"Diamo all'Italia una legge sull'architettura" | CieloTerraDesign
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Redazione

12 febbraio 2017

“Diamo all’Italia una legge sull’architettura”

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Intervista a Gabriella Raggi, promotrice della petizione al governo

 

Quasi millesettecento firme, di addetti ai lavori ma non solo, in meno di un mese. La petizione su Change.org per spingere il governo italiano a promuovere una legge per l’architettura macina adesioni a un ritmo che invita all’ottimismo. Ne abbiamo parlato con Gabriella Raggi, romana, architetto e promotore della campagna con i colleghi Maria Claudia Clemente e Luca Montuori.

Perché l’Italia avrebbe bisogno di una legge in difesa dell’architettura?

“Innanzitutto chiariamo che si tratta di una questione che riguarda tutti e non soltanto noi addetti ai lavori. Come scriviamo nell’appello, non possiamo sottrarci all’architettura: essa è parte integrante del nostro quotidiano, lo spazio in cui i nostri figli giocano, le piazze in cui prendiamo il caffè, le strade in cui camminiamo. E quindi è un bene comune. Se manca una visione per l’architettura, manca una visione per la costruzione di quel terreno collettivo e condiviso che fa da sfondo alle nostre vite. A oggi possiamo dire che nessuna legge, in Italia, tutela questo bene comune. E purtroppo ne vediamo gli effetti tutti i giorni”.

Che cosa ha fatto saltare il tappo alla vostra rabbia, spingendovi a lanciare la petizione?

“L’ultimo affronto, a Roma, alla Stazione Termini, dove la progressiva trasformazione commerciale degli spazi ha finito per alterare completamente, per esempio, la natura di un capolavoro dell’architettura del Novecento come il Dinosauro (la pensilina d’ingresso con copertura a onda, ndr). In un Paese come la Francia, per fare un caso, questo non sarebbe potuto accadere. Oltralpe, per restare nell’esempio, alla fine degli anni Settanta si sono dati una legge che tutela l’interesse pubblico anche negli interventi privati. E lo fa attraverso società di indirizzo create ad hoc con l’obiettivo di promuovere e controllare la qualità dell’architettura e del disegno della città”.

In pratica, che cosa chiedete che sia scritto nella legge?

“Innanzitutto, che il progetto di architettura sia riconosciuto come opera di ingegno e non come servizio, come accade oggi, con tutte le conseguenze che ne derivano”.

Cioè?

“Che i progetti diventano una questione economica. Del resto, nel codice degli appalti non si parla da nessuna parte di progettisti, ma di ‘operatori economici’. E questo è assurdo, perché così non si tutela l’autonomia e l’indipendenza dell’architettura all’interno del processo edilizio, ma si fanno altri interessi”.

Lei cita il Codice degli appalti, che in fin dei conti è il vero punto nevralgico della questione: che senso ha una legge sull’architettura che rischia di ridursi a petizione di principio, se poi non viene riformato il codice? Non varrebbe la pena chiedere di riformare direttamente quello?

“Io dico che da qualche parte bisogna iniziare per dare un primo segnale, e darlo forte. Se in Parlamento, al momento, giacciono sei progetti di legge sull’architettura e nessuno di questi va avanti, un motivo c’è: ed è che tutti mirano a cambiare il codice degli appalti ma senza la forza necessaria per uscire dall’impasse. Soltanto una legge chiara e che enunci principi condivisi può dare questa spinta”.

I giovani architetti, per fare un esempio, si lamentano che il codice, pretendendo per i partecipanti alle gare requisiti tecnico-economici proporzionali al valore economico delle opere, penalizza i professionisti alle prime esperienze.

“Non sono penalizzati soltanto i più giovani, ma anche gli architetti più grandi che non abbiano certi fatturati alle spalle e che così sono costretti ad associarsi a grosse società di ingegneria. Per paradosso, nessun requisito economico è richiesto invece ai tecnici degli uffici pubblici nel caso in cui siano loro a progettare le opere”.

Chi è il grande nemico dell’architettura in Italia? La lobby dei costruttori?

“Non soltanto quella. Nel mirino ci sono tradizionalmente i privati, ma lo Stato ha grandi responsabilità. Qualche esempio. Qualcuno sa chi siano i commissari del concorso internazionale di idee Open Taranto? O vogliamo parlare del bando scuole innovative per il quale le commissioni non sono neanche state istituite? E tutti i concorsi di idee banditi senza finanziamenti, per cui si sa già in partenza che non ci saranno mai fondi? Ancora, chi approva o dà l’ultimo via libera a interventi come, appunto, quelli avviati a Termini, a quale mondo appartiene, soltanto a quello privato o anche al pubblico?”.

Dal ministero dei Beni culturali hanno dato segnali, dopo l’avvio della petizione?

“Il ministro Franceschini ci aveva ricevuti prima dell’estate e aveva dato indirizzo alla direttrice della sezione arte e architettura contemporanea del Mibact di predisporre una proposta di legge, con il supporto del Consiglio nazionale degli architetti, da presentare alla Camera entro l’autunno. Sono passati sei mesi senza che nulla sia accaduto e ci siamo mossi noi con un appello popolare”.