Edit Napoli, cinque parole chiave per spiegare perché ce n'era bisogno - CTD
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Paolo Casicci

10 giugno 2019

Edit Napoli, cinque parole chiave che spiegano perché ce n’era bisogno

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Una fiera slow che punta all’eccellenza ma non al lusso, dove il design fa storie e le comunica bene. E che può diventare un modello di heritage culturale

Che cosa è stata la prima edizione della “fiera del design editoriale” e che cosa ha rappresentato nel panorama italiano del progetto e del business connesso? Abbiamo riassunto in cinque concetti chiave il debutto di Edit Napoli, la rassegna nata da un’idea di Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli e che ha chiuso i battenti ieri dopo tre giorni di allestimento nel Complesso di San Domenico Maggiore, location monumentale nel cuore del capoluogo campano.

Manufatto a Edit Napoli

Manufatto a Edit Napoli

 

Una rassegna slow, a misura umana

Difficile associare a una fiera l’idea di un tempo e di uno spazio pienamente godibili, da vivere senza frenesia fuori dagli slot ristretti in cui generalmente – vedi soprattutto il Salone e il Fuorisalone milanese – si consumano i tour dei coscritti del design. La dimensione di Edit Napoli è, al contrario, umana, con una sessantina di espositori dislocati in una sola location, il monumentale Complesso di San Domenico Maggiore, tale da permettere di completare la visita anche più approfondita nel giro di mezza giornata. Il tutto dentro una cornice, quella napoletana, coerente con il mandato slow della rassegna, che si consuma tra creatività e alta manifattura e il contorno graditissimo delle delizie enogastronomiche partenopee.

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Social Label, Hout by Piet Hein Eek & Woodworks

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Victoria Episcopo_Papaver Somniferum ©Matteo Pastorio

Autorialità

Design editoriale è la locuzione su cui Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli hanno scommesso per definire il senso di Edit Napoli e dunque il fil rouge che accomunasse la sessantina di espositori scelti. Se volessimo spiegare il significato di questa espressione con un’immagine, dovremmo pensare a una casa raffinata, arredata con pezzi d’autore in cui il design incontra l’alta manifattura senza però sconfinare nel pezzo unico da collezione o da galleria.

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Simone Crestani, Eterea console table ©Alberto Parise

Dunque mobili, complementi e decor in cui cultura del progetto e tradizione artigiana, presente e passato, s’incontrano generando forme e valori che vanno oltre la somma aritmetica delle loro componenti. Pezzi, per fare un caso, come quelli di Ceramica Gatti, storico marchio della tradizione faentina, che per l’occasione s’è fatta prendere per mano da Andrea Anastasio dando vita ai vasi Volpedo d’ispirazione contadina, con grosse corde di nylon che abbracciano la terracotta per evocare la fatica del quotidiano preindustriale.

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Sarah Anne Rootert. Collection One tables ©Lotte van Uittert

Ma il design editoriale è anche quello in cerca di una chance: il design di autori troppo piccoli per la Milano Design Week o di aziende d’eccellenza a caccia di un link con gli stessi progettisti e con i buyer nazionali e internazionali impegnati nel loro scouting.

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GHIDINI1961_Dusk Dawn table lamp by Branch Creative

Storytelling

Il segno forte della curatela di Dardi e della scommessa imprenditoriale di Petruccelli non si avverte soltanto nella scelta degli espositori, ma anche nella capacità dei sessanta marchi ospiti di sviluppare una storia d’eccellenza e di raccontarla al pubblico, sia quello dei buyer sia l’altro, non per forza meno preparato ed esigente, dei non addetti ai lavori. Storytelling e comunicazione sono diventati negli anni termini di importanza strategica (anche) nel mondo del design, ma se da un lato tantissimi si vantano di produrre senso con i propri progetti, invitando a coglierlo oltre l’innovazione tipologica (anche quando non c’è) o oltre le novità legate all’estetica e al gusto del momento, dall’altra in pochi riescono a comunicare con successo questo valore aggiunto.

