Come sarà EDIT Napoli (e perché nell'anno più difficile è perfino cresciuta) - CTD
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Paolo Casicci

23 Settembre 2020

Come sarà EDIT Napoli (e perché nell’anno più difficile è perfino cresciuta)

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Alla fiera del design editoriale, al via il 16 ottobre,  aumentano aziende ospiti e location. Intervista a Domitilla Dardi

Nonostante la pandemia, e mentre il mondo delle fiere di design continua a muoversi in un tempo incerto, senza avere ancora deciso se il digitale è un ripiegamento o un’opportunità, si prepara a riaprire i cancelli EDIT Napoli. La fiera del design editoriale, ovvero quel particolare universo che salda dall’inizio in un destino solo progettista e produttore, portando alla luce collezioni di alta manifattura ma affordable, lontane cioè dalla logica economica proibitiva del pezzo unico, torna dal 16 al 18 ottobre nel capoluogo partenopeo. E lo fa “fisicamente”, il che sarebbe già di per sé una notizia, unico evento nel suo genere rimasto a svolgersi in queste modalità nel 2020. Ma lo fa, in più, aumentando i numeri della prima edizione, portando a settanta le realtà espositrici, a cinque le location storiche coinvolte (oltre al Complesso monumentale di San Domenico Maggiore, il Teatro San Carlo, il MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Filangieri) e con un progetto, Seminario, che raduna come in una sorta di primavera calcistica una valente compagine di progettisti under 30. Ne abbiamo parlato con Domitilla Dardi, curatrice e storica del design, fondatrice di EDIT Napoli insieme alla buyer e imprenditrice Emilia Petruccelli.

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Teatro di San Carlo. Napoli

Edit Napoli è rimasta l’unico appuntamento fieristico/culturale di design del 2020 a svolgersi regolarmente. E’ stata una decisione scontata o vi siete dovute misurare con ostacoli e urgenze di vario tipo? 

Quest’anno di scontato non c’è nulla! In generale, siamo abituate a lavorare costruendo progressivamente i nostri progetti, spesso rispondendo all’insorgere dei problemi con sterzate e cambi di direzione. Ma che EDIT Napoli sia una fiera che vive della sua fisicità non lo abbiamo mai messo in dubbio e per noi questa resta una priorità non delegabile nella sua interezza ad altri mezzi di trasmissione.

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Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Una fiera è fatta anche e soprattutto per i buyer: come gestirete l’assenza fisica degli addetti ai lavori provenienti dai Paesi più colpiti dalla pandemia? 

Abbiamo implementato il piano digitale già pensato nella prima edizione: non si tratterà di avere una digital gallery come catalogo della fiera, come è accaduto già lo scorso anno per la prima edizione, ma di utilizzare apposite business room digitali che sono state create appositamente per permettere il dialogo tra buyer ed espositori, anche oltre l’incontro fisico. E anche oltre il tempo di durata della fiera fisica: EDIT è un’occasione di incontro e sviluppo di relazioni che per noi dura anche nei mesi successivi alla fiera, non scade con la chiusura dei cancelli della fiera fisica. Anzi, le collaborazioni più importanti quasi sempre nascono nel tempo.

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Museo Filangieri, Napoli

L’istanza post pandemica per me più impellente è quella del cambio di prospettiva: abbiamo un dovere nel proporre un design etico e serio e quello editoriale lo è per definizione. La vera sostenibilità non la fanno i singoli materiali o le forme, ma la gestione del processo produttivo e nessun altro campo del design ha modalità più coerenti in questo senso di quelle del design editoriale. Qui c’è totale trasparenza dei passaggi, filiera corta, tracciabilità. Anche nel food si è capito che questi sono gli elementi concreti di sostenibilità; il resto, l’utopia del km0 per esempio, è solo marketing.

