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Antonia Marmo

17 Febbraio 2021

Efrem Raimondi, l’anima del reportage dentro il set di design

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Se ne va un grande e amatissimo fotografo. Per lui il set non era mai un vincolo, ma la cornice del possibile

Un sofà nel bel mezzo di una strada con un’ospite misteriosa seduta è già una bella storia, altroché salotto di casa. Così una poltrona come piscina con trampolino o una sedia come abito. E poi può portarti sulla scena di un crimine, o è solo una scena di teatro, e chissà cosa è accaduto intorno a quel divano. E in giro per la città che scorre come una quinta mobile, incidentale e accessoria. E poi far balenare lampi e abbagliamenti e oggetti colti nello spostamento, nel passaggio, tra l’errore cercato come un accento. E ancora saperti dire molto, quasi tutto, di chi quegli oggetti li ha disegnati, con un solo scatto furto dell’essenziale. E soprattutto farti vedere ogni luogo sempre come un pretesto per parlarti di un altrove.

Come si racconta il design senza le parole. O come si racconta la vita, senza le parole. Qui non si parla di fotografia, ché a Efrem Raimondi di parole ne bastavano poche, affilate, ironiche, poetiche, spesso affidate al suo blog minimale vecchia maniera, e le sue fotografie sanno parlare molto bene da sole. E il fatto che l’altro ieri se ne sia andato, chissà dove, poi, è solo un caso, con lui che alla richiesta di una biografia non sapeva mai cosa dire, che proprio non vedeva la necessità di doverne fornire una. “Arrivano sempre prima le opere”, scriveva. E, allora, meglio farsi guidare dalle sue fotografie. 

L’anima del reportage anche quando c’era un set, mai sentito come vincolo, sempre solo come cornice degli accadimenti possibili. E dunque il design appare come ciò che interferisce nel quadro, soggetto che si anima seppur fermato, punto di condensazione di forze in gioco. L’impressione totale e spiazzante che non ci sia incarico, modalità di commessa, che anche quando doveva fotografare su commissione bisognava lasciarlo fare, senza pose, senza styling preconfezionati, inciampando nella vita, passando molto tempo a perdersi nei corridoi, come diceva lui, se proprio doveva dire qualcosa di sé. 

Nei suoi scatti il design appare come ciò che interferisce nel quadro, soggetto che si anima seppur fermato, punto di condensazione di forze in gioco.

Linguaggio come produzione di senso, visione del mondo, la sua, l’unica possibile, ti piace o non ti piace, nessuna via di mezzo, nessuna indulgenza alla sovrastruttura, al compromesso, alla lusinga facile. Lo sguardo irrompe come un colpo o una pennellata d’istinto, a volte sporco, inaspettato, spiazza, svela nonsense, arriva a sovvertire gli spazi, le categorie, gratta via le patinature, ci conduce all’essenza, ci ribalta nelle sicurezze. Arriva, colpisce, e ci zittisce. E poi ci fa vedere oltre, un bel po’ oltre.  

Come si racconta il design, dunque? Come la vita, appunto. “Tutto arriva in forma composta, poi c’è da sballare, in tutti i sensi”, aveva scritto nel suo ultimo pezzo sul suo blog, pubblicato a fine gennaio, a proposito di un servizio per Interni, uscito sull’ultimo numero di gennaio-febbraio: “E questa è la vera sostanza dell’imballaggio: l’originale non è riproducibile. Se sei davvero abile, è riciclabile. Insomma, un’opera contemporanea con inclusa performance di chi l’acquista”. Era stata una riflessione sugli imballi che avvolgono le nostre cose, e a ben vedere su come siamo noi a dare vita alle nostre cose, sul potere di cambiarle, di farle nostre, continuamente. Lasciandoci la libertà di immaginare e comporre vari finali possibili. Come il design, appunto, dovrebbe lasciarci sempre fare.  

FOTOGRAFIA E DESIGN: TONY VACCARO E MARIMEKKO

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