Domitilla Dardi e Vanni Pasca, una storia del design da Manuale
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Paolo Casicci

14 novembre 2019

Domitilla Dardi e Vanni Pasca, una storia del design da Manuale

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Un libro che colma un vuoto e si misura con la contemporaneità. “Studiare è l’atto politico più potente”

In tempi di cultura digitale, con il sapere che si accumula e stratifica surfando nel mare della rete e l’apprendimento che procede per suggestioni e accostamenti, serviva al design una guida che fungesse da faro. Una serie di avvisi ai naviganti da tenere sul comodino, grazie ai quali trovare quella sistematicità che solo la carta, forse, può ancora dare. Arriva per questo il Manuale di storia del design scritto per i tipi di Silvana editoriale da Domitilla Dardi e Vanni Pasca, storici di vaglia alle prese con il tentativo di dipanare il filo della cultura del progetto dal secondo Settecento a “quasi oggi”. Con il quasi – le ultime pagine del volume sono dedicate a nomi e fenomeni recenti, dalla scuola olandese ai Formafantasma – che riassume il rovello di ogni storico, qui risolto affrontando il rischio di spingere più in là il limite temporale delle cose ritenute meritevoli di essere trattate. Ne abbiamo parlato con Domitilla Dardi.

Manuale di storia del design

MANUALE DI STORIA DEL DESIGN, di Domitilla Dardi e Vanni Pasca: un nuovo volume di riferimento per chi voglia conoscere, approfondire o riscoprire il variegato e affascinante mondo del design > https://bit.ly/2ndlJJX

Pubblicato da Silvana Editoriale su Martedì 22 ottobre 2019

Il titolo, nella sua semplicità, dichiara una funzione forse ancora più complessa da assolvere oggi: quella di mettere ordine. Quanto è difficile uscire con un manuale di storia del design nel 2019? E quali le difficoltà maggiori nello scriverlo?

La difficoltà è quella di selezionare argomenti da ricucire lungo il flusso di un racconto. In un atlante del design o in una monografia l’azione selettiva ha maglie molto più larghe e ci si può permettere di essere puntiformi ed esaustivi. In un Manuale l’obiettivo è totalmente diverso: bisogna rendere un quadro generale e complesso, molto più ampio e ramificato.

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Il Manuale di Storia del design di Domitilla Dardi e Vanni Pasca, edito da Silvana Editoriale

Per quale pubblico è pensato, il libro? 

Tutto parte dal desiderio di fornire uno strumento agli studenti. La parola “studente”, poi, va intesa in senso lato come “colui che studia”, che ha il desiderio di avere una formazione di base. Per questo i piani di lettura del libro sono molteplici, non solo quello del testo che corre, ma anche quello di una storia diacronica (i box) e analogica (le didascalie lunghe).

Quanto tempo avete impiegato a scriverlo? 

Quasi impossibile quantificare: una vita o qualche mese, anni o ore di scrittura, cosa valutiamo? Possiamo dirti che l’idea ci è venuta tanto tempo fa, dopo il Compasso d’Oro a Roma del 2011 e da lì c’è stato un progressivo lavoro di messa a punto con lunghi rallentamenti e riprese molto intense.

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Domitilla Dardi ©Claudio Bonoldi

A che cosa avete dovuto rinunciare e che cosa, invece, avete incluso di inatteso anche per voi, almeno all’inizio?

Rinunciare al rassicurante istinto di ogni storico di voler raccontare di un argomento quanto più possibile. La sfida, come ti dicevo, è proprio quella di tagliare. E’ un vero lavoro di regia e montaggio: per far funzionare una scena spesso sei costretto a tagliare riprese che sono costate ore e ore di lavoro, ma che nell’economia generale del racconto non funzionano. Di inatteso, forse, c’è stata l’integrazione tra le nostre conoscenze e modi di scrivere. Credo che alla fine si senta un filo narrativo fluido, per quanto tutto il libro ha parti più scritte da uno e altre dall’altro.

Il ruolo di docente, quello di curatrice e, da ultimo, quello di cofondatrice di EDIT: quanto e in che misura ciascun aspetto della tua vita professionale è presente nel libro?

La curatela è un ottimo esercizio nel parlare a un pubblico per raccontare una storia. In una mostra la narrazione si svolge in presenza degli oggetti protagonisti e i tempi di fruizione obbligano a messaggi lampo. In una fiera come EDIT c’è una tesi curatoriale a monte da tenere come barra ferma nella navigazione. In un libro c’è più spazio alla narrazione scritta e più evocazione per immagini. Ma in tutti i casi la struttura, lo scheletro del racconto e la tesi di fondo devono essere chiari e rispettati.

La vera sfida è stata rinunciare al rassicurante istinto di ogni storico di voler raccontare di un argomento quanto più possibile, e dunque tagliare. Un manuale comporta un vero lavoro di regia e montaggio.