Crescono le aziende ospiti e crescono i progetti che coinvolgono la città. La candidatura di Napoli a polo del design mediterraneo sembra davvero prendere quota dopo la dichiarazione d’intenti dell’anno scorso. Che cosa possiamo aspettarci da questa edizione e dai progetti futuri che vada proprio in quella direzione? 

Il tessuto culturale della città è più che mai vivo e partecipe: il programma degli EDIT Cult prevede mostre e installazioni che accompagneranno la fiera commerciale (con sede sempre al Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore) e aprirà alcuni dei luoghi di culto della cultura napoletana: il Teatro san Carlo, il MANN e il Museo Filangieri. Questi luoghi straordinari ospiteranno esposizioni e installazioni di importanti aziende della storia del design editoriale, che vi entreranno per la prima volta. Moroso e Foscarini al San Carlo, Bosa al Filangieri e Ceramica Gatti al MANN porteranno il lavoro di protagonisti del design contemporaneo d’autore (Anastasio, Gamper, Hayon) direttamente dentro i luoghi della lirica, dell’archeologia e del pensiero illuminista. Un modo per noi di ricambiare con la cultura del progetto l’immensa apertura e generosità di questa città.

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Made in Edit. Reinaldo Sanguino, foto Roberto Pierucci

Nessuno ha mai pensato di sostituire il reale con il digitale. Ma il digitale ha enormi potenzialità, se vengono ben comprese e valorizzate da un progetto dedicato. L’importante è non usare il digitale come un surrogato del reale (che crea solo nostalgia e frustrazione), ma come un elemento complementare che va a integrazione.

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Botteganove, workshop, foto Mattia Balsamini

Veniamo al fil rouge curatoriale che lega i progetti e le aziende ospiti: in qualche modo sono presenti le istanza post pandemiche? E, se sì, in quali casi in particolar modo? 

In alcuni casi certamente, ci sono scelte di materiali che vanno in questa direzione, ma soprattutto c’è un diffuso senso della qualificazione degli spazi abitabili, che è sempre stato un obiettivo di questo tipo di design e che adesso diviene più evidente e urgente. Ma l’istanza post pandemica per me più impellente è quella del cambio di prospettiva: abbiamo un dovere nel proporre un design etico e serio e quello editoriale lo è per definizione. La vera sostenibilità non la fanno i singoli materiali o le forme, ma la gestione del processo produttivo e nessun altro campo del design ha modalità più coerenti in questo senso di quelle del design editoriale. Qui c’è totale trasparenza dei passaggi, filiera corta, tracciabilità. Anche nel food si è capito che questi sono gli elementi concreti di sostenibilità; il resto, l’utopia del km0 per esempio, è solo marketing.

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Baile collection per Bosa di Jaime Hayon, foto Riccardo Urnato

Dopo mesi trascorsi in digitale tra videocall, smart working, didattica on line etc…, che cosa vuol dire presentare una fiera in cui manualità, manifattura e fisicità sono predominanti? 

Nessuno ha mai pensato di sostituire il reale con il digitale. Ma il digitale ha enormi potenzialità, se vengono ben comprese e valorizzate da un progetto dedicato. L’importante è non usare il digitale come un surrogato del reale (che crea solo nostalgia e frustrazione), ma come un elemento complementare che va a integrazione. EDIT racconta di un modo di produrre dove la fisicità delle mani incontra le reti senza alcuna opposizione; anche la fiera ha voluto rispettare questa dimensione. Per esempio quest’anno abbiamo voluto gli EDIT Podcast, curati da Paolo Ferrarini, per far proseguire il racconto del design editoriale anche oltre la materialità delle cose e la temporalità della fiera. Lo storytelling è uno dei nostri tratti distintivi e non ti so dire davvero se riguardi la sfera del materiale o dell’immateriale: alcuni racconti, alcune voci per me valgono come presenze fisiche e l’idea di poterli riascoltare nel tempo è molto nello spirito di EDIT.

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Constance Guisset, Studio Francis

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