Domm, la sedia di design ispirata alla Thonet nata dall'emozione di vedere il faggio curvato dal vapore - CTD
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Paolo Casicci

22 Novembre 2020

Domm, la sedia ispirata alla Thonet nata dall’emozione di vedere il faggio curvato dal vapore

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Davide Frattini Frilli reinterpreta un classico del design. E qui spiega perché un architetto decide di progettare mobili dopo una lunga esperienza nel retail di lusso

“Testare con mano l’incredibile flessibilità della barra di faggio appena uscita dal  trattamento a vapore, e prima della sua messa in forma, è stata davvero un’emozione, una gioia pura, quasi infantile”. Si può tornare bambini, grazie al design. Ed è quello che racconta di avere provato Davide Frattini Frilli, architetto milanese con una lunga esperienza nell’interior del retail di lusso, che a un certo punto ha deciso di disegnare mobili. Trido e Domm, quest’ultima una sedia nata ispirandosi all’imprescindibile Thonet e che diventa un omaggio a Milano con la silhouette che ricorda il Duomo meneghino, sono stati presentati alla seconda edizione di EDIT Napoli, dove abbiamo incontrato Frattini Frilli.

Da sempre gli architetti progettano mobili perché partono da esigenze che non trovano soddisfatte nel mercato. Ti ritrovi in questa descrizione o il tuo è più un vero impulso progettuale? 

In realtà un po’ entrambe le cose. In effetti per anni ho girato il Salone del Mobile pensando che la gran parte di quello che vedevo era la brutta copia di qualcos’altro o il tentativo, a me incomprensibile, di “fare colpo”, spesso complicando qualcosa che avrebbe potuto essere molto più pulito e diretto.D’altra parte il mio è anche un impulso, un’inclinazione naturale. Da sempre mi è capitato di schizzare idee di lampade, tavoli o oggetti mentre nei miei cassetti non troverei neanche uno schizzo di una villa, un padiglione o un grattacielo. Questo senza affatto rinnegare la mia formazione architettonica, che reputo anzi imprescindibile, anche per quello che faccio oggi. Molto semplicemente ci sono state ragioni personali e professionali che hanno portato questa inclinazione a rimanere nascosta, se pur sempre viva, per anni, fino ai primi progetti di arredo presentati nel 2017. Inoltre un aspetto che mi ha sempre affascinato del design di prodotto e di arredo è la sua riproducibilità. L’idea che, a differenza dell’architettura, che dovrebbe avere  un legame forte col luogo dove sorge (quanto meno ed inevitabilmente con le caratteristiche fisiche ed ambientali di quel luogo), un progetto di industrial design possa esprimere la sua identità allo stesso modo, sia che venga collocato in un hotel di Hong Kong che in un appartamento di Parigi. E ovviamente l’idea di produzione seriale che sta dietro questa potenzialità. Idea legata alla fabbrica, alla produzione industriale, mito un po’ novecentesco ma che, pur con tanti limiti riconoscibili ed evidenti, mi affascina notevolmente.

C’è ancora bisogno di nuove forme, nel design dell’arredo? 

Più che esserci bisogno o meno delle forme, io non vedo proprio altra strada per me, tanto che spesso definisco il mio lavoro “design di disegno”. Penso che le forme geometriche elementari portino in sé i valori estetici più puri e più alti, che sono però anche immediati, riconoscibili e quindi comprensibili. Questo è per me il loro valore aggiunto. Poi ovviamente queste forme si possono declinare nelle proporzioni, decomporre, re-assemblare in infiniti modi ed in questo sta la libertà e la difficoltà del mio lavoro. Il mio obiettivo è comporre delle forme semplici nel modo più corretto per cui, mantenendo la loro evidenza e la loro forza estetica, riescano al contempo a rispondere a precise esigenze funzionali. Ricollegandomi alla prima domanda, non penso sia diverso in architettura: le costruzioni sinuose e futuribili (possibili grazie agli strumenti digitali) in cui la costruzione geometrica si perde nella percezione finale, penso ad esempio a certe architetture più estreme di Zaha Hadid, possono essere perfette per un’esperienza “spaziale”, un’avventura  sensoriale ma non le trovo conciliabili con una vita quotidiana, con l’uso quotidiano. Un po’ per questo, e un po’ forse anche per gli anni universitari, spesi a disegnare a mano cominciando spesso da una planimetria, il più delle volte parto addirittura da un segno bidimensionale, quasi grafico, che ha però da subito una potenzialità tridimensionale. E’ stato così anche per gli ultimi pezzi presentati: per Domm, dove il disegno bidimensionale della successione di “anelli” che compongono la sedia (in cui ho visto la facciata del Duomo che ha dato da subito il nome al progetto) è venuto un attimo prima dei primi schizzi volumetrici. E soprattutto per Trido, dove, fin dai primi abbozzi, ho capito che proporzionando e combinando opportunamente  le due forme triangolari con cui volevo comporre uno sgabello (questa era l’idea iniziale), potevo avere qualcosa di più di un semplice sgabello: un oggetto multifunzionale che a seconda di come lo si posiziona può essere anche portariviste o tavolino (e questo con solo due forme triangolari).