Nella premessa, dichiarate il bisogno di una metafora tridimensionale che aiuti a ripercorrere la storia del design. Una linea che non tenga conto soltanto delle convenzioni temporali, ma permetta di muoversi come di fatto il design stesso, e la nostra percezione: avanti, indietro, in diagonale… Quali protagonisti e temi vi hanno reso più consapevoli del bisogno di questa metafora tridimensionale?  

Non c’è un periodo o un avvenimento storico in particolare. E’ più un modo di sentire il tempo e la sua narrazione che ci ha spinto verso questa modalità. Ci siamo resi conto che la metafora lineare da sola è estremamente riduttiva. D’altra parte esistono molti studi cognitivi che dimostrano come la visione del tempo sia complessa e che proceda utilizzando figure visive tra le più disparate. E poi è tipico della nostra epoca: parliamo di navigazione quando facciamo ricerche sul web e allora nella navigazione, quando non è improvvisata, usiamo regole e sistemi di orientamento precisi, punti di riferimento e mappe. Un’altra metafora alla quale abbiamo attinto è quella dell’enologia, dove per testare il vino si fa una degustazione “verticale”, che vuol dire analizzare stesso vino, stesso produttore, ma in annate differenti. Anche nella storia, a volte, si lavora per “verticali” usando la tipologia come invariante, vedi le celebri storie e musei della sedia, per esempio. 

Vanni Pasca

Quanto è alto il rischio di escludere da un libro come questo protagonisti e progetti vicini nel tempo che possono rivelarsi interessanti in prospettiva e, al contrario, includerne altri che magari alla lunga aggiungeranno poco alla storia? 

Rischio altissimo, infatti di solito gli storici più saggi si fermano con le loro storie molto presto. Ci siamo assunti il rischio. Nel farlo siamo arrivati molto vicini a noi, ma abbiamo messo in luce più i temi e gli argomenti del presente che i singoli lavori o progettisti. Nel caso ci siano revisioni da fare… contiamo sulle future ristampe “rivedute e corrette”!

Vico Magistretti e la lampada Atollo

Una metafora alla quale abbiamo attinto è quella dell’enologia, dove per testare il vino si fa una degustazione “verticale”, che vuol dire analizzare stesso vino, stesso produttore, ma in annate differenti. Anche nella storia, a volte, si lavora per “verticali” usando la tipologia come invariante, come nelle celebri storie e nei musei della sedia.

Arte e design e art design: nel libro parlate del patto di solidarietà tra aziende e progettisti che è all’alba del made in Italy. Oggi questo patto è in crisi? Ha esaurito il suo mandato? Si sta ridefinendo? Nel frattempo, molti aspiranti designer guardano sempre più all’autoprogettazione che però è un percorso vincente per uno su 10 mila…

Come abbiamo cercato di raccontare, l’autoproduzione ha origini lontane e non è affatto un’invenzione delle nuove generazioni. Soprattutto non è una via che esclude quella dell’industria: oggi quasi tutti gli autori interessanti lavorano sia nella dimensione industriale, che in quella autoprodotta che in quella delle serie limitate da collezione. A guidare è il progetto. Credo che la via sia quella della flessibilità e di non fossilizzarsi su una singola possibilità. Soprattutto è importante che gli esordienti sfruttino quello che è alla loro portata: se vivi in un luogo dove si fa ceramica in modo importante perché ostinarti a disegnare automobili? I progettisti oggi hanno la possibilità di muoversi e di seguire l’indole del proprio progetto. Vanno dove è la loro ricerca a portarli.

Uno dei luoghi comuni di oggi è che il design faccia poco per uscire dalla sua comfort zone. Questa affermazione, in fondo, nasconde un rovescio positivo, e cioè che il design è qualcosa a cui siamo abituati a chiedere tanto, forse sempre di più, perché gli riconosciamo una forza, quando non materiale, almeno emozionale ed emotiva, mitopoietica. 

Chiediamo da sempre che ci sia un valore politico nel modo di pensare e produrre gli strumenti che ci permettono di vivere. Accade oggi, come accadeva nell’Ottocento. A Henry Cole veniva affidata l’organizzazione della Great Exhibition e l’ordinamento delle scuole di design del regno vittoriano e nel farlo egli indirizzava l’economia e l’estetica delle merci fatte a macchina. La storia della Bauhaus è fortemente condizionata dalla politica del suo tempo e così via. Il punto è che al design vengono richieste maggiori responsabilità oggi che sentiamo netto un vuoto istituzionale e politico. Quasi che progettisti e produttori con le loro scelte possano e “debbano” assolvere a quel ruolo troppo spesso lasciato vuoto dalla politica. Credo sia istintivo vederla così, ma che le responsabilità del design siano condizionate da meccanismi decisamente più ampi sui quali esso può intervenire, ma solo limitatamente. L’importante, però, è che vengano dati dei segnali e che ci sia consapevolezza in chi progetta e produce. Guardare alla storia e ristudiarla serve proprio ad alimentare questa consapevolezza. Studiare è sempre stato di per sé un atto politico, forse il più potente. E infatti i regimi hanno sempre chiuso le scuole prima delle fabbriche.