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Roberto Reale

4 Giugno 2020

Dimenticate Koolhaas e Boeri: il nostro futuro è (nonostante tutto) nelle città

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Auspici e profezie delle archistar non tengono conto della nuova dimensione digitale

Sono passati 14 anni da quando Leonardo Benevolo pronuncia il suo referto autoptico sul paesaggio, dichiarandone il tramonto una caratteristica del contemporaneo. Non c’è bisogno di ricordare qui che Benevolo ci parla di un paesaggio invenzione dell’italianità medievale e più ancora rinascimentale. La fittissima rete di rapporti giuridici economici sociali (in altri termini, di governance) tra città e contado che strutturava entrambi in un gioco citazionale estremamente articolato si sarebbe dissolta con l’avvento e poi il tramonto dell’età industriale, lasciandoci in eredità un coacervo di lacerti superstiti in mezzo a un nulla senza valore. Sembra quasi di leggere il ciclo di Ambrogio Lorenzetti sul buono e sul cattivo governo come una profezia auto-avveratasi.

L’Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti conservato nel Palazzo Pubblico di Siena e databile al 1338-39

 

Poi però in piena pandemia molti iniziano a chiedersi se l’ennesima piega della storia non ci stesse sotto gli occhi. Le folgorazioni sulla strada di Damasco non mi hanno mai sedotto più di tanto, ancor meno le invocazioni alla palingenesi: però qualche voce relativamente pacata c’è stata. Stefano Boeri ha predetto la riqualificazione dei borghi: “Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”. Rem Koolhaas ha narrato l’avvento di una nuova campagna, popolata da infrastrutture distribuite, e buttandosi alle spalle l’infatuazione pluridecennale per il landscape urbano. Fuksas dal canto suo continua a ripetere il mantra sulla necessità di sfuggire alla tensione centripeta delle città e di guardare alla campagna come alternativa sostenibile.

La mostra Countryside a cura di Rem Koolhs al Guggenheim di New York

Una lettura critica di queste proposte non può prescindere dalla considerazione che si confondono due piani, quello della sostenibilità e quello più propriamente antropico, su ciascuno dei quali sarebbe opportuno spendere qualche parola. La sostenibilità, a voler intavolare un discorso fondato, attiene al piano economico, alla distribuzione delle risorse e alla valutazione degli impatti delle policy: usciamo dalla pandemia, ammesso che ne siamo davvero usciti, in un mondo più fragile di prima e nello stesso tempo più teso, con le nervature degli equilibri geopolitici (anche in termini di supply chain) e sociali messe allo scoperto.

Qualsiasi tentativo o fenomeno di de-urbanizzazione deve fare i conti con l’economia di scala, con le difficoltà crescenti nella costruzione di un nuovo welfare, con la disillusione di chi (da noi perfino il CNEL) già preconizzava l’avvento di un nuovo capitalismo più sociale e più sostenibile. Senza contare quello che è ormai IL TEMA: l’impatto ambientale. Tutte istanze serie ed urgenti, ma ahimè destinate per ora a restare tali. Quindi no, non ci trasferiremo tutti a vivere in campagna, non inaugureremo una nuova era di sostenibilità e, per restare in Italia, Milano nonostante tutto non perderà la sua centralità (è sempre Fuksas ad auspicarlo). Lo smart working, dal canto suo, è vero che distrugge l’esigenza di essere presso il datore di lavoro e quindi in città, ma l’effetto principale è di abbassare i “costi transattivi” relativi al capitale umano, specie a quello pregiato dal punto di vista dell’employability, e quindi a favorirne la concentrazione nei luoghi, fisici o virtuali, in cui fioriscono le opportunità.