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Domenico Orefice_Salvadané ©Paolo Belletti

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Desine, Tabuli ©Carlo Giunta

A Edit Napoli, invece, abbiamo visto designer e marchi veicolare le proprie storie in maniera efficace, puntando ora sul concept, ora sulla manifattura, ora sull’esperienza del consumo. Un mondo tutto da esplorare, che va dal sodalizio tra artigianato locale e progettualità contemporanea (Manufatto, Bottega Intreccio), passando per la ricerca sui materiali (Gaetano Di Gregorio con la sua preziosa collezione Lapidea) fino al tentativo di Alessandro D’Angeli e Blueside Design di innovare in un universo come quello del caffè, dove non sembravano esserci, almeno in Italia, nuovi spazi da occupare, con un set per filtrare la bevanda che è insieme una scommessa tipologica e di experience. In mezzo, storie di pezzi classici – tavoli, servi muti e centrotavola – dal concept brillante e ben raccontato (Desine) e veri e propri viaggi nella manifattura d’altri tempi come quello in cui Simone Crestani ha personalmente accompagnato i visitatori spiegando l’antica sapienza e la fatica dietro a ciascuna creazione.

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Ceramica Gatti Laboratory ©Francesco Biondi

Eccellenza ma non lusso

In un’intervista a Cieloterradesign in cui spiegava il senso della sua presenza all’ultimo Fuorisalone, il maestro Ugo La Pietra sosteneva che “l’artigianato italiano dovrebbe stare nei negozi, non in galleria”. La Pietra leggeva in controluce il mantra che vorrebbe in ripresa l’alta manifattura italiana grazie al mercato del lusso. Una verità parziale, perché per ogni artigiano che riesce a imporsi nei circuiti luxury, o a esporre in vetrine e rassegne come Homo Faber, ce ne sono migliaia che rischiano di chiudere bottega.

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Bottega Intreccio, Lisetta ©courtesy of Bottega Intreccio

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Bitossi Ceramiche ©Delfino Sisto Legnani

Edit Napoli suggerisce un modello alternativo a quello del lusso: far belle le nostre case con una produzione d’eccellenza ma non esclusiva e che soprattutto non insegua le limited edition. La parola chiave è affordable, che non vuol dire design a basso prezzo, ma a un prezzo coerente – e ben spiegato – con il valore della progettualità e della manifattura. Una bellezza che sia dunque diffusa e non da collezione. Che è poi il senso delle prime creazioni nate con il programma Design in Residence partito lo scorso autunno e che porterà Edit Napoli a diventare fiera produttrice di oggetti col proprio marchio. Si tratta delle collezioni firmate dal designer venezuelano Reinaldo Sanguino con Ceramiche Fes, dal libanese Khaled El Mays con gli artigiani dei Quartieri Spagnoli (sedute in metallo, vetro e cuoio) e degli italiani Faberhama con Negri & Za.Ma (tessuti decorati in seta).

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Domitilla Dardi ©Claudio Bonoldi

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Emilia Petruccelli ©Claudio Bonoldi

Heritage

Che cosa è il design – in particolare quello dell’arredo – senza una scena che lo accolga e una cornice che lo esalti? Un merito non secondario di Edit Napoli è di aver scelto come location un complesso monumentale (e non una dimora storica privata di lusso) come quello di San Domenico Maggiore che è un esempio perfetto di come made in Italy e patrimonio culturale possano procedere di pari passo, completandosi l’uno nell’altro e rilanciando all’esterno un’immagine forte, spendibile, perché no, anche in chiave turistica.

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Complesso di San Domenico Maggiore ©Bianca Hirata

La fiera non è certo la prima a cogliere l’importanza di questo mix di antico e contemporaneo, ma l’effetto combinato del concept e della location ha finito per rilanciare l’idea che design e cultura possano avere un felice destino comune. E forse anche per questo non guasterebbe, a partire dalla prossima edizione, un allestimento meno sviluppato in chiave fieristica e più orientato alla costruzione di una scenografia. Perché se Edit Napoli mira a diffondere bellezza nelle nostre case, è giusto pensare che si presenti al pubblico come una di queste dimore.

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Complesso di San Domenico Maggiore ©Bianca Hirata

Nella foto grande in alto, di Lea Anouchinsky, il chiostro di San Domenico Maggiore con le sedie di Nodo.