, legata ad una forma comunicativa di minore valenza sociale, ma ciò rischia invece di sminuire il valore che la comunicazione su larga scala, caposaldo della cultura popolare, ha avuto e avrà sempre nell’ambito dello sviluppo culturale della società.

La sfida che ci siamo posti è stata quella di trovare un linguaggio formale in grado di descrivere al meglio i significati eterogenei contenuti nel termine e nelle culture pop. Non potevamo limitarci ad un lavoro sulla forma, ma abbiamo cercato di individuare le caratteristiche che universalmente identificano il pop. Identificate le caratteristiche, abbiamo cercato di attribuire a ciascuna di esse un linguaggio formale chiaro che la rappresentasse, sempre facendo attenzione a renderle dialoganti tra di loro”.

Pop come un manifesto, dunque: “Il manifesto è forse l’emblema della diffusione popolare. Attraverso i manifesti è stato e sarà sempre possibile comunicare e diffondere messaggi e informazioni nella società. In termini progettuali quindi l’edificio doveva essere in grado di cambiare la sua pelle per comunicare di volta in volta messaggi sempre differenti. Ciò si è tradotto in un grande cubo coperto con teli e pensato per essere utilizzato come un grande poster adattabile alle diverse esigenze temporali di comunicazione”.

Pop come serialità: “La cultura pop ha aperto le porte alla produzione di massa e alla possibilità di diffusione di un oggetto piuttosto che di un’opera in larga scala. Per noi la serialità è stata convertita in due blocchi formalmente identici ospitanti al proprio interno le principali funzioni richieste dal bando. In un blocco sono inserite sale conferenza e spazi culturali, mentre nel secondo è inserita la libreria con sale lettura dedicate”.

Pop come cultura di massa: “Il termine pop è facilmente accostabile alla cultura di massa. La cultura di un popolo inteso come trasmissione della conoscenza, degli errori, delle esperienze e dei successi, che rendono la società viva ed in continua evoluzione. La cultura di massa viene intesa e trasposta in termini progettuali con gli spazi dedicati alla libreria ed alle sale lettura, pensate per essere uno dei punti cardini del progetto”.

Come avete scoperto il progetto a cui avete partecipato?

“In questo caso specifico abbiamo cercato in internet in diversi siti dedicati a concorsi di architettura. Dopo aver cercato il più possibile tutti i bandi disponibili nel periodo, abbiamo optato per il concorso del Tokyo Pop Lab, in quanto ci è sembrato quello più adatto alle nostre capacità e conoscenze. Solitamente nel mondo dell’architettura, un buon modo per venire a conoscenza di nuovi concorsi interessanti è quello del passaparola, sempre molto utile nel nostro ambiente”.

Che percezione avete avuto di come viene visto all’estero, in questo caso in Giappone, il design italiano?

“In realtà non abbiamo avuto modo di avere un vero e proprio confronto in merito. Quello che però possiamo sottolineare è che i primi due progetti classificati sono entrambi progetti di team italiani. Possiamo inoltre sottolineare che una nostra dichiarata strategia di progetto è stata quella di non cercare di ricercare un design orientale e nello specifico giapponese, ma abbiamo cercato di mantenere il nostro stile rendendolo però conforme alle richieste e al luogo. Questo ci ha permesso di soffermarci maggiormente sullo sviluppo di un’idea forte e non solo su una piuttosto che un’altra scelta formale. Per rispondere alla domanda quindi, non sappiamo esattamente come venga visto il design italiano, però basandoci sui risultati possiamo comunque dire che di sicuro è stato capito ed apprezzato”.

Che succede adesso?

“Come tutti i concorsi di idee, non c’è una vera prospettiva di reale costruzione del progetto. Ciò non toglie che per tre giovani architetti appena usciti dall’università aver vinto questo concorso oltre che ad un minimo di aiuto economico, serve molto per poter iniziare a farsi conoscere nell’ambiente, cosa molto complessa al giorno d’oggi, dato l’elevato numero di architetti, progettisti e designer provenienti da tutto il mondo. Ora che abbiamo vinto continueremo a portare avanti i nostri progetti, cercando il più possibile di coinvolgere persone nuove e senza mai sottrarci al confronto ed alla condivisione”.