Stefano Boeri e il Bosco verticale a Milano

Sul piano antropico, però, un nuovo rapporto con il paesaggio, che potremmo chiamare post-post-industriale (sic), sta fatalmente emergendo, e inizieremo a rendercene conto nel momento stesso in cui ci decideremo a dismettere l’idea ingenua che l’uomo sia ancora al centro dell’ecosistema informativo (infosfera), per abbracciare invece un modello di ecologia cognitiva abitata non più soltanto da umani, ma da agenti o “agenzie” (agencies) variamente non-umane o post-umane, dalle artificial agencies ai processi alle ibridazioni uomo-macchina agli smart datacenter di cui lo stesso Koolhaas si compiace di fare i numi tutelari delle sue nuove campagne. Benjamin H. Bratton in The Stack: On Software and Sovereignty (2015) immagina appunto un ecosistema stratificato, costruito secondo modelli ad astrazione crescente (layers) che riproducono il paradigma computazionale (quindi cognitivo) su scala planetaria. James Lovelock in Novacene: The Coming Age of Hyperintelligence (2019), Nick Bostrom in Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies (2014), l’immancabile Harari e molti altri hanno teorizzato l’avvento di un nuovo tipo di intelligenza, trascendente l’umano in varie forme e postulata in un contesto ecologico.

Qualsiasi tentativo o fenomeno di de-urbanizzazione deve fare i conti con l’economia di scala, con le difficoltà crescenti nella costruzione di un nuovo welfare. E lo smart working, se è vero che distrugge l’esigenza di essere presso il datore di lavoro e quindi in città, ha come effetto principale di abbassare i “costi transattivi” del capitale umano e quindi a favorirne la concentrazione nei luoghi, fisici o virtuali, in cui fioriscono le opportunità.

Cosimo Accoto dal canto suo suggerisce che, se proprio vogliamo occuparci della dimensione umana, dobbiamo “chiederci non a quale versione ultima (funzionante) dell’umano vogliamo tornare rispetto alle tecnologie emergenti, ma quale umano altro intendiamo ospitare. La condizione umana si produce esattamente e ininterrottamente in questa ospitalità planetaria, sia essa animale, vegetale o macchinale” (Il mondo ex machina: Cinque brevi lezioni di filosofia dell’automazione, 2019). L’idea non è sicuramente nuova e non è neppure estranea alla letteratura architettonica: ad esempio, la trama di relazioni tra forme autonome di cui parla Henri Focillon appunto nella Vie des formes sembra alludervi, benché in nuce.

Lo skyline di Milano

Del resto, mi sia concessa la provocazione, dei richiami alla centralità dell’uomo, all’etica e al nuovo umanesimo si fanno troppo spesso paladini soggetti che, per quanto uno possa stimarli intuitu personae, sono tutt’altro che esenti da vested interests: per i grandi player del digitale, ad esempio, insistere sulla regolazione è un modo molto comodo per alzare le barriere d’ingresso nel mercato. E allora sull’etica applicata al digitale andrebbero rispolverate le basi, come fa correttamente Luciano Floridi nel recentissimo Il verde e il blu (2020).

Inizieremo a renderci conto che un nuovo paesaggio post-post industriale sta prendendo forma nel momento stesso in cui ci decideremo a dismettere l’idea ingenua che l’uomo sia ancora al centro dell’ecosistema informativo (infosfera), per abbracciare invece un modello di ecologia cognitiva abitata non più soltanto da umani, ma da agenzie variamente non-umane o post-umane, dalle artificial agencies ai processi alle ibridazioni uomo-macchina agli smart datacenter

Ma il paesaggio, per istituirsi come tale, deve fondarsi, oltre che su un rapporto con la città, su una rete di relazioni tra i soggetti che lo abitano in grado di costruirne l’infrastruttura e i servizi: in altri termini, deve prevedere un sistema di responsabilità e di accountability. Dobbiamo quindi fare un passo oltre e ipotizzare che i nuovi agenti in procinto di colonizzare il paesaggio digitale assieme all’uomo, dandogli forma, siano dotati di un grado di autonomia adeguato. La nuova transizione digitale-ecologica, anche in ottica di compliance o addirittura di trasferimento di risorse dall’EU, apra finalmente una riflessione su questi temi. Sarebbe una boccata d’aria fresca anche per la cultura italiana tout court.

La foto grande è Paese mio, pattern di Giulio Iacchetti per la collezione Parade firmata dal designer per Abet Laminati: piccole case si aggrappano ai fianchi di un’ipotetica collina, un mare di tetti, porte e finestre, un omaggio al paesaggio italiano punteggiato di tanti piccoli paesi.