Ripensare il legno curvato oggi, dopo oltre un secolo di storia, non era una sfida facile. Perché progettare Domm?

In realtà non c’è un motivo univoco e definito. Non è stata una scelta strategica, fatta a tavolino. Certo la volontà di rifarmi ad un modello preciso è evidente, anche nella scelta filologica della paglia di Vienna per la seduta (il fatto che poi questa lavorazione stia tornando molto in voga fa ovviamente gioco ma in tutta sincerità non c’è stato un pensiero opportunistico dietro la scelta). Sicuramente centra la familiarità con la sedia tipo Thonet, forse la più riprodotta e venduta nella storia, su cui mi siedo ogni volta che mi metto a tavola a mangiare. E lo stupore che le curve che la compongono fossero realizzate con una rigida barra di legno. Ed infatti, testare con mano l’incredibile flessibilità della barra di faggio appena uscita dal suo trattamento a vapore, e prima della sua messa in forma, è stata davvero un’emozione, una gioia pura, quasi infantile.Certo poi c’è stata una scelta progettuale, di metodo: quella di sostituire alle forme un po’ naturalistiche del modello Thonet, ed alla varietà di pezzi che la compongono, la replica seriale di un unico elemento ad anello chiuso, con minime variazioni dimensionali. Un esempio evidente del metodo di assemblaggio di forme semplici di cui dicevo prima, una scelta estetica ovviamente ma, in questo caso, anche produttiva perché permette la riduzione al minimo degli stampi necessari per la curvatura del legno e comporta una generale semplificazione del processo.

L’esperienza di interior per marchi del lusso che cosa porta in dote a un designer di prodotto?

L’esperienza pluriennale nel retail design di lusso, nata inizialmente per caso ma che continua ancora oggi, è stata indubbiamente fondamentale. Mi ha permesso di lavorare con aziende ed artigianalità di livello assoluto e per lo più con budget importanti a disposizione. Questo significa poter realizzare quasi sempre quello che insieme al cliente si desidera fare e, per lo più, con tempistiche che sono molto più ridotte di quelle usuali in altri ambiti, sia architettonici sia di product design. Inoltre mi ha aiutato a conoscere il valore anche “emozionale” degli oggetti progettati: in negozi di quel genere qualsiasi arredo deve conciliare la sua funzionalità e il suo scopo finale (vendere!) con la capacità di trasmettere una sensazione, un mood generale, che è quello con cui il brand decide di identificarsi e di trasmettere alla sua clientela.Questo però rappresenta anche un vincolo evidente alla libertà del progettista. Cioè, a meno che non si sia l’archistar o il designer  trendy, chiamato per il valore che lui stesso ha come “marchio” e a cui ci sia affida anche per rinnovare il messaggio che il brand vuole trasmettere,  la possibilità di esprimere appieno il proprio mondo progettuale è limitata. Nel mio caso, i negozi del marchio per cui lavoro da più tempo trovo “mi assomiglino” ogni volta di più. Ma è un lavoro fatto di passaggi progressivi, di disegno di nuovi elementi che vengono via via inseriti nel concept generale e comunque sempre soggetti alle decisioni ed ai ripensamenti dei responsabili , creativi e non, del marchio stesso. Quindi, in conclusione e ribaltando un po’ la domanda, l’ambizione sarebbe poter portare sempre di più le mie collezioni nel lavoro di interior o, più in generale, portarci il mio modo di fare design, che nelle mie collezioni di arredo si esprime nel modo più sincero e personale.